Antonio Celano

Erri De Luca:Il peso della farfalla

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Questa recensione è stata pubblicata con lo pseudonimo di Maurizio «Dodo» Voltolini nella rubrica Libri di «Diana» n. 4/2013.

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Benché Erri De Luca sia nato a Napoli (nel 1950), ha dedicato molte delle sue pagine alla montagna e ai suoi ambienti. Senza trascurare la caccia. Illuminanti, ad esempio, le pagine del racconto “Una cattiva storia”, tra l’altro tratte da una raccolta dal titolo concettualmente intrigante: Il contrario di uno. Due non è − ci dice infatti lo scrittore partenopeo – una banale sommatoria aritmetica, perché “due non è il doppio ma il contrario di uno, della solitudine. Due è alleanza, il filo doppio che non è mai spezzato”. E che a maggior ragione si rinterza qualora i due protagonisti di una storia non siano necessariamente amici, bensì rivali. Proprio come accade in Il peso della farfalla.

Con poetica asciuttezza, a volte mitigata dalle “sonorità” tipiche dell’epica classica, altre volte esaltata dalla spoglia sentenziosità propria di certi passi delle Scritture, De Luca apre il sipario di questo suo racconto lungo sulle cime dominate dal camoscio. Qui regna, ancora incontrastato dopo lunghi anni, un maschio di eccezionale forza, solitario e senza regole dopo aver perduto la madre per mano dell’uomo e la sorella per l’artiglio dell’aquila. È divenuto “re in un giorno e in duello” sventrando con un colpo formidabile il maschio dominante del branco e chiunque gli si opponga.

Sulle sue tracce un uomo (il cacciatore di frodo − tra sopravvivenza e sfida all’ordine − che gli ha già portato via la madre) di storia e personalità simili, ritiratosi tra le montagne dov’era nato “dopo la gioventù passata tra i rivoluzionari, fino allo sbando… Aveva abitato malghe abbandonate, bivacchi di alpinisti. Poi qualcuno gli aveva lasciato un riparo di pietra in cima a un bosco e lui se l’era adattato addosso”. Nel vicino villaggio l’uomo è pure un mito dell’alpinismo che per certi versi ricorda, nelle sue imprese e per lo stile, certi nomi che attorno alla fine dei ’70 aprirono, anche in Italia, nuovi approcci nel “Free solo” e nuove vie di ascesa. E tuttavia l’alpinismo per l’uomo resta “una tecnica al servizio della caccia”, per giungere dove altri non possono: se per questi scalare una parete a mani nude “era un’impresa fuori esempio, per lui era un espediente per non farsi fiutare dai camosci. Nelle imprese la grandezza sta nell’avere in mente tutt’altro”. Verissimo.

I due si cercano, si rispettano, si temono, sempre nell’attesa di un finale scontro, ancora non scritto, che plachi definitivamente le inquietudini dell’animo di uno dei due. Ma nel far così, ogni anno e ogni rivale o preda, hanno aggiunto sulla vita di ognuno una farfalla bianca e leggerissima. Sentono chiaramente che la loro stagione di dominio sta per consumarsi, pur ignorando quando il posarsi delle ultime ali farà diventare insostenibile il peso delle altre intanto accumulatesi. Sanno che “in ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove. Sono una quota sperimentale che va alla deriva. Dietro di loro la traccia aperta si chiude”.  

Il momento del duello arriva fulmineo. “Il re dei camosci seppe improvvisamente che quello era il giorno” dopo venti lunghi anni di regno incontrastato: “le bestie sanno il tempo in tempo, quando serve saperlo. Pensarci prima è rovina di uomini e non prepara alla prontezza”. Attacca, così, sorprendendolo, il vecchio cacciatore, per poi risparmiarlo, ormai stanco di vita, lasciandosi raggiungere dallo sparo e poi dall’inusitato estremo saluto del suo branco, che è come un miracolo davanti agli occhi del cacciatore.

“L’uomo guardava, l’arma ancora in spalla, il corpo sui gomiti. Abbassò il fucile. La bestia lo aveva risparmiato, lui no. Niente aveva capito di quel presente che era già perduto. In quel punto finì anche per lui la caccia, non avrebbe sparato ad altre bestie”. E ancora: “il presente è la sola conoscenza che serve. L’uomo non ci sa stare nel presente. Si alzò e scese lentamente alla bestia uccisa”. Ma l’epilogo, il filo che tra i due finalmente si recide, non può stare qui. Toccherà a una farfalla bianca (il bianco che è il colore della morte e, in qualche modo, del rinnovamento) chiudere, mentre l’uomo scende a valle con la preda sulle spalle.

La donna che intanto, dopo aver fatto breccia nella sua ruvida resistenza (ormai meno forte a causa degli anni), attende il vecchio al riparo in quota per scrivere la sua storia, resta ad aspettarlo.

Il peso della farfalla è un mirabile racconto in cui l’uomo e la bestia ballano ancora insieme la vita, le regole, il rispetto per l’ambiente e la natura interiore di ogni essere. Diremmo quasi, con le regole, la rettitudine e l’integrità di un Eden perduto e ritrovato dopo aver errato (nella sua doppia accezione). Un creato dove i conti si pagano laddove si è preso; dove sguardo, parola e gesto ancora restano in misurato equilibrio. Un mondo che è necessariamente come deve essere, fatto come certe Scritture ebraiche o cristiane − si diceva. In cui credere. Perché un altro, infine, non ci trascini via, ancora una volta, con la forza del suo mondano, cinico, ateismo.

 

Erri De Luca su Diana

Gli occhi del Sasso: intervista ad Alessandra Antodaro, imprenditrice materana

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Questo articolo è stato pubblicato su «Il Quotidiano del Sud – Edizione Basilicata», sabato 9 luglio 2016.

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Tra via delle Beccherie e piazza del Sedile, Matera si fa margine, diventa l’orlo di una tazza, un ombrello rovesciato dal tempo, l’irripetibile cupola di una cattedrale apprezzabile solo per vertigine, ma dall’alto verso il basso. E tuttavia il Sasso Barisano non puoi guardarlo con l’occhio di un dio alto e lontano, ma solo con quello degli uomini che l’hanno stratificato sapendo che l’essenza della pietra è compresa nel gioco con la sua assenza. Così, è da via Fiorentini che le case salgono veloci, sovrapponendosi come una lorica antica, affondando le mani color dell’ocra in un cielo turchese e selvatico che non ti lascia scampo.

