Antonio Celano

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Scrittori livornesi sbarcano allo Strega. Neri Pozza candida Sette opere di misericordia

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Questo mio articolo, in occasione della presentazione al Premio Strega del romanzo di Piera Ventre Sette opere di misericordia (Neri Pozza, 2020), è stato pubblicato su «QN – La Nazione» il 5 marzo 2020.


 

 

 

 

 

 

 

Il tempo e il cambiamento. Lettera a Paolo Restuccia su Io sono Kurt (Fazi, 2016)

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Caro Paolo,

“È proprio una cosa da ridere: abbiamo vent’anni solo per ricordarli quando ne avremo quaranta”, scrivi, con grande acutezza, aprendo il tuo romanzo Io sono Kurt. Eppure, la nostalgia non è la prima nota olfattiva, o la sola, che mi giunge dalle tue righe. Semmai una suggestione, una memoria generata dal sorriso di Anna, un ritornare indietro nel tempo e ritrovare le innocenti domande di Alice allo Stregatto uscito dalla penna di Carroll: che direzione prendere, che strada scegliere per arrivare da qualche parte, purché si cammini abbastanza a lungo? Domande candide, dicevo, ma forse anche illogiche se le aperture, tutti i luoghi del tuo noir sono, in fondo, corridoi: luoghi stretti e lunghi, claustrofobici nel loro obbligare al fondo, in basso e nel buio, in una corsa a fari spenti, dove persino un diavolo non domina, ma espia.

Perché l’Inferno è una buia fossa d’Oceano graffiata solo da rare luci elettrofore, lampàre feroci e mortali. Che però il tuo Kurt sa scartare, deviando ogni volta dal tracciato obbligato, seguendo i ricordi, scoprendosi impermeabile al Money it’s a gas dei nostri tempi, deviando dalla strada, mettendosi a inseguire un demone ma, in definitiva, solo se stesso, alla ricerca del suo passato emotivo.

Non è un caso che ci sia così tanta musica nel tuo romanzo: l’ho ascoltata tutta, leggendolo. L’ho trovata sempre necessaria al racconto, stringente, direi, come la matematica che tu giustamente evochi; o l’amore, la morte. Ma alla musica, come colonna sonora che riassuma una vita al bivio, resta sempre una marcia in più della logica, perché ha dalla sua quella dimensione così radicalmente umana che è capace di uno sfaglio che è redenzione, salvezza. Redenzione implica un’idea di liberazione da ogni stato di cronica impurità, di inettitudine, di afflizione: è possibilità di una rinascita una volta pagato il prezzo altissimo in rinunce che comporta. È per questo che è per pochi, anzi solo per Kurt.

E così mi faccio solo un’ultima domanda che possa essere rivelatoria del tuo romanzo: che forma abbia, quale struttura. Per fortuna, soccorrono i tuoi personaggi: Anna e Nadia oppure quest’ultima e Svitlana, Boban e Mauro… Coppie. Gemelli. Endiadi, forse. E poi Andrea Brighi/Kurt e Stefano Zanchi/Il Diavolo Biondo: doppi, questi ultimi, sempre con un sé più o meno scollato dalle intenzioni che i nomi di battaglia vorrebbero realizzare e imporre. Due protagonisti che trovo molto moderni. Tutti, comunque, personaggi a ribaltamento, oscuri in parte a se stessi, tutti costretti a guardarsi in uno specchio deformato dai feed-back, dirimpettai di se stessi in colonne separate di uno stesso condominio, da dove guardano trascorrere parallele le loro diverse stagioni. E tutto questo è possibile solo perché il personaggio principale del tuo romanzo – Paolo – è il Tempo. Un tempo curvo come i bracci contrapposti, vibranti e musicali di un diapason da dove anche Andrea Brighi guarda Kurt e viceversa, entrambi irrisolti, su e giù a rincorrersi nell’ascensore degli anni senza che la magica forcella riesca a produrre un definitivo “La” di accordo tra i due.

