Antonio Celano

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Un romanzo psicologico (e perché leggerlo). Parlando di A Bordeaux c’è una grande piazza aperta di Hanne Ørstavik

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Questa recensione è stata pubblicata su «Letteratitudinenews» il 3 dicembre 2018.


 

Perché parlare di Hanne Ørstavik e del suo romanzo psicologico A Bordeaux c’è una grande piazza aperta (Ponte alle Grazie, 2018, 228 pp.)? In fondo – pur conosciutissima all’estero, tanto da esser stata tradotta in ventisei lingue e aver recentemente partecipato alla finale dei National Book Awards nella Shortlist della sezione «Translated Literature» – è una scrittrice norvegese tradotta per la prima volta in Italia, per giunta senza nemmeno essere una giallista.

Perché, allora?

https://letteratitudinenews.wordpress.com/2018/12/03/a-bordeaux-ce-una-grande-piazza-aperta-di-hanne-orstavik-recensione/

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Breve topologia letteraria della follia

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Questo articolo è stato pubblicato sul n. 22 di aprile di «FuoriAsse – Officina della Cultura»

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http://www.cooperativaletteraria.it/index.php/fuoriasse/119-fuoriasse-n-22/935-fuoriasse-22.html

 

C’è una tela di Goya, esposta alla Real Academia de San Fernando, a Madrid, intitolata la Casa de Locos. Finita nel 1812 dopo alcuni anni di saltuario lavoro, evoca un luogo – manicomiale – dove si aggirano, sotto le volte di uno spoglio stanzone, grottesche figure di alienati seminudi appena rischiarati da una luce opaca e stagnante. Sulla parte sinistra dell’opera, proprio dove nella penombra si ammassano più numerosi i segregati, campeggia un uomo dai mustacchi lunghi e neri, dallo sguardo esaltato e sostenuto, con uno strano copricapo munito di penne. Al suo fianco, come si potrebbe omaggiare un capo o una personalità di spicco, una donna, china, bacia devotamente la sua mano destra.

La suggestione (e, come ogni suggestione, potenzialmente fuorviante) esercitata dalla visione del pittore aragonese, se serve bene a sollevare i temi di cui argomenteremo – il viaggio nella ferita della mente umana e nei luoghi della contenzione manicomiale – serve pure, attraverso un semplice scarto analogico, a sorprenderci già nel vivo di quel racconto/reportage che De Amicis pubblicò (siamo già all’altro capo del Secolo XIX) prima sulle pagine della «Rivista d’Italia» del dicembre 1899[1], poi per i tipi del livornese Belforte e, in seguito, dei Fratelli Treves[2].

Nel giardino della follia (questo il suo titolo) coglie, infatti, lo scrittore alle prese con una cleptomane, gioviale donna di mezz’età, «vestita con garbo» e «con tre penne di cappone piantate nel nodo dei capelli, in forma di raggiera»[3] la quale, più avanti, spiritosamente paragona De Amicis a Pallavicini di Priola, generale vittorioso sui drappelli garibaldini in Aspromonte e, in seguito, comandante impegnato nella repressione del brigantaggio meridionale. I due, in effetti, si somigliano, anche accomunati da due folti baffi neri, ma come il risvolto negativo – biografico, politico e morale – dell’altro. Non a caso la donna «da quel momento, come se si fosse fatta nella sua mente una sostituzione di persona, non mi chiamò più che “generale”»[4].

E così già il titolo stesso dato alla pagina giornalistica, Nel giardino della follia, altro non è che stridente ossimoro, Eden e Limbo dove si trascinano le non battezzate dalla ragione, e dove si rifugiano le inquietudini suscitate dai ricordi del figlio Furio, da poco suicidatosi con un colpo di rivoltella a Torino, al Valentino (un parco!); e le apprensioni per la tenuta mentale della moglie, che si aggraverà più avanti.

Inizia, in questo modo, per lo scrittore una sorta di strano viaggio, di girovagare a più dimensioni: lungo i sentieri del giardino, intersecati da sensi di pena e corrispondenti volontà di fuga; e tuttavia anche della singolare sensazione di essere, oltre che tra le mura del giardino, anche tra quelle della mente delle alienate: «Ebbi un senso di pena, non mai provato, e che non saprei bene esprimere. Ero dunque vissuto un tempo in quell’anima: v’ero vissuto e v’ero morto; il mio nome non era più nella sua mente che un suono, come la mia persona un’ombra al suo sguardo. E continuando a passarsi la mano sulla fronte, pareva che mi volesse dire: – Vedi, questa è una tomba, e anche tu ci sei sepolto»[5].

Ma restano lampi, come, del resto, l’apparizione della giovane inginocchiata e assorta in giochi regrediti di bambina, fasciata in un busto che sembra allo scrittore, in un primo momento, un curioso «abito da ginnastica», ma che si rivela essere, con un brivido, una camicia di forza «in riposo, per adesso»[6]. Le pagine di De Amicis, come nel suo stile, non avevano e non avrebbero potuto avere alcunché di calcato, di espressionistico o di visionario. Come ha ben scritto Carlo Alberto Madrignani, Nel giardino della follia manca «di vistosi elementi coercitivi» e anche questa pagina «vuol, forse, suggerire una latente dimensione di violenza, che tuttavia l’autore evita di enfatizzare»[7]. C’è poco di naturalistico, di fotografico o, all’opposto, di carduccianamente oratorio nello stile di De Amicis; semmai il tentativo, con i suoi pregi e i suoi rischi sentimentalistici, «di offrire al lettore una riproduzione letteraria che lo induca a trovare uno status emozionale specifico»[8]. E tuttavia, nelle pagine del Giardino c’è pure un controllo della pagina che non può che ritrovare le sue ragioni nelle recenti tragedie familiari, tra l’altro sottolineate dalla presenza, nel prosieguo del racconto, del secondogenito dello scrittore, Ugo. Ma se è pur vero che lo sguardo di De Amicis resta «preideologico», resta, cioè, una «forma dello sguardo capace di cogliere le movenze emotive e i bisogni affettivi intesi come esigenze materiali altrettanto urgenti di altre (fame, sesso, denaro) esaltate dalla coeva antropologia positivistica»[9], è anche vero (come pure in Cinematografo cerebrale[10]) che, in più punti, la prosa deamicisiana finisce per incagliarsi e sfumare la sua forza tra la resa colloquiale e l’esigenza del distacco, tra il tentativo di confrontarsi attrezzato di uno stile letterario formalmente composto e una materia, la follia, che continuamente gli si oppone nei fatti.