È da queste parti che sorge la reception del Residence San Giorgio, col suo fascino del tutto naturale, senza artifici architettonici, perché il suo spirito è incastonato – come racconta il fotogiornalista Guido Caracciolo – in “un complesso rupestre che in 40 metri di profondità e circa mille anni conserva e protegge un pezzo di storia materana iniziata con la chiesa di San Giorgio al Paradiso, in seguito trasformata in frantoio e poi in cantina”. Però non sono qui per raccontare il San Giorgio, ma per incontrare la sua proprietaria, Alessandra Antodaro, e per interrogarne lo sguardo lucido e inquieto da questo punto così particolare della città.

Non è un caso che mi parli subito della sua nuova carta d’identità. “Al rinnovo l’impiegata mi ha chiesto: ‘Professione?’. Beh, credo che quella sia stata una delle domande alle quali ho messo più tempo a rispondere in vita mia. Giuro, ho pensato: ‘E ora che faccio, che le dico?’. Solo alla fine le ho farfugliato “imprenditrice”, perché ho valutato potesse servirmi per l’attività alberghiera. Ma avrei potuto farle scrivere ‘clown’ con altrettanta verità, perché imprenditrice non sono in nessuna maniera. Ricordo anche che mio padre era molto preoccupato per questo: temeva che sua figlia avrebbe iniziato a offrire le stanze gratis…

E questo quando è stato? Aveva già un’idea precisa di cosa avrebbe realizzato? Tra il 2006 e il 2007. Ma non avevo l’idea precisa di fare un hotel diffuso, con delle stanze dislocate in più punti del Sasso: all’inizio erano due camere, poi sono diventate quattro e poi sono tornate a essere tre perché in una di queste ho iniziato a viverci io, perché non avevo ancora casa. I due corpi principali erano stati acquistati tra il 2002 e il 2003. Successivamente abbiamo richiesto alcuni locali demaniali dove si sono realizzate altre camere. Infine ho potuto acquistare addirittura altri immobili che si sono venduti sempre nel recinto dove avevo già realizzato l’albergo. Sono arrivata, così, a dieci.

Nella sua ricostruzione spesso usa il plurale…: Ad avere questa fantastica idea è stato mio padre che poi, però, facendo un altro lavoro, non è mai stato qui. Per un periodo ho vissuto in Irlanda. I miei vennero a trovarmi e li feci ospitare in un B&B. Da lì l’idea: perché non ne apriamo uno noi? Ovviamente rimasi spiazzata, considerato che stavo per laurearmi in lettere classiche, una laurea utilissima per lavorare…

Si è laureata in Irlanda? No, a Napoli, alla Federico II. In realtà mi ero presa un “anno sabbatico” dicendo ai miei che me ne andavo per fare l’Erasmo, ma in realtà facendomi ospitare per otto mesi da un amico di Matera che viveva a Dublino. Sono partita con i libri di tre esami che ho comunque studiato e, già dal primo giorno, consegnando in giro i miei curriculum. Ho iniziato a lavorare il giorno dopo. Al ritorno a Napoli ho finito di studiare e poi ho iniziato a occuparmi di questa attività.

Scusi, ma allora, di suo, cosa pensa di aver messo? La fatica e il mio tempo quotidiano. Io questo lavoro ho dovuto inventarmelo. Nonostante non avessi nessuna spiccata capacità imprenditoriale né esperienza alberghiera né una naturale attitudine all’informatica, ho iniziato a formarmi potendo gestire solo due stanze. Con due camere chiunque può farsi il proprio B&B senza particolari capacità. Con dieci camere, invece, è poi diventato essenziale per me sviluppare alcune capacità e competenze che non avevo, frequentare dei corsi…

Ha incontrato difficoltà specifiche a Matera? A Matera? Matera è la difficoltà. A volte escludendomi dalla città mi fregio del fatto che mia madre è siciliana, anche se il mio cognome è comunque lucano. Il materano medio, del resto, non è semplice come persona. Dal punto di vista antropologico la sua indole è mutata, secondo me, dopo lo sfollamento dei Sassi, dove erano abituati a vivere in una società di mutuo soccorso: gli uomini lavoravano nei campi, tornando solo sporadicamente; le donne, quindi, dovevano vivere con un numero altissimo di figli a testa per quasi la totalità del tempo essendo costrette, per la particolare conformazione dei Sassi, a condividere spazi, pareti, mura e cisterne. La storia stessa di Matera testimonia questa coesione dei cittadini, soprattutto nei momenti difficili. Con lo sradicamento dai Sassi, con la privazione dei rapporti quotidiani di vicinato, sbattuti in zone della città lontane dalla vicinissima Murgia, i materani hanno subito un trauma molto più profondo di quanto si pensi. In realtà è come se si fosse mutato per sempre il loro modo di essere portandolo a essere oggi molto più individualista, badando al proprio interesse anche a danno degli altri.

E le sue figlie? Beh, una è ancora piccola. Sofia, invece, è attaccatissima a Matera e alla sua campagna. Però di certe cose s’accorge. Aveva sette anni e mezzo, eravamo a Banzi, pioveva e avevamo i piedi bagnati senza la possibilità di poterci cambiare. Inaspettatamente una signora ci ha soccorso, fatto asciugare i piedi e regalato a lei dei calzini asciutti. Allora, mia figlia: “Mamma, ma che hanno in questo paese? Ma tu questa signora la conoscevi?”. E io: “No, perché?”. E lei: “Mamma come sono gentili qui. Secondo me a Matera non ci avrebbero aiutati”. Questa è l’impressione che credo lei abbia delle persone del posto.

A Matera allora è tutto da buttare? E, se sì, la cosa la lascia indifferente, considerato che i suoi clienti vengono da fuori città, oppure, dal momento che nella città investe, ci crede? Personalmente oggi sono un po’ sono sfiduciata nella possibilità di avere a che fare con gente del luogo. Ad esempio, tra i miei dipendenti – e non perché io abbia scelto così dall’inizio – solo uno è di Matera. Magari sono lucani, pugliesi, ma nessuno è della città. Però dico anche che di forze giovani e positive ce ne sono tante. I figli dei vecchi fornai che hanno deciso, con fatica e rinunce, di ereditare il mestiere fanno un lavoro che, per dei giovani d’oggi, è fuori dall’ordinario. Faccio solo una considerazione: un panettiere che quarant’anni fa si svegliava all’alba non faceva nulla di più di quello che facevano tutti i suoi coetanei; ma ora rinuncia quasi del tutto alle sue relazioni sociali. Altri giovani si sono buttati nel settore turistico o in altre attività con ottimi risultati. Solo per questo resto fiduciosa: il futuro di questa città non è nelle mani di chi ci ha governato finora. I politici passano.