E così – a differenza degli altri naufragati personaggi – Kurt/Andrea, sconfitto o perdente che sia, cerca in tutti i modi di affrontarsi, di rincorrersi e cogliersi tra maturità e adolescenza. E questa ricerca scivolerà fino al suo punto focale, alla congiunzione dei bracci, dove, ognuno per suo conto e fuori ogni tempo massimo di recupero, Kurt e Andrea scopriranno, anticipati da un crudele espediente metonimico, l’odore nauseabondo della vita estirpata, dell’amore che, anni prima, s’era fatto necrosi e morte: quel lembo di cotone, luminoso e bianco, aborto avvenuto di ogni cambiamento: tra tutte le strade possibili quella che avrebbe potuto essere e non è stata.

 

Paolo_Restuccia

 

 

 

 

Rossella Montemurro, Calci e pugni sul tetto del mondo. Biagio Tralli, identikit di un campione

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Ci sono libri che si prendono per quello che appaiono a prima vista, finendo per non coglierne l’importanza più complessiva. Calci e pugni sul tetto del mondo. Biagio Tralli, identikit di un campione, di Rossella Montemurro (Altrimedia, 2019, pp. 112) è tra questi. Perché la lotta del campione, qui, anche se c’è, non è la prevedibile narrazione della quotidianità del sudore, del sacco, dei colpi, dei ganci né pretende, al contrario, di divenire nulla di letterario, di “alto” o sublimato rispetto alle vittorie o alle sconfitte sul ring. Resta essenzialmente una cronaca – molto ben raccontata in un libro ricco di retroscena e curiosità di ogni tipo – di come si possa arrivare, da una piccola città di provincia, a vincere, nel febbraio 2008, un campionato mondiale WAKO di full contact (nota specialità del kickboxing).

E tuttavia, ciò che si coglie in ogni riga dell’identikit di Biagio Tralli, è quanto la battaglia per la propria affermazione abbia richiesto un atteggiamento caparbio (ma con molto giudizio) ben prima di affacciarsi sulla porta di qualsiasi palestra o sul ciglio di un tatami. Perché il primo avversario, quando si nasce in regioni come la Basilicata, è il dato di mentalità della comunità dove si nasce e si vive.

Non si tratta di fare del comodo «cardellismo» o, in altre parole, della facile retorica su presunte, estreme opposizioni di un Sud retrogrado e violento ai desideri e ai progetti di affermazione di un ragazzo, magari anche un po’ suggestionato dai celebri anime basati sulle avventure di Naoto Date, L’Uomo Tigre, trasmesse in Italia, in Tv, a partire dai primi anni Ottanta. Si tratta, invece, di qualcosa di molto più sottile, per nulla violento e molto più efficace: l’osservazione che, avviarsi a un’attività qualsiasi che non appaia immediatamente «concreta» o «lucrativa», esposta all’incertezza del fallimento, trasforma ogni pur legittimo dubbio nel tarlo ossessivo dell’autocastrazione e di quella altrui. Scrive, non a caso, Rossella Montemurro, che Biagio Tralli: «ha saputo resistere alle critiche di quanti hanno provato a fargli cambiare idea, hanno tentato di incanalarlo verso un futuro tranquillo: un posto fisso, una famiglia…». Ed è qualcosa che non si sconfigge mai. Anche quando gli stessi familiari hanno iniziato a seguirlo nella carriera agonistica e anche dopo, quando il maestro Tralli apre a Matera, tra mille difficoltà, la sua prima palestra, ricorda il diuturno tentativo di infilare lo straccio nell’ingranaggio: «Mi remavano un po’ tutti contro perché si associava la kickboxing alla violenza e ai nasi rotti. Anche i miei genitori non volevano che l’aprissi. Avevo un posto buono, quello del tappezziere – facevo il doppio dei minuti della produzione perché mi servivano i soldi – addirittura mio padre mi diceva di non lasciare, “Quello è come un posto fisso”, il famoso e ambitissimo posto fisso del Meridione. Adesso è subentrata solo la cassa integrazione anche in quel settore: l’indotto dei salottifici, che portava benessere alla città. È entrato in crisi». Uno straccio che, anche una volta deposto dalla famiglia (che, alla fine, contraddittoriamente, pur non benestante, si svena per sostenerlo), è pronto a raccogliere la banca, che blocca il prestito: «avevo un nome ma ero punto e a capo come se fossi un ragazzino. Essere lì con la garanzia del papà a trent’anni non è il massimo».