E se ciò non impedisce allo scrittore di intuire – a proposito dell’improvvisa apparizione della donna agitata «da impeti furiosi di baccante»[11] – quanto limitata possa essere l’analisi positivistica e bonaria del dottore che lo accompagna e, cioè, che la sopravvenuta pazzia non porti con sé, se non in casi rarissimi, una trasformazione radicale dell’indole, allo stesso modo non impedirà a De Amicis di sentirsi superiore nel suo dolore di “uomo pienamente cosciente” rispetto a quello possibile delle sofferenti rinchiuse in manicomio. La qual circostanza rivela, in altre parole, come la frenologia e la prima psichiatria non andassero troppo per il sottile nella distinzione dei casi patologici inserendo, in poche larghe categorie, il disadatto sociale, l’emarginato, il disturbato e il delirante. Di lì a poco, infatti, l’esigenza di giungere a una regolamentazione degli istituti psichiatrici unica per tutto il territorio nazionale portò ad approvare la proposta Giolitti del 1902 nella Legge 36/1904 che avrebbe ispessito le mura di quel giardino fino ad allontanarle definitivamente in un luogo altro, separato e lontano anche se ancora dentro il corpo della città. Se dunque è vero, come scrive Madrignani, che la pazzia per De Amicis è la pericolosa constatazione di «una parzialità, non un segno organico che separa totalmente i malati dai sani»[12], pare anche chiara la contraddizione (che lascia qualche non fugato sospetto di apotropaicità) di mantenere, da parte sua, ogni compostezza formale nella descrizione propostane e ogni distacco dalla sua patente irrazionalità.

I folli sono come sonnambuli, spiega allo scrittore il dottore: soffrono poco perché la loro coscienza è anestetizzata dal male che rende rapsodico il loro dolore. In tal modo anche il savio può, in alcuni casi, soffrire di periodica follia. Il dubbio si insinua così tra le maglie delle solite sicurezze e apre le porte all’introspezione. Avviene quando irrompe sulla scena la giovane bionda cantante sull’aria (guarda caso) della belliniana Sonnambula: è qui, con questo richiamo all’Opera e all’Arte o a un effetto di specchio, che la riflessione sulla fragilità mentale più colpisce i pensieri di De Amicis. Ma anche qui l’episodio non resta che un momento, un lampo, incapace di dare ulteriore sangue allo stile certo caldo, ma mai definitivamente coinvolto dello scrittore.

Del resto, a che pro insistere in un dialogo se adoperare coi pazzi lo strumento della ragione sarebbe – sono ancora le parole del dottore –  «come suonare il violino a un sordo o scrivere la lettera a un cieco»[13]?

Cosa, a Torino, sarebbe diventata questa apparente resa della razionalità rispetto alla mente ferita dei ricoverati ce la racconterà, poi, il Novecento, con l’aggiunta del peso di due guerre devastanti, della scoperta dell’universo concentrazionario, del controllo politico del privato dei totalitarismi e dell’abdicazione a ogni verifica democratica dei poteri da parte della nuova società affluente e del “benessere”. Da questo pozzo fondo, verrà tirato su un Leviatano o, che è lo stesso, le parole agghiaccianti di un ormai quasi del tutto dimenticato Giorgio Coda: «Portami su quello che canta!». È lo scandalo che Alberto Papuzzi, con l’ausilio di Piera Piatti, riportano a galla nell’omonimo libro pubblicato da Einaudi[14] con un linguaggio ormai scarno, giornalisticamente maturo eppure coinvolto, partecipato. Non si tratta più, infatti, di parlare ai sordi, come nelle parole del dottore del giardino di De Amicis, ma di riconoscere l’identità dei reclusi di Collegno, di riconoscerne i diritti a un trattamento pienamente umano. Sono gli anni dell’antipsichiatria che porteranno di lì a poco alla frettolosa approvazione antireferendaria della “Basaglia” (180/13 maggio 1978). Anni che avrebbero chiuso definitivamente la pagina pure coraggiosamente aperta da De Amicis con la condanna a cinque anni di reclusione e e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici di Giorgio Coda per maltrattamenti e applicazione indiscriminata e punitiva del mezzo più noto come elettroshock.

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Note:

[1] Edmondo De Amicis, Nel giardino della follia, «Rivista d’Italia», a. II, vol. III, dicembre 1899, pp. 581-600.

[2] Edmondo De Amicis, Nel giardino della follia, con disegni di G. G. Bruno, Livorno, S. Belforte e C. Editori, 1902; con qualche  variante in più rispetto alle precedenti l’edizione milanese dei F.lli Treves del 1904 alle pp. 147-176 della raccolta Nel regno del Cervino. Nuovi bozzetti e racconti.

[3] Tutte le citazioni del racconto deamicisiano saranno qui riprese dall’omonima edizione, a cura di Roberto Fedi, Firenze, Le Càriti Editore, 2002. Cfr. pp. 33-36.