“Matera 2019” come la vede, come la interpreta? Non la sento. È un titolo che leggo ogni tanto da qualche parte. Il Comitato promotore occupa un palazzotto molto bello che sta qui vicino. Ma i due o tre del comitato che ci stanno mai incontrano noi operatori, non condividono nulla con noi. Soprattutto nessuno degli eventi che hanno pensato lo hanno organizzato nei Sassi. Alle ripetute mail nelle quali chiedevo spiegazione di questo comportamento non hanno mai risposto, perché se la città è capitale della cultura non grazie a Piazza Vittorio Veneto, ma per la storia complicata e sofferta dei Sassi, poi qui nulla viene svolto. Del resto noi è come se fossimo un popolo a parte; un paesino della provincia che guarda verso l’alto oppure da lontano, perché da qua la città non la vedi, qua la città non ci viene, non sviluppa un legame. Se tu provi a salire dai gradoni di Sant’Antonio e arrivi in piazza Sedile e ti volti guardando al Barisano, tu non lo cogli – come dire? – nemmeno “energeticamente”: è come se ci fosse uno scarto nello spazio tempo. In quel centimetro che divide piazza Sedile dal Sasso Barisano c’è un salto enorme in un’altra dimensione. Ed è stranissimo, ma qualcosa vuole dire. Perché una volta piazza del Sedile era il legame tra i due Sassi, la piazza del mercato, del “rerum venarum”, dove la gente saliva, s’incontrava, facendo poi ritorno ai Sassi.

Questa cosa è vera. L’ho percepita chiaramente anch’io, che non sono di qui. Ma lei come si oppone a tutto questo con la sua azienda? Fa solo bene il suo lavoro o va oltre? Se avessi il mio albergo a Monticchio o a Latina, ovvio, non sarebbe lo stesso. È certo che io prendo dalla città, perché chi viene qui a dormire viene perché sono a Matera, sono Matera. E però, poi, cerco di restituire, perché in tutto questo tempo sono stata convinta che, se non sappiamo da dove veniamo, difficilmente sapremo dove andare. Per questo ho preso i patentini da guida turistica: più che per esercitare il mestiere, per saper meglio dire a chi viene come questa città s’è evoluta. In questo modo cerco di restituire: non dico solo “La camera è quella” o “È da là che si accende la luce”… Se la guida non la faccio, pure con amore cerco di trasmettere ai miei clienti quello che mi ha appassionato di questo posto. Al di là del business.

Come legge la situazione alberghiera, qui a Matera? Male. Stiamo diventando troppi. Mi preoccupano certe affermazioni. L’Amministrazione dice che servono altri “mila posti-letto”. Ma sono chiacchiere, perché la necessità di posti-letto non possono stabilirla sulla base dei dati della notte di Capodanno. I posti letto sono insufficienti a Pasquetta, a Ferragosto e a Natale ovunque! Ma quel che conta è la richiesta media: quella di ottobre, di novembre, di febbraio, di marzo…

E lei come si sente a gestire un albergo? Suo padre è finalmente contento? Beh, sì. Perché, se un bel po’ di capacità le ho sviluppate, l’ho fatto per rispetto al principale investitore, che rimane lui… No, scherzi a parte, ci sono momenti in cui in questo mestiere si deve mettere tutta la propria creatività e far vedere di cosa si è capaci. Nel 2009, a seguito di una serie di scandali per frodi perpetrate ai danni dei turisti nipponici tra Roma e Milano, ho fatto pubblicare sui quotidiani: “Diamo camere ai Giapponesi per un mese”, ma la cosa è andata così bene che ho prolungato l’offerta per altri trenta giorni. L’iniziativa ha funzionato perché non è tanto importante che i turisti vengano, ma che ritornino: ho fatto conoscere la città a chi ne sapeva poco; ho fatto una notevole pubblicità all’albergo; ho ottenuto che i turisti tornassero (e non ho mai più ricevuto tanto sake in regalo dal Sol Levante); mi chiamarono dalla Rai quelli della trasmissione “Caterpillar” e un noto blogger parlò in Giappone del fatto. Un delirio. Mio padre in questa impresa mi ha sostenuto (avrà pensato a una boutade con meno seguito?), ma il “presidente operaio” in quel frangente sono stata io! Cosa piuttosto inconsueta per l’Oriente ho registrato, tra l’altro, anche parecchi turisti “individuali”. Così come ho capito quanto sia difficile comunicare con loro: ma per loro parla l’estrema educazione, il loro senso di gratitudine.

 “In cauda venenum”: secondo lei, essere una donna imprenditrice è più difficile a Matera o anche altrove… Non so altrove, altrove non ho avuto esperienze imprenditoriali, né so se c’è una specificità… Ma qui posso dirti che le difficoltà ci sono perché, qualsiasi cosa tu faccia, rimani sempre “la figlia del Dott. Antodaro”. Certo, sei una che cammina, ma per loro non sarai mai tu veramente. E tuttavia, forse qualche anno fa, a un’accusa così, avrei risposto sdegnata sulla scorta dell’orgoglio, ma ora sono tranquilla, e tengo il mio fiato per altro.

Intervista Antodaro

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uomo cavallo

Serena Maffìa, “L’uomo cavallo” (dalla raccolta Metamorfosi)


 

Poesia dell’uomo cavallo

I.

Fui figlio dell’ocra

bagliore potente

gesto su pietra

eco impazzita

 

Fui buio stupore

fervida corsa

tremore imprendibile

che innerva la terra

 

Fui ritmo del ferro

forgiato nell’ira del braccio

metallo incudine

martello sudore

Fui brace e scintilla

falena di mantice

colui che procede nel vento.

 

Fui lancia infallibile

carro di sangue

tempesta incessante

mosche tafàni alata locusta

 

Fui Saushshatar l’urrita

l’uomo ippomorfo

e il Dio

Washshukkani la grande capitale

tra i monti di Zagros

e a Sud del Van

prima del crollo

 

II.

Consideravo allora stelle

sparpagliate come dadi

consideravo oroscopi

interrogavo eclissi di sole

cifre oscure di morte.

Sciamane malvagie

ruminavano erbe e bestemmia.

 

Pure, ricordo le sere dissolte

la liquida luna nell’Eufrate

l’acqua che scorre appena nei guadi

il soffio di froge

che spazza i grani del tempo.

 

Donna, allora ero un vento

che osava raggiungerti

fecondarti in un sogno

come spore di pioppo.

 

Written by antoniocelano

giugno 14, 2016 at 4:20 pm

Italo Calvino e Baccinin nei gerbidi

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Questa recensione è stata pubblicata con lo pseudonimo di Maurizio «Dodo» Voltolini nella rubrica Libri di «Diana» n. 7 (2206)/2013.