Ma chi è, allora, prima del ring e sul quadrato, Biagio Tralli? Classe 1976 (Ariete: i segni zodiacali, nella lotta, svelano sempre qualcosa!), nel 1988 si iscrive in una piccola palestra di quartiere a Matera. L’anno dopo la folgorazione: l’incontro con Donato Milano, per sedici anni allenatore della nazionale italiana, giunto a Matera per uno stage. È l’incontro che pone fine ai sogni e alle illusioni dell’adolescente Biagio per trasformarli in aspirazioni e progetti per il futuro. Pur di farsi allenare da Milano, Biagio, a giorni alterni, fa ottanta chilometri in vespa per andare ad allenarsi a Gioia del Colle, nella palestra del suo mentore. Lo fa di nascosto – come sottraendosi agli occhi onniveggenti della comunità-Sauron – perché nessuno lo accompagnerebbe là, tredicenne. Biagio sale per la prima volta sul ring diciassettenne, ne scende solo nel 2009 dopo aver disarcionato il campione del mondo in carica, il franco-algerino Alì Kanfouah. In mezzo, mille lavori per sostenersi: aiutante fotografo, tagliatore di legna, raccoglitore di mandorle, pizzaiolo, tappezziere… niente alcol, niente sigarette, niente fumo o altri stordimenti che fiaccano la volontà di molti suoi amici, lasciandoli, a occhi chiusi, nel mondo dorato dei sogni.

Sacrifici, si dirà. Ed è detto anche nel libro di Rossella Montemurro. Però, le parole, a Sud, vanno cambiate. Non dico cancellate, ma consegnate a una nuova gerarchia. E allora facciamolo, perché Biagio Tralli non ha mai sognato mentre, invece, ha appassionatamente aspirato, e poi ossessivamente, coscientemente progettato la sua vita, come richiede uno sport come questi che è sì arte del corpo, ma pure eminente disciplina del cervello (quella che Tralli chiama la «centralina»).

Ribaltiamolo, allora, questo termine: «sacrificio». Cos’è il sacrificio? È un’offerta rituale, in questo caso di propiziazione, certo. Ma, nelle parlate meridionali, il termine ha preso la piega del dolore, della sottrazione subita, della rinuncia, del peso. Per cui, anche se il risultato, alla fine, è positivo, sempre rimarrà come appesantito da una patina scura. Una vittoria che è e sarà sempre di Pirro.

Ora, è ovvio che nulla di quello che ha realizzato Tralli sia stato scevro da duri «sacrifici», ma vogliamo sottomettere, finalmente, questo sostantivo a un altro che pure gli è legato? Scrive la Treccani: «Scelta: Libero atto di volontà per cui, tra due o più offerte, proposte, possibilità o disponibilità, si manifesta o dichiara di preferirne una […] ritenendola migliore, più adatta o conveniente delle altre, in base a criteri oggettivi oppure personali di giudizio, talora anche dietro la spinta di impulsi momentanei, che comunque implicano sempre una decisione». Ecco, a me piace immaginare che Biagio abbia fatto la sua scelta. Una scelta sempre più tersa, pura, limpida. Perché il successo, prima di scalare ogni cima, è un luogo di solitudine dove la tua volontà ti ha portato: un campo dove – se ti giri indietro a guardare – nessuno è riuscito a seguirti. E, se proprio là non cedi, spaventato da te stesso, è allora che sei pronto per scalare.

Oggi, dopo le sue battaglie, Biagio Tralli insegna la sua tecnica e la sua esperienza, forma i campioni a venire. Ma fa della sua palestra anche un luogo di esercizio di regole semplici e chiare, valide anche nella quotidianità. L’aretè è un termine che, in origine, a Sparta, designava la capacità richiesta a una persona (uomo o donna, alla pari) di assolvere bene il proprio compito in un certo ambito o luogo. E dichiara Tralli che, «personalmente, a me non è pesato, da adolescente, fare queste rinunce. Non mi è pesato perché la kickboxing mi piaceva. C’era chi fumava spinelli, chi si ubriacava, chi fumava le sigarette… Oggi me li ritrovo in palestra e mi chiamano Maestro. In tanti, anche, mi ripetevano “Tu sei pazzo”. Oggi mi chiedono scusa dicendo che ho fatto bene a pensare con la mia testa. E che hanno sbagliato». Insomma, Biagio Tralli ci dimostra che non si è ancora campioni nemmeno quando siamo giunti sulla cresta del monte, ma pienamente solo quando se ne discenda a dare senso e sostanza a un campo sia pur già fertile, ma che restava improduttivo.