[4] Ivi, p. 36. La donna, così come la figura del dottore che accompagna De Amicis, non è, in realtà, che la figura di uno psicopompo dantesco: l’ambasciatrice della follia nel mondo dei sani, così come il dottore (e lo stesso scrittore), è il mediatore con il mondo dei matti. Tuttavia, vedremo che, nonostante le reciproche fascinazioni, i mondi resteranno sempre ben distinti e separati.

[5] Edmondo De Amicis, Op. Cit., p. 34.

[6] Edmondo De Amicis, Op. Cit., pp. 57-58.

[7] Carlo Alberto Madrignani, Verità e narrazioni. Per una storia materiale del romanzo in Italia, a cura di Alessio Giannanti, Giuseppe Lo Catro e Antonio Resta, p. 261. Il titolo è di prossima uscita per i tipi di ETS, Pisa. Il testo raccoglie, tra l’altro, quanto prodotto da Madrignani nella curatela del libro di De Amicis, Il giardino della follia, Pisa, ETS, 1990. Ringrazio il professor Giuseppe Lo Castro per avermi dato la possibilità di consultare il libro in anteprima.

[8] Madrignani, Op. cit., p. 258.

[9] Madrignani, Op. cit., p. 260.

[10] De Amicis, Cinematografo cerebrale, Roma, Salerno Editrice, 1995.

[11] De Amicis, Nel giardino della follia, cit., pp. 40-41.

[12] Carlo Alberto Madrignani P. 263.

[13] Edmondo De Amicis, Il giardino della follia, cit., p. 45.

[14] Alberto Papuzzi, Portami su quello che canta. Processo a uno psichiatra (scritto con la collaborazione di Piera Piatti), Torino, Einaudi, 1977.

 

«Parole dell’arte»: Celano firma la nuova collana edita da Sillabe

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Questo articolo, firmato da Michela Berti, è stato pubblicato su «QN – Il Telegrafo» il 14 aprile 2018.


 

 

 

Prigioni, camere, cinematografi e altri strani viaggi da fermo

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FuoriAsse 21

Questo articolo è stato pubblicato sul n. 21 di dicembre di «FuoriAsse – Officina della Cultura»

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http://www.cooperativaletteraria.it/index.php/cooplett-news/118-fuoriasse-21/832-fuoriasse-21.html

In un passo dell’autobiografico Il frutto del fuoco (Adelphi, 1982)¹, Elias Canetti racconta del suo casuale incontro, in un caffè del quartiere viennese di Hacking, con un gruppo di gente di malaffare, dal linguaggio rozzo e violento. Tra questi, spicca un certo Poldi, alto e minaccioso, che una sera lo segue, col malcelato tentativo di estorcergli informazioni sulle ville della strada che Elias frequenta. Per distoglierlo, Canetti gli indica, invece, la casa dove abita un paralitico di nome Marek. Quest’ultimo, pur assomigliando molto, nei tratti del viso, a Poldi, non può assolutamente muoversi e gira le pagine dei libri che legge con un colpo di lingua. Poldi è dapprima incredulo (lui così forte potrebbe mai assomigliare a uno «sciancato», sia pure così intelligente?), poi, sempre più sconvolto dalle parole di Elias finisce singolarmente per bloccarsi sui suoi piedi, dimenticando di camminare e, solo alla fine, trovando la forza di tornarsene indietro, senza portare a termine il suo compito. Tempo dopo, Canetti, viene a sapere che la banda di Poldi è stata catturata e, immaginando quell’uomo, così fisicamente energico, assaggiare nuovamente le restrizioni di una cella angusta, improvvisamente gli si rivela il perché della bizzarra reazione di blocco del ladro durante quella sera.

Ecco, dunque, il luogo, il crocevia di temi dove Canetti ci pone con il suo peculiare stile da talpa, sempre capace di intersecare e annodare gallerie e strade provenienti da direzioni apparentemente lontane ed eterogenee. Tensioni, equilibri o cortocircuiti tra il muoversi e lo stare fermi in un luogo, tra liberazione e costrizione, fino al paradosso del viaggio da fermo o quello del riuscire a spostarsi, pur in una condizione di prigionia.

Un crocevia dove ritroviamo alcuni personaggi letterari, tra i quali, a esempio, il «Cavaliere» protagonista del breve racconto deamicisiano Cinematografo cerebrale (pubblicato la prima volta, insieme ad altri racconti, su «L’Illustrazione Italiana»  tra il 1906 e il 1907), che un giorno si ritrova – fin là sempre preso dall’ufficio, dalla casa, dagli amici – inusualmente solo con se stesso, sprofondato in una poltrona davanti al camino di casa. Onde far trascorrere prima le ore, prende una decisione curiosamente contraria al Porthos, moschettiere tutto azione, ricordato dal filosofo Brice Parain nel film Vivre sa vie (regia di J.-L. Godard, 1962), il quale, fuggendo, si sorprende a pensare per la prima volta e, facendolo, si arresta, trovando la morte.

Risolvendosi a non voler pensare a nulla, il Cavaliere scopre, invece, che la mente può essere una casa usata da idee e visioni nomadi. Essa appare «aperta da ogni parte, senza battenti e senza imposte, come un edifizio non finito, dove entra chi vuole»². Inizia così un inarrestabile flusso di coscienza che, di associazione in associazione, porta il protagonista a un forte stato di spaesamento e di angoscia. E, nonostante l’uomo cerchi di far mente locale, tentando di volgere o guidare quei pensieri da qualche parte, finisce per ritrovarsi prima nella soffitta delle cianfrusaglie del pensiero, poi nella cantina delle pulsioni primarie, della trasgressione, della collera e della disonestà.