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La raccolta di racconti “Ultimo viene il corvo” fu data alle stampe da Italo Calvino, per i tipi dell’Einaudi, nell’agosto del 1949. Raccoglieva trenta racconti brevi, diversi già apparsi su quotidiani e periodici, scritti tra l’estate del ’45 e la primavera del ’49. Di questi trenta racconti, alcuni furono ricollocati in successive raccolte, altri scartati e sostituiti con scritti posteriori. Dal ’76 in poi, infine, si tornò all’esatta riproduzione della prima raccolta, ché tutti i racconti furono in ogni caso ritenuti validi per la ricostruzione di un clima e di un’epoca. È infatti la stagione migliore del neorealismo, quella più immediata, espressiva. Come scriverà lo stesso Calvino, in un quadro condiviso che era stata l’esperienza collettiva e devastante di una guerra: “si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva avuto storie drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca”. Di qui pure il recupero positivo del parlato, delle espressioni dialettali, di una certa “mimica dei personaggi”. Ma che in Calvino hanno già qualcosa di nuovo, una scrittura urgente, senza compiacimenti eppure ironica, favolistica, quasi l’autore avesse già ben chiari quegli elementi stilistici di leggerezza, rapidità ed esattezza che sono il lascito più tangibile della sua successiva produzione.

Ingredienti che è possibile trovare anche nei racconti rusticali dedicati a episodi di caccia: basti pensare al capolavoro che ancora oggi dà il titolo alla raccolta, ad esempio, oppure all’ironica favola “Il bosco degli animali”. Brani che pongono, però, questioni morali per cui la perizia nello sparo o nel raggiungimento del bersaglio mai si slegano dall’episodio resistenziale ai tedeschi.

Racconto, invece, pienamente ispirato a un episodio venatorio è un altro piccolo capolavoro: “Uomo nei gerbidi”. Albeggia, dalla costa si scorgono le coste della Corsica, segno che il tempo sarà buono. Due cacciatori, padre e figlio, si inerpicano alle spalle del paese. Come in altre storie di Calvino, si intuisce tra i due una difficoltà di relazione. Tuttavia il padre presto lascia il ragazzo a un incrocio tra sentieri, dice: “Io andrò all’altro passo. Quando arrivo fischio e tu slegherai il cane. Tieni aperti gli occhi che è un momento a passare la lepre”.

Intanto, mano a mano il sole si alza, prendono forza i colori, il paesaggio si fa riconoscibile, si scorge “la nera nuvolaglia degli uliveti” e un bosco spelacchiato e bruciato. Tutto è come quando gli occhi si riaprono alla luce: lame di foschia sul mare impediscono di cogliere pienamente l’orizzonte, mentre la città, di sotto, emerge dalle ombre. Il luogo, Colla Bella, finalmente si mostra per quello che è, una terra scabra, di erbe dure, di rade piante stentate.

In cima a questi gerbidi c’è la casa di “Baccinin il beato”, un contadino anch’egli con la passione per la lepre: un uomo “magro che per vederlo bisognava si mettesse di profilo”. Non è un caso, dunque, che, in un numero dell’”Unità” del ’47, il racconto prendesse in un primo momento il titolo di “La casa di Baccinin”. C’è sempre, in Calvino, una stretta rispondenza tra l’uomo e il paesaggio che abita. E come lo stesso scrittore aveva già fatto notare, il contadino ligure è solitario, scontroso, proprietario e schiavo di fasce di terreno strappate alla costa. In perenne lotta con tutti, dal governo alle erbacce, persino con se stesso, questo lavoratore, aggiunge Andrea Dini, resta però ammalato di terra, ossessionato dalla “roba” tanto quanto un contadino del Sud.

Baccinin vede il giovane, scende da lui, gli chiede se la guerra è finita, anche se è finita da un pezzo. Ma forse ha timore delle sue personali o di quelle che pensa verranno. Baccinin rimastica continuamente le parole, le ripete; pone domande retoriche di cui sa già la risposta, che è “Scarogna, scarogna”: i carciofi non hanno preso, le fave son seccate, come cacciatore è uno “schiappino”, manca sempre la lepre e, quando la prende, la cagna scappa. Anche sua figlia Costanzina è “selvatica come una capra” e ha la faccia, la bocca e gli occhi a oliva. È immersa nella vita dei campi ma, come il ragazzo, è diversa dal padre: la notte, quando spariscono le luci della città, ha paura, ricorda ancora le bombe. La città l’affascina, l’altra sorella se ne è già andata.

Pendolando tra la casa e la posta, Baccinin finisce per frapporsi tra il giovane cacciatore e il cane che torna dietro la lepre. Staziona, chiacchierando, all’incrocio, come inconsapevole di ogni gioco di squadra, incapace di partecipare, di collaborare, di uscire dalla sua condizione ostinatamente isolata. E così la lepre balza via. Spunta il padre sacramentando dietro al cane. Chiede se qualcuno l’ha vista, ma Costanzina è già su, alla casa, e Baccinin non s’è accorto di nulla. Il giovane, che non ha chiesto al “beato” neppure di scansarsi, tace. Il gruppo si disperde, ognuno distante e silenzioso.

Calvino_Gerbidi   Gerbido grigio

 

 

 

 

 

Storia di Momo, che fece le stelle

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La fiaba che ho scritto per i bimbi della prima elementare dell’Istituto «L’Immacolata» di Livorno è stata illustrata da Federica Casapieri e letta, venerdì 27 maggio 2016, da Luciana Liliucci. Carmen Giardino ci ha aiutato a mostrare ai piccoli i pannelli con i disegni a graffito su cartoncino nero. 

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“Crack!… Toc!… Bang!… Dleng! Sguish! Pluff!… Bong!”…

Nella città lontana lontana di Pecenera, proprio ai confini dell’antica contea di Nerofumo, si ascoltano sempre strani rumori…

Direte: – “Ma come sono operosi gli abitanti di questa città, sempre a lavorare, martellare, piallare, impastare, tagliare!…”.

E invece no!

Allora penserete: – “Ma come sono fastidiosi questi abitanti di Pecenera sempre a batter casse, grancasse e casseruole, dar fiato a trombe e tromboni, far squillare campanelli e pure vecchie sveglie…”.

E invece no!

E poi, insomma, poi insomma un po’ vi arrabbierete: – “Ma che traffico in questa città piena di gente indaffarata per non si sa che cosa: auto che passano, camion che trasportano, motorini che sfrecciano!…”.

E invece? Invece no…

E allora – uffa! – cosa direte, bambini? Cosa direte, eh? eh? Boh!… che mal di testa!