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Alcuni momenti della presentazione del libro. Da sinistra Gianni Laterza, Donato Milano, Biagio Tralli, Gabriella Lanzillotta, Rossella Montemurro, Vito Santarsiero, Giuseppe Tragni

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L’amore bianco di Francesca Piovesan. Parlando di A pelle scoperta, di Francesca Piovesan

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CopertinaFrancesca Piovesan

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa recensione è stata pubblicata su «Letteratitudinenews» il 21 dicembre 2019.

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Benché Francesca Piovesan sia veneta, c’è qualcosa di eracliteo nella sua raccolta di racconti A pelle scoperta (Arkadia, collana Sidekar, 2019, 128 pp.), qualcosa in continua trasmutazione: che è quello, ma che è anche non quello; un dinamismo della realtà che è stallo.

https://letteratitudinenews.wordpress.com/2019/12/21/a-pelle-scoperta-di-francesca-piovesan-recensione/?fbclid=IwAR3lOykjB1zjhTUAHzO9r0jeDGJd05oSaOtSHQgCdSWEsXbVR7Cb_mZPSPs

 

Written by antoniocelano

gennaio 1, 2020 at 11:04 pm

4. Wut!

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Non credo che la natura di questa parte della Norvegia possa dirsi “sulfurea”, “torturata” o “violenta”, come invece quella islandese. Ma, certo, in molti tratti capace anch’essa di mostrarsi “aspra”, o “tormentata”. Sanno dirlo le frane, per esempio: quegli ammassi di pietre dove poco riesce a risollevarsi la vegetazione, o le incombenti pareti dei fiordi dove si generano: mai lisce, mai placide, scolpite alla brutta – solcate da lunghe, filiformi cascate estive – laddove tutto appare fisso eppure in forse fino a farmi temere che, tra i lunghi denti dei graniti, si annidi il fragile armistizio di un’apocalisse.
E questa opera di mare e di gelo dissolto sa a un tratto sorprendermi se, entrando nel Geirangerfjord, alla mia dritta mi osserva un volto guerriero. Che subito cerco di spiegarmi con due piloni staccatisi sotto un toro di roccia, poi con la Gestalt e con le manie antropomorfe a cui ogni uomo, alla fine, s’inchioda come al becco di sangue di un gabbiano. Eppure, la nave, avanzando, non riesce a glissare consegnando un’altra parvenza a quel volto, assolvendolo dal dover significar qualcosa. Il volto resiste, fermo: il suo sguardo nel mio. E mi sento, a un tratto, come di fronte a un Argonath scolpito solo dal caso naturale. Certo senza braccia che possano ammonire un’entrata improvvida, senza ascia, senza corona; eppure corrucciato, austero, gigantesco e grigio, come apparve agli occhi di Aragorn. Mi rallegro, quasi, che la sua spinta si sia spenta nella roccia, forse anche placata dai lisci capelli delle Sette Sorelle d’acqua che scorrono a mare. Ma per quanto?
In seguito, altri volti guerrieri, ma più sfuggenti e accorti, si sono defilati intorno all’Hyvlatonnå (Preikestolen) di Lysefjord.
Come per la Stavkirke di Fantoft, in Norvegia c’è qualcosa nelle cose: una storia geologica o umana, non importa, che vuole uscir fuori, che vuole liberarsi. Un tormento primordiale, irriducibile a tutte le strutture costruite sopra dal tempo. Qualcosa di irrazionale – le fiamme dei draghi – ma anche di improvviso. Selvaggio, ecco. Feroce.
Ne ho la prova giorni più tardi, in un luogo più a Sud, dove, per giunta, non dovrei più aspettarmi niente. Eppure.
Sono sulla Gotaplatsen di Göteborg, ormai in Svezia. Osservo il dio Nettuno di Carl Milles, fontana figlia dello stile “Accademico moderno”, ricca di soggetti mitologici classici quanto più lontani da qualsiasi Pantheon scandinavo. A differenza di altre opere di Milles, solitamente slanciate su colonne, Poseidone sorge in un gioco vitalistico di acque, circondato da piccole sirene festose e pesci guizzanti, tipiche dello stile di questo scultore.
Intento a far foto, arrivo di lato ai piedi della fontana e il mio sorriso si infrange sulla testa di una creatura marina, una tartaruga – non so – ma feroce di denti, gli occhi strabuzzati, che sfonda la base della scultura addentando un pesce nell’ultimo guizzo possibile di morte o di salvezza.
“Wut”, lo chiamavano gli antichi popoli germani e chissà se anche i primitivi abitanti di queste terre, i Geati, i Goti discesi dalle antiche tribù dei Götar. Wut: la furia, il gesto istintivo, rabbioso, collerico di vendetta o di guerra. Insomma, il “ferocem” latino, la “fera”, la belva, il “ferus” più selvaggio e, forse, anche il “ferre”, cioè l’abbandonarsi, il precipitare, sebbene in una delle sue accezioni più pure e inquietanti. Qualcosa di irriducibile, un’onda sfiguratamente spenceriana, che dagli uomini ho visto risalire – è stato un attimo! – verso ere ormai fossili…