È questo il De Amicis più tardo, forse letterariamente meno efficace di Amore e ginnastica (Treves, 1892) o di Il giardino della follia (Belforte, 1982)³. E, tuttavia, è pure il più amaro e sulfureo: quello, per dirla con Biagio Prezioso (nella sua introduzione a Cinematografo cerebrale, Roma 1995), che porta il Franti di Cuore a farsi, da elemento deviante della società, momento perturbatore dell’Io. Del resto De Amicis ha, in questa ultima fase della sua vita, già consumato la sua crisi con le idee socialiste, il rapporto tormentato con sua moglie e il suicidio di suo figlio Furio. Uno snodo storico da dove, oltre ogni dissolto positivismo, De Amicis realizza, finalmente e col dovuto sarcasmo, che la mente «è un meccanismo da nulla, che può incepparsi all’improvviso»4 e in qualsiasi momento della vita.

Prima di De Amicis e patendo una più forte costrizione, anche il savoiardo Xavier de Maistre aveva tentato, sul piano creativo, la via di una liberazione attraverso un «viaggio da fermo» che, al di là delle sue ragioni originarie, chiunque potrebbe facilmente sperimentare. Infatti, nel 1790, durante il carnevale di Torino, Xavier, a causa di un diverbio, si era battuto in vittorioso duello d’onore con l’ufficiale Patono de Meyran. Fu quindi, per questo, arrestato e condannato per legge a 42 giorni di cattività da scontare nella Cittadella di Torino. Seguirono giorni oziosi, grigi e destinati al rimpianto della libertà perduta. E, nondimeno, furono proprio i disagi seguiti a quella esperienza di spaesamento a creare l’esigenza di un nuovo impaesamento, cioè la possibilità di un felice ritorno a casa, sia pure letterario. Ritorno che si realizza, «avventurosamente», tra influenze Rousseauiane e digressioni di ascendenza sterniana, tra briose flânerie, meditazioni sul tempo, e pigri, quanto pericolosi, spostamenti «a cavallo» del proprio seggiolone (del quale scosta da terra, per avanzare, alternativamente le zampe a destra e a sinistra, con effetti di buffa instabilità).

Fratello del più noto Joseph, Xavier fu scrittore in definitiva episodico, ma sempre umanamente e moralmente partecipato, «pieno di grazia, delicato e commovente» (così Sainte-Beuve, nel 1839, sulla «Revue des deux mondes»). Perdigiorno indolente e svagato, intellettualmente vivace, ma pure capace di affrontare ascensioni in mongolfiera, campagne militari e poi lunghi e faticosi viaggi, Xavier sempre apparve un carattere curiosamente polarizzato. Condizione che, insieme agli aspetti contenutistici propri della sua opera, non manca di permeare e di illuminare, ancora oggi, la sua produzione, come pure ha fatto notare Carmelo Geraci (curatore dell’edizione italiana di Voyage autour de ma chambre e di Expédition nocturne autour de ma chambre, Bergamo 1999)5.

Del resto, de Maistre stesso si persuase di questa sua inclinazione caratteriale se, dopo i primi convenevoli, scrive del suo Viaggio che: «Esso farà piena luce sulla natura umana; è il prisma con cui si potrà analizzare e scomporre le facoltà dell’uomo»6 sebbene, in realtà, il prisma altro non si rivelerà essere che il dispositivo rivelatore della natura del savoiardo. E il congegno atto a far funzionare l’intera struttura del libro, che, non a caso, si dipana dal ricordo di una banale scottatura delle dita frutto di una paraprassia, di una distrazione generata da un sovrappensiero.

Atto sintomatico che presto rivela la sua origine platonica, essendo composto l’uomo «di un’anima e di una bestia […] assolutamente distinti, ma talmente compenetrati l’uno nell’altro, oppure uno sull’altro, che l’anima deve aver proprio una certa superiorità sulla bestia per essere in grado di distinguere l’uno dall’altro»7. Un’idea di bestia, dunque, forse non così sovrapponibile a quella di corpo inteso come pura vegetatività. Perché la bestia (l’altra, come la chiama, platonicamente, Xavier) rivendica una sua volontà, una sua sensibilità e un suo gusto autonomi. Ne deriva che: «La grande arte di un uomo di genio è di sapere bene educare la propria bestia a tal punto che questa possa andarsene da sola, mentre l’anima, libera da quella penosa intimità, si eleva fino al cielo»8. Oppure, quando così ben allenata, trovandosi la bestia in stato di cattività, possa ogni giorno volare a riaprire la porta di casa ritrovando i libri, i quadri, le esperienze là vissute, e raramente percorrendo una linea retta nel muoversi, a esempio, dalla tavola al letto, abbracciando il cane o parlando con il proprio maggiordomo.

Ecco, allora, che nel suo commiato, alla sua scarcerazione, Xavier potrà farsi beffe di chi pretende restituirgli la libertà, pur rammaricandosi di dover riprendere le catene della quotidianità, degli affari, della convenienza, del dovere. E tuttavia, de Maistre coglie, nel rimpianto delle sue «gioie» di prigioniero, la consolazione di una «forza segreta» che lo trascina dicendogli che ha «bisogno di aria e di cielo, e che la solitudine somiglia alla morte»9. Che è quel sentirsi «duplice» che Xavier risolverà solo molti anni dopo, tornando da una nuova spedizione intorno alla sua camera una notte lunga una guerra e un’epoca.

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Note:

¹Ed. orig.: Die Fackel Im Ohr, Lebensgeschichte 1921-1931, Munchen-Wien, Carl Hanser Verlag, 1980.

²Cfr. Edmondo De Amicis, Cinematografo cerebrale, Roma, Salerno Editrice, 1995, p. 29.

³L’articolo Nel giardino della follia, scritto a seguito di una visita presso l’allora ospedale psichiatrico femminile di Torino, fu pubblicato prima di uscire in volume, sulla «Rivista D’Italia», 15 dicembre 1899.

