Antonio Celano

Recensione a: Leo Finzi, L’Alhaji. Una storia nigeriana (Gaffi, 2011)

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Questo articolo è stato pubblicato su «Il Blog di Stilos» l’8 febbraio 2012.

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È con l’accoppiata di romanzi L’Alhaji. Una storia nigeriana (2011, 320 pp., 15.00 euro) di
Leo Finzi e I morti non serbano rancore di Nando Vitali che Andrea Carraro, direttore editoriale
della romana Gaffi, imprime alla collana Godot la sua inconfondibile impronta di intellettuale da
tempo interessato alle periferie. Si tratta, infatti, di due storie apparentemente molto diverse, ma
in definitiva dallo sguardo affine, narrate da italiani, ma vissute – non senza una pendolarità più
o meno accentuata con l’Italia – da luoghi geograficamente, storicamente e culturalmente altri,
sempre comunque con l’effetto di relativizzare o straniare le italiche e ombelicali vicende, da
rendere ogni terra reciproca periferia dell’altra.

In L’Alhaji però, lo stile dei fatti narrati prende subito una via diversa da quella carsica di
memorie e visioni tipica di Vitali, per cucire insieme una narrazione distaccata, oggettiva, e tuttavia
mai fredda; un romanzo che è un corso d’acqua percorso al contrario, e che si attarda a risalire
ed esplorare tutti i suoi affluenti: volti e storie che, pur senza raggiungere un qualche genere
di complessiva coralità, tutte partecipano di una comune qualità delle acque. Storie che sono
variazioni a un tema fondamentale, mantenendo nella struttura che man mano si irrobustisce di fatti,
qualcosa che ricorda in qualche modo la narrazione orale.

E tuttavia la scrittura di Finzi è quanto di più lontano da un qualsiasi stile epico o poetico,
unendo efficacemente, invece, la tecnica del reportage, della presa diretta – estesa anche ai fatti
del passato – allo scavo più profondo e oggettivo tipico del documentario. Cogliendo così, sotto
l’attualità del racconto, una violenza più antica e nuda. In un paesaggio (quello del Nord della
Nigeria), anche umano, che fin dalle prime pagine ci investe con un’impressione continua di
elementi, coloniali e indigeni, sovrapposti e mai pienamente risolti, integrati o organici tra loro. Una
Nigeria dove ben presto i nostri stereotipi e le nostre aspettative (anche rispetto alle situazioni e ai
temi narrati) sono destinati a perdere presa, a demistificarsi di fronte a una modernizzazione post-
coloniale e a un intervento dell’uomo che ha aggredito il territorio africano per anni, attraverso una
caotica crescita. Sempre con l’impressione, però, di averne inciso, alla fine, non più di un sottile
strato. Modernizzazione che resta adagiata, precaria nel tempo, sbiadita come una foto, sull’atavico,
indifferente paesaggio del bush interno.

La storia ruota intorno al progetto di costruzione di una diga nel Kaduna, uno degli stati
settentrionali della Repubblica Federale di Nigeria. L’impresa costruttrice italiana invia l’ingegnere
Giorgio Anselmi (ingegnere come, del resto, l’autore del libro), incaricato di superare l’ostacolo dei
permessi, che possono ottenersi solo con il consenso dell’Alhaji, un alto dignitario islamico della
regione senza il quale ogni operazione risulterebbe inutile. Ma il sussiegoso Anselmi – introdotto
dall’italiano Nevio, una sorta di segretario factotum con un passato affascinante e tormentato che
lo lega all’Alhaji – rivela subito una mentalità poco adeguata a comprendere i diversi meccanismi
del potere locale e dell’African Time. Un tempo che sembra avere una natura indipendente da
quello occidentale, intessuto di diplomatiche contrattazioni nella stremante ricerca, reiterata e
rituale, di una reciproca soddisfazione economico-tribale tra le parti. Scambi e dialoghi dalla natura
elusiva, che ogni volta costeggiano il suo oggetto centrale (la figura stessa dell’Alhaij, ad esempio)
per cambiare repentinamente direzione, prendere tempo, tornare indietro per essere lentamente,
nuovamente approcciati e soppesati da un altro punto di vista.

Nulla esiste qui di razionale, nel senso occidentale – meglio, weberiano – del termine, pare
avvertirci Finzi. Tutto sembra preferire un senso che ci è sconosciuto e contrario, impregnato di
quelle acque del Niger che, nascendo a pochi chilometri dalla costa tra Sierra Leone e Guinea, preferiscono incredibilmente voltarle le spalle e dirigersi prima verso il deserto (rischiando l’wadi) per poi dilagare possenti fin quasi alle porte dell’Africa Nera, generando un arco lentissimo di quattromila chilometri che fu un rompicapo anche per gli esploratori occidentali (che lo credettero, per qualche tempo, addirittura un affluente del Nilo). Una forza vitale, biologica, ma più antropologica, sempre capace di sovvertire la debole crosta modernizzante del colonialismo per rivelare, nella sua nudità, la natura più profonda dei legami tribali. O di un potere colto in una sua violenza quasi elementale e insistita. Decodificabile canettianamente, dunque, non tanto nella sua capacità di totale libertà (il potere come volontà assoluta), ma nella sua essenza profonda di legame oscuro (il potere di disporre dell’altro) socialmente organicistico (l’interdipendenza tribale).

È un’Africa tormentata quella di Finzi, come una nevrosi. Che rifiuta e colpisce duro tutto ciò
che, provenendo da altrove, non sa o non vuole rinunciare a se stesso; ma pure, certo anche qui non
senza conseguenze dolorose di scelta, che consente di guardarsi – come a un certo punto Nevio
– “in uno specchio che denuda, verso il quale non si riesce a non volgere lo sguardo” perdendo
irresistibilmente, infine liberati da un fardello che sono i legami passati, la direzione, il senso stesso
del tragitto. Un’Africa dai tramonti troppo repentini – per chi, così, rimane – che sa essere se stessa
e il suo contrario (bellissime quanto scioccanti, le vicende di Nevio nell’altrove della Nigeria del
Sud), e che solo irrimediabilmente tardi, nell’ora delle nostalgie, si lascia riconoscere come un
costringente, insuperabile legame.

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Written by antoniocelano

febbraio 8, 2012 a 8:52 am

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