Ohi ohi! Ricominciamo da capo, allora. Per bene.

C’era una volta, ai confini dell’antica contea di Nerofumo, la città lontana lontana di Pecenera. Ma c’era? Sì che c’era! Ma, chissà perché, nessuno l’aveva mai vista. E il colmo è che nemmeno chi ci abitava l’aveva mai vista. Era brutta? No!… cioè sì… Era bella? Sì!… cioè no… Vattelappesca!… Com’era, come non era, in quella contea la luce non esisteva: e non dico solo quella di lampade e lumini, che ci aiutano a fare i compiti d’inverno o a prender sonno, se abbiamo strizza la notte. A Pecenera non c’era nemmeno il giorno né la Luna quando, certe volte, sorge grande grande con il suo faccione e pare voglia gareggiare con la luce tiepida del Sole. E se qualcuno avesse chiesto a un abitante cosa fosse, ad esempio, la luce dolce di un tramonto sul mare con le sue ombre lunghe lunghe, quello sarebbe cascato dalle nuvole, semmai avesse potuto scorgerle viaggiare nel vento. Insomma, bambini, il buio era così buio e il pesto così pesto che nessuno aveva mai visto qualcuno e gli abitanti si riconoscevano tra loro solo dalla voce, se si incontravano… no, anzi, se si scontravano!

“Tronck!”

– Ahiiii, ma che craniata!

– Eh, mi scusi!

– Ma che scusi e scusi, stia più attenta!

– Sì, lo so, ha ragione, ma è che non l’avevo vista!

– Se è per questo, nemmeno io…

– Ma lei… mi faccia pensare… Lei non è il ragionier Francesco Ernesto Panfilo Nontivedo de Nigris? Eehh, ho un buon orecchio io, sa? L’ho riconosciuta dalla voce!

– E lei, scommetto, è la signora Pieranna Maria Giovancorvina Lanotte! A-ha! Ora che le tasto il naso pieno delle sue inconfondibili verruche pelose, la riconosco anch’io! Sa, le offrirei volentieri un caffè… se solo vedessi dov’è un bar!

– Non si incomodi, ragioniere. Ci penso io a offrirgliene uno fatto con la macchinetta di casa, di quelli buoni buoni. Ovviamente, appena casa l’avrò ritrovata. Sa, son tre giorni che giro, ma appena infilo il portone giusto – ci conti! – le telefono…

E così s’andava avanti tutto il tempo: testate, sportellate, gomitate, pentole cadute, bicchieri rotti e inciampi di tutti i tipi. Insomma, una gran confusione di rumori e di fracassi: “Crack! Toc! Bang! Dleng! Sguish! Pluff! Bong!”. Tutto il santo giorno, giorno che poi non c’era, perché, si sa, era buio di continuo e la gente dormiva sempre o era sempre sveglia, e ognuna alla sua ora. Non c’è dubbio, era proprio un bel problema: nessun gallo dava il suo chicchirichì all’alba, non c’era lo zirlo dei merli al mattino né le cicale frinivano a mezzogiorno, se era caldo. Persino i passeri e i pettirossi se ne stavano muti e straniti sugli alberi, tra foglie e rami che nessuno vedeva. Che tristezza! Anche i bambini non giocavano mai a “palla avvelenata” e a “un-due-tre stella!”, vi pare giusto?

In quella città, viveva un bimbo che tutti chiamavano Momo. Nessuno lo aveva mai visto, ma se vi fosse stata luce, avrebbe visto i suoi capelli un po’ ribelli e due occhi grandi grandi, a volte birichini e curiosi, a volte dolci e assorti. Fin da quando era nato, Momo, ben protetto dal tepore delle braccia della mamma, ascoltava volentieri le favole che il babbo gli inventava, considerato che i libri, là, in tutto quel buio pesto non era possibile scriverli, figuriamoci leggerli! Che fantasia aveva quel papà, che avventure meravigliose gli raccontava! Tanto che a Momo pareva di vederli quei pirati e quelle navi, gli arrembaggi, i duelli. Riusciva persino ad ascoltare i mari in tempesta, la carezza del vento sulla pelle e, sulla testa, il chiarore inviato dalle stelle…

Le stelle?

– “Babbo babbo, hai detto stelle! Cosa sono le stelle?” – chiedeva Momo, sempre con maggior curiosità.

– “Eehh!” – sospirava il suo papà, cercando le parole – “Cosa sono? Sono… buchi, buchi nella volta di tutto questo buio, lassù in alto, quando alzi il viso, anche se ora non vedi niente…”.

– “Che bello, babbo!” – esclamava Momo, al colmo dell’emozione – “E a che servirebbero tutti quei buchi?”.

– “Ma a far uscir fuori la luce delle stelle, piccolo mio…” – sorrideva sotto i baffi il papà di Momo.

– “La luce? E cos’è la luce delle stelle?”.

– “E chi lo sa, mio piccolo Momo, ma io quella luce la immagino come mille e mille perle brillanti cucite lassù, fatte per illuminare almeno un po’ le cose che ci stanno qui attorno e riconoscerle, per farci ritrovare se ci allontaniamo, per farci orientare se perdiamo il sentiero…”.

Era proprio buffo il babbo di Momo. Che storia bizzarra! Ma era tanto l’amore di quel piccolo per il suo babbo, che Momo finì per convincersi che quella cosa, la luce, da qualche parte doveva pur esserci! Tanto che il bimbo ne parlò entusiasta a scuola, agli amici, e tutti gli altri piccoli presero a canzonarlo.

Figuriamoci: – “Momo s’inventa le cosee!” gli cantilenavano dietro. Oppure: “Momo è mattoo!”. O ancora, peggio: “Momo è bugiardoo!”. Ma Momo, in cuor suo, custodiva con fede quella parola di speranza che il babbo gli aveva regalato. Vedere grazie alla luce. Da qualche parte doveva pur esserci. O poteva essere inventata? E lui, al momento giusto, avrebbe saputo riconoscerla? Chissà…

Ma come sempre accade in tutte le storie belle e in tutte quelle brutte, avvenne che il babbo, per il suo lavoro, dovette partire di nuovo:

– “Babbo, questa volta dove andrai?”.

– “Molto lontano, figliolo, ma mamma resterà con te”.

– “Tornerai presto?”

– “Questa volta non lo so, Momo mio, ma non così presto, avrò molto da fare…”.

Per Momo furono momenti molto tristi. Il tempo passava e passava e la nostalgia del babbo si faceva sempre più forte. Che voglia di rivederlo, di riabbracciarlo, di sentirlo di nuovo raccontare di pirati, di mare e di quelle strane stelle!