4Biagio Prezioso, Introduzione, in Edmondo De Amicis, Op. cit., p. 14. Il curatore sintetizza un passo tratto da E. De Amicis, Nel giardino della follia, a cura di carlo Alberto Madrignani, Pisa, ETS, 1990, pp. 66-68.

5Ed. orig.: Xavier de Maistre, Voyage autour de ma chambre e Expédition nocturne autour de ma chambre, Paris, Librairie de la Bibliothèque nationale, 1896.

6Xavier de Maistre, Viaggio intorno alla mia camera, traduzione, introduzione e note di Gennaro Auletta, Catania, Edizioni Paoline, 1961, p. 27.

7Ivi, p. 28.

8Ivi, p. 29.

9Ivi, pp. 133-134.

 

Come sono fatti certi libri, 22 / Curriculum mortis, di Enrico Emanuelli

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Questo articolo è stato pubblicato su «Vibrisse – Bollettino di letture e scritture a cura di Giulio Mozzi» il 7 settembre 2017.


 

https://vibrisse.wordpress.com/2017/09/07/come-sono-fatti-certi-libri-22-curriculum-mortis-di-enrico-emanuelli/

di Antonio Celano
Emanuelli: Curriculum Vitæ

Con quella “novarese” dei Soldati, Zanconi, De Blasi, Bonfantini e Giachino, Enrico Emanuelli può ascriversi a una generazione formatasi alla scuola di un giornalismo intimamente legato alla letteratura. Pur riuscendo poco a incidere sul piano del rinnovamento linguistico e sperimentale, il gruppo dei fondatori della rivista La Libra (che annovera, tra i suoi collaboratori, Piovene, Noventa, Debenedetti, Raimondi ecc.) insiste particolarmente sulla necessaria tensione morale richiesta allo sguardo dello scrittore: risultato da raggiungersi, tra l’altro, attraverso una narrazione quanto più autentica possibile dell’esperienza umana e della vita vissuta.

Un lavoro, sul piano giornalistico, passibile di diventare particolarmente sofferto, da “ruminante”, ma, proprio per questo, sin dall’inizio ben cosciente di una sua netta distanza dalla velocità “digestiva” della pagina di cronaca. In realtà, scrive Vigorelli (in Carte d’identità. Il Novecento in 21 ritratti indiscreti, Camunia 1989), le “tappe della narrativa di Emanuelli sono, e cioè erano, così saltuarie, che più di un critico, anche riconoscendogli altri titoli, lo ritenne spesso un ‘perduto per la narrativa’”. Ciò non toglie che per tutta la vita egli si senta più uno scrittore che un giornalista.

Tuttavia, pur esordendo tra il 1928 e il ’29, a circa vent’anni, nella suaccennata doppia veste, Emanuelli deve la sua prima notorietà alla carriera di giornalista, iniziata come inviato speciale in Spagna e poi in Africa, qui nei panni di inviato di guerra. Un giro del mondo che lo porta in Europa, in Indocina e, ancora, in Unione Sovietica, America, India, Cina, sempre consegnando pezzi formalmente eleganti, puliti e stilisticamente sostenuti da una grande confidenza con i classici italiani e francesi (di cui fu traduttore). Ma anche dando alle stampe reportage che, pur presentandosi come diari di viaggio, hanno la caratteristica di offrire “di tutto, l’inchiesta sociale, la notazione politica, il ritratto degli uomini e delle cose”, con in più l’attitudine di accumulare e interiorizzare quelle esperienze; quasi che, facendole “macerare” dentro a lungo, debbano servire, poi oggettivate, “non tanto a un futuro romanziere quanto addirittura ad un già presente personaggio da romanzo” (Vigorelli).

Curriculum mortis come epitesto

L’intenso girovagare di Emanuelli si arresta attorno alla fine degli anni ’50. Tuttavia, il desiderio di tornare a occuparsi maggiormente di cultura per La Stampa, dove lavora, resta piuttosto frustrato. Dopo la vittoria al Bagutta, nel ’59, con il romanzo Uno di New York, e la rottura con De Benedetti, nel 1963, finalmente approda alle pagine culturali del Corriere della sera. Dalle colonne del Corriere Letterario, dove lo scrittore lavora nella stessa stanza con Eugenio Montale, Emanuelli dimostra non solo una grande apertura intellettuale, ma anche di saper bene leggere i mutamenti culturali del suo tempo accogliendo, sia pur in burrascoso confronto (fermo restante la sua formazione), gli enragé della neoavanguardia. Forse non è, allora, un caso che Emanuelli, da tempo pubblicato da Mondadori, editi gli ultimi suoi due (e più particolari) libri con Feltrinelli. Casa editrice che, sotto la direzione editoriale di Gian Piero Brega ha, in quegli anni – supportato da Nanni BalestriniAldo Tagliaferri come responsabile della narrativa.

In più, scrive bene Luciano Simonelli (in Enrico Emanuelli: mai rubare un pensiero, Milano 2013), che al solito senso dell’ironia, in questo periodo si insinua pure, nello scrittore novarese, “una sottile angoscia” legata al senso del tempo, che si sovrappone a quella. Una constatazione spesso sovrinterpretata dai commentatori, su carta e sul web. Ché giudicare Curriculum mortis un libro profetico (certo complice la sua pubblicazione postuma), pur considerando la lunga malattia al rene destro e la preoccupazione per il cuore accusate da Emanuelli, sarebbe come dire che solo pochi sono in grado di predire che dovranno morire.

Emanuelli muore, infatti, nel giugno del 1967 e la scrittura del libro inizia già nel 1958, sulla carta da lettere del Lexington Hotel di New York, tra l’altro col titolo provvisorio di Ad un mescolatore di Martini dry. Dunque, se mi sembra esagerato parlare di profeticità – prospettiva semmai da accogliersi solo sulla base dell’ultimo titolo posto molto dopo sulla copertina – la verità del contenuto credo stia, invece, nel senso del tempo che, come anche quello dello spazio e della scrittura, in Emanuelli, ha un moto costitutivamente e diuturnamente pendolare.

Un accenno, molto interessante, a Curriculum, si trova nel primo testo consegnato a Feltrinelli e da questi pubblicato proprio nel 1967: Un gran bel viaggio. Tre sono, infatti, le citazioni epigrafi poste al testo: la prima di Herbert Marcuse, tratta da L’uomo a una dimensione; la seconda di Tommaso Landolfi, tratta da Des mois; la terza, quella che più ci interessa, di pugno dell’autore, che così giustifica il suo libro:

Dopo l’aver scritto (e non pubblicato) un centinaio di pagine intitolate Curriculum mortis, bisognava che me ne liberassi, con un esorcismo. Trovai soltanto la via della satira. La percorsi prima di tutto contro di me, presupponendomi scrittore. Poi la percorsi contro qualche cosa che la vita ci prepara, piuttosto che contro altri uomini.

Un libro che, dunque, molto si discosta dalle precedenti opere di Emanuelli per concezione:

L’alto dirigente di una multinazionale viene spedito in uno strano paese Sudamericano, per convincere i poteri forti locali ad approvare un progetto industriale caro ai vertici della società. Ogni particolare del suo viaggio – riunioni, cocktail, compagnia notturna e persino un incidente d’auto – è predisposto da minuziosi promemoria aziendali, scritti con un registro che mescola magistralmente il nonsense burocratico e la satira più raffinata.

Così la quarta della più recente edizione Endemunde del marzo 2013, ancora disponibile in commercio, che avverte il lettore del “protagonista” agito e “teleguidato” che dovrebbe abitare il romanzo ma che, in realtà, resta personaggio solo intuibile, ritagliato mano a mano in una sagoma della quale è il vuoto, come nella quasi contemporanea Decalcomania magrittiana.

Tornando alla prima edizione di Curriculum mortis, a pagina 3 (ideale zona di confine tra l’epitesto del volume e il suo peritesto), si rintraccia una scheda utile all’inquadramento di tutta la gestazione del libro:

Nel 1958 […] Enrico Emanuelli incominciava a scrivere un libro al quale, nove anni dopo, stava quasi per apporre la parola fine, quando, subitanea, lo colse la morte. È stato certo il libro più faticato della sua vita: lo aveva ripreso, rifatto, abbandonato parecchie volte, vero e proprio cammino spinoso di uno scrittore.

Al manoscritto

mancavano gli attuali inizio e fine, ma soprattutto il libro era imperniato sulla figura del negro e sull’angoscia in cui, al calar della notte, cade l’umanità, che si rifugia nel piacere e nel sesso nel tentativo di ‘rinviare la sentenza’. Solo più tardi l’Autore vi introdusse quel preveggente senso della morte che gli ispirò anche il nuovo titolo. Il manoscritto fu ripreso, per l’ultima volta, nei primi mesi del ’67; verso la fine di giugno Emanuelli lo ripose in una valigetta nera, che aveva intenzione di portarsi dietro al mare, per dare al libro l’ultima rifinitura. Ma la morte lo colse prima che potesse partire per le vacanze.

E conclude:

Curriculum mortis è un libro molto privato: rimasto ignoto a tutti; infatti, prima di essere pubblicato, è stato letto solo da pochissime persone, non solo, ma l’Autore non ne aveva mai parlato, quasi per accentuare il carattere di ‘carte segrete’ che hanno queste pagine.

 

Curriculum mortis come peritesto

La prima edizione di Curriculum, volume numero 121 della collana “I Narratori. Collana di grandi autori moderni di tutto il mondo” di Feltrinelli, è materialmente stampato il 9 febbraio del 1968 da La Tipografica Varese e immesso nella rete commerciale in quello stesso mese al prezzo di 1.600 Lire. Si presenta con una copertina cartonata tipografica curata dall’Ufficio Grafico Feltrinelli, e rivestita da una fascetta che riporta l’incipit della quarta di copertina firmata da Guido Piovene, in vita tra gli amici più autentici di Emanuelli.

Nel controfrontespizio, sotto il copyright, appartenente ad Altera Emanuelli (Altera Coppa), moglie dello scrittore, si legge un’altra utile indicazione posta dall’editore:

In questo libro il lettore troverà alcune citazioni da opere precedenti di Enrico Emanuelli: Giornale indiano e La Cina è vicina, pubblicate da Arnoldo Mondadori Editore. L’Editore Feltrinelli ringrazia Arnoldo Mondadori per la gentile concessione.

La quarta di copertina, curata, come detto, da un ispirato Guido Piovene, svela, ricordando la vita di viaggiatore dello scrittore novarese, che

qui tutto ritorna sotto diversa luce. L’osservatorio è posto nell’estremo punto d’arrivo

e la memoria dei fatti appare nei ricordi in una nuova luce:

Passi verso la morte, i ricordi ‘nodi di morte’, figure della vita che mangia l’uomo ‘falange per falange’ come la lebbra della vecchia conosciuta ad Axum. Il curriculum vitae si rivela di trasparenza curriculum mortis. E il carattere principale del libro è forse quello di essere un attimo solo. L’ultima pagina è simultanea alla prima. È un confluire istantaneo di momenti vitali (una notte di Barcellona, la danzatrice di New Orleans, la guida artica, ecc.), che arrivano da ogni parte, rapidi come frecce.