Come fu e come non fu, a un certo punto, il bimbo riempì il tascapane col cibo in dispensa, baciò la mamma che dormiva, accostò l’uscio e si mise in cammino nel buio. Uscì dalla città, seguì meglio che poté la via e, una volta percorso tutto il sentiero, entrò nel bosco che gli stava di fronte. Momo cercava di scacciare la paura e, quando il sonno lo vinceva, si rifugiava sempre sulla cima di un albero, perché gli animali della foresta – che non ci vedevano, ma avevano un olfatto finissimo – non potessero sorprenderlo sul più bello del sonno. Il bosco, però, sembrava non aver fine, Momo faticava per non perdere la direzione. Cammina cammina, il bimbo, che chissà da quanto tempo andava avanti, in pensiero anche per la mamma che sicuramente l’aspettava, s’accorse che il suo tascapane era ormai vuoto. Disperato e stanco, Momo si lasciò cadere su un grosso masso.

S’era appena seduto che improvvisamente sentì: – “Tock!”… “Tock!” – e poi: “Tock ! Tock! Tock!”.

– “Chi è là?” – Urlò Momo, tutto impaurito. Il rumore si arrestò all’improvviso e tutt’attorno si fece un gran silenzio.

– “Chi sei tu, invece!” – rispose una voce che pareva venire dalla pietra sulla quale s’era messo – “Sai, è un’eternità che vivo qui e mai nessuno si era spinto fino al margine del bosco!”.

– “Sono Momo”– disse allora il bimbo rivolgendosi alla pietra – “E tu? Sei un masso parlante? Non ne ho mai visto uno e scusa, ma mi hai fatto un po’ paura…” – aggiunse timido timido.

– “Ah ah ah ah!” – si sentì ridere come in una caverna – “Una pietra parlante! Ah ah ah! Questa è bella!”. Poi, la voce continuò: – “Allora Momo, cosa sei venuto a fare fin qui?”.

– “Signor Masso, sono venuto a cercare la luce delle stelle!” – disse il bimbo tutto fiero di sé.

– “La luce? Le stelle? Mai viste, caro mio, almeno qui. Sei sicuro di aver fatto la strada giusta? In tutto questo buio impenetrabile è facile perdere la strada e tu, dalla voce, mi sembri proprio un bambino…”.

– “Non lo so” – rispose allora Momo – “ma le cerco perché so che il mio babbo quando le vedrà, tornerà presto a casa”.

– “Sei sicuro?” – domandò la voce.

– “Certo che sì, nessuno mi crede, solo il mio babbo saprà per certo le ho trovate io!”.

– “Se le cose stanno così…”. Momo si sentì afferrare sotto le braccia da una forza incredibile.

– “Stupida pietra, lasciami!” – Urlò il bambino scalciando. Ma quelle braccia possenti lo misero a sedere.

– “Non sono una pietra…” – disse allora la voce – “Mi chiamo Johannes e sono un boscaiolo: tanto tempo fa venni fin qui per starmene solo, lontano da tutti, perché non avevo figli. Ora sono vecchio, però ho sempre saputo che se avessi avuto un bimbo forte e coraggioso come te, prima o poi sarebbe venuto a cercarmi”. E le ruvide mani dell’uomo si posarono con speranza sulla piccola testa di Momo.

Il vecchio boscaiolo diede al bimbo tutto quello che aveva da mangiare, benché fosse povero e, prima di lasciarlo andare, diede al bambino un dono: – “Questo aculeo l’ho tolto una volta a un grosso istrice che veniva da lassù, dalle montagne che ora vuoi salire, ed è stato sempre il mio portafortuna: ora è tuo, vedrai che al momento giusto ti servirà!”. Così detto, alla fine, i due si abbracciarono e si salutarono.

Ripreso il cammino, Momo prese a salire il fianco di un’alta collina e la marcia si fece più faticosa. Era forte, ma anche quei monti sembravano infiniti. Verso la cima, ormai sotto la volta del cielo, Momo si guardò intorno: tutto era notte, come sempre, una notte eterna e infinita. Fu allora che Momo sorrise, come avrebbe sorriso il papà, ed ebbe un’idea! Subito stese le mani davanti a sé: pensò al buio, che lassù era spesso come una parete, ma soffice, e immaginò. Immaginò a suo modo come potevano essere le stelle.

“Che scemo! Perché non ci avevo mai pensato prima?” – esclamò il bimbo tra sé e sé! – “Il buio sono solo le cose che si nascondono nella nostra testa per non farsi vedere!”. Così, giunto sulla cima dei monti, Momo afferrò l’aculeo d’istrice che il boscaiolo gli aveva regalato e lo piantò con tutta la forza che aveva nel muro notturno del buio… fu allora che – man mano che il bimbo andava allargando quei fori – da dietro cominciò a filtrare qualcosa che non s’era mai vista, leggera e dorata; una lama che, pizzicando un po’ gli occhi, si mise a carezzare i rami e a colorare un poco le foglie.

Molto più da lontano, dalla città di Pecenera, gli abitanti videro con loro grande stupore accendersi uno, due, cento, mille minuscoli puntini dorati e tremolanti. E rapiti ormai dal profilo visibile dei monti, i bimbi – d’un tratto ricordando pentiti il loro amico – esclamarono in coro: “Ma allora è vero! Momo sta facendo le stelle!…”. Fu così che, alla luce che andava schiarendo la notte, il babbo tornò e avvenne che i grilli, anche loro sorpresi da tanta bellezza nel cielo, per la prima volta si misero a cantare dolcemente insieme.

Pannello 3

Illustrazione di Federica Casapieri

Piuma di fagiano: un racconto di Enzo Siciliano

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piumfag

Questa recensione è stata pubblicata con lo pseudonimo di Maurizio «Dodo» Voltolini nella rubrica Libri di «Diana» n. 15-16 del 31 agosto 2012.

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Scritto e pubblicato dieci anni prima che il grande Enzo Siciliano morisse, Piuma di fagiano – la storia del contadino Santino che non sa smettere la sua passione per la caccia – è senza dubbio uno dei più bei racconti venatori del secondo Novecento, dalla curiosa genesi editoriale e letteraria.