Anche la doppia citazione gemella in epigrafe al libro sembra porsi come una sua estrema confessione/visione, ripetuta preghiera/invettiva recitata al mondo prendendo a prestito da due scrittori. L’effetto è a specchio, variamente rafforzativo, tutto conchiuso – già a partire dalla prima scrittura di Emanuelli – “nel modello del ‘carattere’, del ritratto morale acuminato”, così come già osservato da Bárberi Squarotti (L’orologio d’Italia. Carlo Levi ed altri racconti, Ragusa 2001).

Hypocrite lecteur, – mon semblable, – mon frère! (Ch. Baudelaire, Les fleurs du mal).

You! Hypocrite lecteur! – mon semblable, – mon frère! (T.S. Eliot, The burial of the dead).

Più complessivamente, Curriculum mortis si presenta, dunque, come esemplare punto di arrivo dell’elaborazione intellettuale del suo autore, ma pure come estrema sintesi di equilibrio stilistico. E ha certo più di qualche ragione il giornalista Davide Brullo a scrivere che “Emanuelli riesce a fondere con talento perverso l’avanguardia letteraria alla necessità morale”, il Gruppo 63 con una tradizione letteraria che da Manzoni risale fino a noi (Il Giornale, mercoledì 3 agosto 2016).

Da 0 a 0: Curriculum mortis come struttura testuale e paratestuale

Del resto, Curriculum mostra subito, a ogni eventuale lettore, la sua inconsueta struttura: da pagina 9 a pagina 40, i capitoli si susseguono veloci in un loop chiuso che, a partire da 0 e giunti alla decima stazione, si richiude su un ultimo capitolo 0: dalla nascita alla morte o forse oltre: dal nulla al vuoto; le pupille del testimone passibile di maledizione del Levitico 5,1 citato in apertura del libro.

E tuttavia il testo appare fitto di richiami a una seconda sezione del libro composta da quarantuno Note di vario genere che procedono da pagina 43 a pagina 160. Questi più o meno lunghi approfondimenti o esplicazioni tendono, nel loro complesso, a rallentare la veloce corsa della prima sezione del libro attardandosi su ricordi, stati d’animo, ritratti e paesaggi umani, dialoghi, luoghi spesso ispirati da notevole forza espressiva ed emotiva. In altre parole, come accennato, riprendendo quella magmatica esperienza di viaggio e di vita che è propria di Emanuelli.

La prima sezione appare, infine, annotata a margine. Dovrebbe trattarsi solo di brevi e veloci sommarietti dei paragrafi ai quali sono posti accanto ma che, spesso, sanno proporsi a loro volta quali lampi ricchi di ulteriore senso orientativo di ciò che si sta leggendo.

Anche per cogliere meglio quanto appena detto, seguiamo pure a lungo il Piovene della quarta di copertina, còlto a misurarsi con la struttura bipartita dell’opera:

Nella prima, che ha la cadenza del poemetto in prosa, l’allusione lirica a un fatto, il consuntivo, la sentenza; nell’altra, più lunga, le note dove il fatto da cui è scoccata l’immagine è rievocato per disteso. […] Quell’ottimo scrittore che è sempre stato Emanuelli si è trasferito interamente in una dimensione poetica e, alla vigilia della morte, è andato oltre se stesso. È in presenza delle proprie larve: la prima larva è lui, testimonio del mondo involontario e non richiesto, tra mille altri testimoni involontari e non richiesti, nei quali, come in lui, la vita si brucia, ognuno con le proprie scelte e mitologie illusorie. Nessuno ha un destino: “una stessa vita la si adatta a un numero infinito di storie”. Ma questa spuma umana è l’unica vera storia: mentre è inutile e irreale quella che chiamiamo la storia, vacuo pretesto di torture, esecrando museo d’orrori. Eppure bisogna guardarsi dal ricondurre il libro a una nuova versione del vanitas vanitatum e ad una riscoperta che la vita è cenere. Non fosse che per ragioni stilistiche. Il colibrì della memoria, ed il colibrì della vita, continuano a svolazzare sull’eruzione delle immagini effimere, struggenti, dolci, repellenti, atroci, splenetiche, enigmatiche più che vane. La testimonianza è mancata, rimane il brulichìo della vita. L’uomo che ormai convive con la propria morte, e forse presagisce il proprio momento finale, vede gli uomini di cui ha voluto essere testimonio come suoni nel grande stormire dell’universale, che conduce per loro mezzo il suo discorso incomprensibile, tenuto su un registro che non conduce all’orecchio.

Forse quell’”esperanto medianico” di cui scrive l’autore in un’annotazione a margine di pagina 37, perché

soltanto nel nostro silenzio, là dentro, usiamo tutti la stessa lingua. Medianicamente i nostri silenziosi pensieri vanno e vengono tra me e loro, tra loro e me, ora suono ora eco e l’armonia esiste.

E insomma, in ultima analisi, cosa è Curriculum mortis? È il funereo colibrì delle grotte di Furnas a Rio De Janeiro, con il quale Emanuelli gioca una sua particolare mimesi totemica: “fatemi volare a mio piacere, ora in avanti ora all’indietro, come un piccolo, nero colibrì” (pagina 19 e nota, ma poi diversamente ripreso anche a pagina 30). Oppure lo shaker che il nero Joe, vestito di bianco, agita; o la presumibile andatura ubriaca di Erkki Kokko, il lappone sdentato, ex cercatore d’oro sul Lemen, “succhiatore d’alcool denaturato”. Curriculum mortis è il meccanismo di un grande orologio a pendolo, sempre in moto tra la vita e la morte; tra i tempi e gli spazi e tra il tempo e lo spazio; tra i libri e gli articoli letti e scritti; tra i viaggi compiuti e i lunghi ritorni; tra la poesia e il montaggio reportagistico/esistenziale; tra il singolo e la comunità dei vivi e dei morti.

Curriculum mortis vinse il premio intitolato a Grazia Deledda.