Pensato appositamente per il volume numero 42 della collana “Racconti brevi”, Piuma di fagiano è stampato, nel settembre del 1996, dalla fiorentina Pananti in soli 300 esemplari fuori commercio arricchiti, sull’antiporta, dal particolare di un disegno di Venturino Venturi. Esaurita la raffinata plaquette, l’esperimento è ripreso nel 2002 con un’edizione commerciale tirata in 50 (+ XV) copie dall’editore Motta di San Marco in Lamis e giustapposta, per la bisogna, a un’acquaforte acquatinta di Piero Guccione (“La maschera e l’ibisco”). Per la lettura da parte di un pubblico più vasto si deve attendere, invece, che l’anconetana Italic rimpolpi con nuovi racconti, nel 2009, Cuore e Fantasmi, una raccolta di Siciliano già pubblicata da Mondadori nel 1990.

Le radici letterarie e umane della genesi di Piuma di fagiano vanno ricercate, tuttavia, anni prima, quando Enzo Siciliano decide, nel 1971, (anticipando future tendenze in anni di caotici inurbamenti e scandalizzando Moravia) di acquistare un casale nei pressi del Vertano, tra Terni e Perugia: landa già nota per essere prediletta più dai cinghiali che dall’umano genere.

Qui – come ebbe a raccontare Paolo Conti, tra intervista e ricostruzione, su una pagina del “Corsera” guarda caso del ’96 – la famiglia Siciliano fa l’incontro con Santino, nel ’71 neanche sessantenne: contadino “dalla fantasia lieve”, il cui intercalare affascina Siciliano tanto da aiutarlo a meglio comprendere Jacopone da Todi durante un lavoro sul grande poeta medievale. Ammalato di caccia (cinghiali, lepri, quaglie, fagiani) Santino, da buon contadino, sa far quadrare queste avventure con la pratica “quotidianità del pollaio” e della difesa degli orti in una lotta con volpi, faine e donnole senza esclusione di colpi (anche bricconi); fino a essere “capace di rimanersene acquattato una notte intera su un albero per spiare l’arrivo di un cinghiale pronto a divorargli un filare di granturco o a sterrargli le patate ancora verdi”.

Nel 1996, Siciliano ha 62 anni e “sappiamo com’è”: come prima non accadeva, “la mattina ci si sveglia prima di svegliarsi. S’imbianca la coscienza di una luce allarmata e dolorosa” che non è altro che il tempo. Santino invece è ormai un ruvido vecchio di 83 anni, “magro: l’età sembra avergli divorato tutto il superfluo dello stomaco, del punto vita”, e la cintura spessa regge su “calzoni con qualche piega di troppo”. Eppure, come ha scritto recentemente Andrea Caterini, l’uomo è “voce” schietta, “segno malandrino di una vitalità che non desiste” che imprime, dice Siciliano, un “sentimento di scommessa con il quale guadagna nelle sue giornate un minuto sull’altro”.

Come se fosse armato ancora del magnetofono con cui, tra il ’67 e il ’71, aveva iniziato a  intervistare Moravia, Siciliano incalza questa volta ben altro protagonista. Sa che il suo contadino, come i contadini, è capace di elusione: traguarda nel campo di pannocchie una coppia di fagiani e non lo dice. Siciliano indovina, poi chiede: “vola il fagiano?”. Ne riceve “un sorriso sfumato di avidità, un sorriso pungente e ardito”. L’uomo risponde: “S’alza e poi dopo s’abbassa”. Come i contadini è incapace di allusione e il volo del fagiano è quello esplicito del suo sesso, di una voglia che “c’è, e punge. Ma.”. Il fagiano “‘va su, appena appena, delicato dapprincipio. E poi cade giù’. E quando dice ‘cade giù’, ride ancora. La sua felicità, diresti, è tutta affondata nel passato: eppure il presente, la manchevolezza del presente, gliela rende sempre salda, gliela fa concreta, attiva”. Perché la radice di noi stessi è il sesso, e il sesso è il tempo.

Dunque, mentre lo scrittore è assorto su una sedia avviluppato dal peso dell’età, da certe distrazioni, sente lo sparo. Una fucilata che rasserena l’aria. Il vecchio risale la collina come danzando. “‘Santino, ho sentito uno sparo.’ Lui, ‘quale sparo?’ ‘Sparo di fucile.’ ‘Ma la caccia è chiusa.’ ‘Appunto’”. Santino allarga le mani, le mostra nette dell’arma: “E che vi dico?… Si sarà schiantato un salice giù alla forra?”, “quando si schiantano fanno un botto come una fucilata”. Santino ha ora una stanchezza improvvisa negli occhi, va via tradito dalla coda del maschio che saluta dalla tasca posteriore del gilet. Ecco, Santino ha provato a congelare per sempre il tempo della sua vitalità in quel volo. Siciliano – con una voce umana, urgente – è rimasto a misurarne il mistero teso tra quel vecchio e la propria interiore ricerca.

Cuore e fantasmi Piuma di fagiano

 

Giuseppe Bufalari e il recupero de La masseria

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Questa recensione è stata pubblicata sul domenicale del «Quotidiano del Sud» l’8 maggio 2016.

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Il romanzo racconta l’impatto difficile con la modernità della società contadina lucana negli anni ’50. In occasione della ristampa del volume allo scrittore è stata conferita la cittadinanza onoraria di Calvello.

Questa storia dimostra come tutte le biblioteche – anche quelle paterne, anche quelle che pensi di conoscere ormai come le tue tasche – ti regalano sempre un dono sorprendente quando meno te l’aspetti. E così è stato per il romanzo del fiorentino Giuseppe Bufalari, per tanto tempo rimasto nascosto, sottile com’era in quell’edizione, in mezzo ad altri libri, e forse anche “guardato”, scorso, ma non “visto” o considerato ancora con la necessaria lucidità. Per me, infatti, “La masseria” era sempre stato il romanzo del calabrese Fortunato Seminara, scritto nel 1952, proprio poco prima che Bufalari, in veste di maestro elementare, scendesse nella Basilicata appena investita dai processi di modernizzazione innescati dalla Riforma agraria e dall’intervento della CasMez di De Gasperi e Saraceno. È il 1953: anno tra quelli che segnano il definitivo tramonto del latifondo, ma anche della società contadina meridionale a questo organica. L’anno, tra l’altro, della morte di Rocco Scotellaro a Portici.

Il libro è, però, scritto nel 1959, con l’autore in Maremma e quell’esperienza già alle spalle: sarà pubblicato l’anno dopo, per i tipi della milanese Lerici, tra minacce di denuncia per il disdoro gettato sugli abitanti di quella parte di Basilicata e le lagnanze sul titolo che un infastidito Seminara confiderà a Carlo Cassola.