Enrico Emanuelli

 

 

La masseria di Giuseppe Bufalari e la modernizzazione del Sud – Intervista a Antonio Celano di Sara Calderoni su Fuori/Asse, novembre 2016, n.18

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La copertina del n. 18 di “Fuori/Asse” illustrata da Lucio Schiavon

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http://www.cooperativaletteraria.it/index.php/fuoriasse/115-fuoriasse-18/744-fuoriasse-18.html

 

Italo Calvino e Baccinin nei gerbidi

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Questa recensione è stata pubblicata con lo pseudonimo di Maurizio «Dodo» Voltolini nella rubrica Libri di «Diana» n. 7 (2206)/2013.

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La raccolta di racconti “Ultimo viene il corvo” fu data alle stampe da Italo Calvino, per i tipi dell’Einaudi, nell’agosto del 1949. Raccoglieva trenta racconti brevi, diversi già apparsi su quotidiani e periodici, scritti tra l’estate del ’45 e la primavera del ’49. Di questi trenta racconti, alcuni furono ricollocati in successive raccolte, altri scartati e sostituiti con scritti posteriori. Dal ’76 in poi, infine, si tornò all’esatta riproduzione della prima raccolta, ché tutti i racconti furono in ogni caso ritenuti validi per la ricostruzione di un clima e di un’epoca. È infatti la stagione migliore del neorealismo, quella più immediata, espressiva. Come scriverà lo stesso Calvino, in un quadro condiviso che era stata l’esperienza collettiva e devastante di una guerra: “si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva avuto storie drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca”. Di qui pure il recupero positivo del parlato, delle espressioni dialettali, di una certa “mimica dei personaggi”. Ma che in Calvino hanno già qualcosa di nuovo, una scrittura urgente, senza compiacimenti eppure ironica, favolistica, quasi l’autore avesse già ben chiari quegli elementi stilistici di leggerezza, rapidità ed esattezza che sono il lascito più tangibile della sua successiva produzione.

Ingredienti che è possibile trovare anche nei racconti rusticali dedicati a episodi di caccia: basti pensare al capolavoro che ancora oggi dà il titolo alla raccolta, ad esempio, oppure all’ironica favola “Il bosco degli animali”. Brani che pongono, però, questioni morali per cui la perizia nello sparo o nel raggiungimento del bersaglio mai si slegano dall’episodio resistenziale ai tedeschi.

Racconto, invece, pienamente ispirato a un episodio venatorio è un altro piccolo capolavoro: “Uomo nei gerbidi”. Albeggia, dalla costa si scorgono le coste della Corsica, segno che il tempo sarà buono. Due cacciatori, padre e figlio, si inerpicano alle spalle del paese. Come in altre storie di Calvino, si intuisce tra i due una difficoltà di relazione. Tuttavia il padre presto lascia il ragazzo a un incrocio tra sentieri, dice: “Io andrò all’altro passo. Quando arrivo fischio e tu slegherai il cane. Tieni aperti gli occhi che è un momento a passare la lepre”.

Intanto, mano a mano il sole si alza, prendono forza i colori, il paesaggio si fa riconoscibile, si scorge “la nera nuvolaglia degli uliveti” e un bosco spelacchiato e bruciato. Tutto è come quando gli occhi si riaprono alla luce: lame di foschia sul mare impediscono di cogliere pienamente l’orizzonte, mentre la città, di sotto, emerge dalle ombre. Il luogo, Colla Bella, finalmente si mostra per quello che è, una terra scabra, di erbe dure, di rade piante stentate.

In cima a questi gerbidi c’è la casa di “Baccinin il beato”, un contadino anch’egli con la passione per la lepre: un uomo “magro che per vederlo bisognava si mettesse di profilo”. Non è un caso, dunque, che, in un numero dell’”Unità” del ’47, il racconto prendesse in un primo momento il titolo di “La casa di Baccinin”. C’è sempre, in Calvino, una stretta rispondenza tra l’uomo e il paesaggio che abita. E come lo stesso scrittore aveva già fatto notare, il contadino ligure è solitario, scontroso, proprietario e schiavo di fasce di terreno strappate alla costa. In perenne lotta con tutti, dal governo alle erbacce, persino con se stesso, questo lavoratore, aggiunge Andrea Dini, resta però ammalato di terra, ossessionato dalla “roba” tanto quanto un contadino del Sud.

Baccinin vede il giovane, scende da lui, gli chiede se la guerra è finita, anche se è finita da un pezzo. Ma forse ha timore delle sue personali o di quelle che pensa verranno. Baccinin rimastica continuamente le parole, le ripete; pone domande retoriche di cui sa già la risposta, che è “Scarogna, scarogna”: i carciofi non hanno preso, le fave son seccate, come cacciatore è uno “schiappino”, manca sempre la lepre e, quando la prende, la cagna scappa. Anche sua figlia Costanzina è “selvatica come una capra” e ha la faccia, la bocca e gli occhi a oliva. È immersa nella vita dei campi ma, come il ragazzo, è diversa dal padre: la notte, quando spariscono le luci della città, ha paura, ricorda ancora le bombe. La città l’affascina, l’altra sorella se ne è già andata.

Pendolando tra la casa e la posta, Baccinin finisce per frapporsi tra il giovane cacciatore e il cane che torna dietro la lepre. Staziona, chiacchierando, all’incrocio, come inconsapevole di ogni gioco di squadra, incapace di partecipare, di collaborare, di uscire dalla sua condizione ostinatamente isolata. E così la lepre balza via. Spunta il padre sacramentando dietro al cane. Chiede se qualcuno l’ha vista, ma Costanzina è già su, alla casa, e Baccinin non s’è accorto di nulla. Il giovane, che non ha chiesto al “beato” neppure di scansarsi, tace. Il gruppo si disperde, ognuno distante e silenzioso.

Calvino_Gerbidi   Gerbido grigio