Nel romanzo, il protagonista è inviato in Basilicata come assistente sociale per preparare la popolazione ai cambiamenti imminenti in quelle contrade. Lasciatosi alle spalle Calvello, dove i giovani aspettano positivamente la Riforma come possibilità di riscatto economico e sociale, si addentra nelle campagne più sperdute verso la masseria della famiglia Torraca. Il protagonista, pur convinto della necessità del cambiamento, ben presto si rende conto che il tempo per operare mutamenti nella mentalità dei contadini non può essere che lungo. Ma la Riforma è già alle porte della masseria con operai, macchine, ruspe, strade. Nessuno si è curato delle relazioni inviate dall’assistente sociale che scrive per informare del disastro che provocherebbe l’inizio immediato delle trasformazioni. In pochi mesi, con la costruzione di una diga, si formerà nei terreni della masseria un lago che la cancellerà. E fino all’ultimo i due mondi sembreranno quasi impermeabili, fino al violento impatto finale che derubrica definitivamente fatti degni di ben altre riflessioni a mera cronaca di ordine pubblico. Lo sgradito assistente è quindi sostituito e trasferito.

Dopo la sua pubblicazione “La masseria” è recensita, nel 1961, da Montale sul “Corriere della Sera”. Il libro conosce un inaspettato successo, tanto da guadagnarsi lunghi interventi, su quotidiani e periodici, dei maggiori critici dell’epoca: Baldacci, Ferretti, Marvardi, Pampaloni, Nogara… Non mancano le traduzioni: tedesca, spagnola e svedese, rispettivamente per i tipi di A. Muller Verlag (“Das tal des Zornes”), di Plaza e Janes (“La maseria”) e di Gebers Stockholm (“Bondgarden”). Infine, per varie ragioni, un lungo oblìo spezzato solo, nel 1972, da una riduzione scolastica curata da La Nuova Italia, peraltro successivamente disconosciuta dall’autore per i tagli eccessivi apportati al testo. Tiratura comunque preziosa se – come ha ben detto in un suo recente intervento sul libro l’editore calvellese Franco Villani – ha poi permesso di salvare complessivamente la memoria del romanzo (divenuto difficilmente reperibile nell’edizione originale) nelle case di molti lucani. E come pure avvenuto in quella di mio padre.

Fin qui la storia del romanzo, poi da me reperito nella sua versione integrale e riproposto alle stampe. Storia che è anche il sangue del suo autore, classe 1927, e tuttavia lucido e vitale, nonostante la recentissima scomparsa del figlio Vieri lo abbia profondamente colpito pur non piegandone, almeno apparentemente, la tempra. Frangente che non ha comunque scoraggiato il proposito della Giunta comunale di Calvello, guidata dal sindaco Mario Gallicchio, di riunirsi in Consiglio straordinario, il 14 aprile scorso, per conferire allo scrittore fiorentino la cittadinanza onoraria del Comune. Un intento a lungo preparato in coincidenza con la nuova pubblicazione del romanzo (2016, pp. 400, 17.00 €) da parte di una casa editrice – la Hacca di Matelica (MC), guidata dall’instancabile Francesca Chiappa – da sempre attenta a pochi, sia pur oculatissimi recuperi editoriali di qualità (anche per l’impegno del lucano Giuseppe Lupo).

Tuttavia non mi sarei impegnato per una nuova edizione del testo se il libro non avesse retto a quella prova di modernità sempre da esigere da un romanzo che oggi voglia farsi ristampare. E dunque lo sguardo dell’autore, il suo confronto tra il mondo di provenienza, quello cattolico e intellettuale di Firenze (fu allievo di Luzi e Bilenchi), così “ingombro di cose, fatto di giornali, di macchine, di chiacchiere” e il tempo antico di una masseria autosufficiente dove, già nel legno della croce appesa alla parete ingiallita dal fumo, Bufalari conta, uno a uno, tutti i tarli lasciati dal paganesimo. “La masseria” di Bufalari non si apre con lo sguardo aereo del “Cristo” di Levi, né quello dal basso verso l’alto dell’anarchico Taddei ai piedi della collina sulla quale è posta Bernalda. La vallata di Bufalari è un mondo che si apre stretto come la dura forca caudina cui sarà sottoposta la sua necessità di comporre, da un lato, il bisogno d’innovazione modernizzatrice, dall’altro il timore di poter perdere l’incanto di un mondo arcaico e profondo. Bufalari, così, scende al Sud con l’entusiasmo di chi vuol partecipare a rimettere sul giusto sentiero di civilizzazione una terra arretrata e superstiziosa ma, – come ebbe a scrivere con grande acutezza Baldacci –, giunto nelle sue campagne, dovendo avvertire i contadini dell’arrivo della “civiltà”, in realtà è messo nella condizione di dover avvertire i promotori della Riforma dell’esistenza di un’altra cultura, basata su un suo specifico equilibrio tra uomo e natura.

Insomma, pur facendo parte della schiera dei meridionalisti non meridionali, mi pare si possa dire che Bufalari si apparenti, sia per lo stile asciutto e terso sia per il definitivo fallimento dei propositi del protagonista, più alla generazione dell’Ottieri del “Donnarumma” che a quella di Levi.

Nella “Masseria” non è traccia di mitizzazione. L’autore sta ai fatti, accosta gli eventi, sia pur registrandoli con accorata partecipazione. Ha scritto bene Di Consoli che il fiorentino “guarda con simpatia a quel popolo… ma non cade nella trappola dell’alterità – come fosse, quel popolo “senza peccato e senza redenzione”, un popolo eletto di Dio, o del Dio assente dei ‘vinti’ della Storia”. Bufalari non ha difficoltà a registrare le superstizioni, le faide, soprattutto la feroce volontà di egemonia di una masseria e di una famiglia sull’altra, il “palpito di speranza” che attraversa il volto dei contadini alla notizia dell’altrui rovina. E tuttavia non fa sconti anche all’indifferenza di chi gli dice brutalmente che i contadini ormai sono il passato, che la modernità avanza troppo velocemente perché si possano realizzare dal “di dentro” i necessari mutamenti nella mentalità rurale. Bufalari scopre dunque che la modernità, pur creando nuovi acquisti (ai quali pochi riusciranno ad adattarsi), sempre esige perdite della stessa entità, non necessariamente attinenti alla sola sfera economica, ma anche a quella della dignità della vita.

“La masseria” ci ripropone, così, a suo modo, in un contesto culturale e politico mutato di segno, la materia divenuta ormai scandalosa di un meridionalismo bloccato alla conta di cosa sia andato storto con la Riforma agraria, la CasMez, l’industrializzazione, l’emigrazione, il sottogoverno, l’impiego pubblico di massa. Salvo renderci conto che il Sud, per il Nord, è diventato, nel frattempo, solo una zavorra.

Pdf icona«Il Quotidiano del Sud» di domenica 8 maggio 2016