 

Antonio Celano (agosto 2019)

 

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3. Se (nel fiordo) la sera è la campagna

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È stato al momento di lasciare Geirangerfjord che mi ci sono impigliato, là restando, forse, per sempre. In fondo, avrei dovuto solo girare le spalle come un turista tra gli altri, un curioso – entusiasta, certo, dell’escursione. Invece, cos’è stato a trattenere un pezzo di me, cos’è stato a mutarmi?
“Campagna”. Al momento di lasciare il fiordo, improvvisa, ho intravisto questa parola trascorrere nel fitto dei pensieri. E mi ha sorpreso, perché non ci sono terreni aperti qua – mi son detto – solo lingue di terra, in qualche punto terrazzate, sicuramente curate, ma non coltivate. E non ho visto bestiame, pollame, animali da cortile; io, almeno.
Più tardi, a Bergen, avrei riflettuto sul bosco che può trovarsi anche appena fuori dal centro. A Stavanger che ci si può entusiasmare, sotto i graniti a strapiombo, per poche caprette; ghiotte delle piccole carote lanciate loro, dei brevi rapporti umani strappati al via vai delle imbarcazioni, di quel po’ d’erba che può imporsi alla roccia. E poi? In Toscana ho imparato che la campagna è anche tempo di villeggiatura e che questo aspetto là non mancava, soprattutto quando diradavano le case.
Ma, per me, l’archetipo della campagna è quello lucano degli anni Settanta. Quella è la campagna che mi scorre nel sangue, nella saliva, nel muco del naso, e così son risalito sulla nave, e tutto mi era parso senza un senso. Ed è stato nello sguardo ultimo lanciato di coperta per distacco, che ho colto che era la luce – non la terra – a dirmi quel nome. Era quella sera perenne a rendere brevi e ovattati i suoni e più dolci gli occhi degli animali alla stalla – io, solo coi miei nonni – mentre l’aria diffondeva afrori tiepidi, nostalgia e languori e solitudine. Era quella la penombra dove mi acquattavo e accartocciavo, dove era la pena a serpeggiare in quello spegnersi. Anche là, la campagna, in quell’ora, era per me come non saper decidersi, o reagire. O fare.
Antonio Celano – agosto 2019

 

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Written by antoniocelano

agosto 16, 2019 at 7:00 am

2. La natura del Vestlandet

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Mitezza e asprezza mi hanno fatto visita costantemente navigando le coste del Vestlandet norvegese. Non parlo di uno stato interiore o dei caratteri delle genti di quelle contee; parlo di una “condizione” geografica di quelle insenature, di quelle rocce del Geirangerfjord o degli isolotti fino a Stavanger. Pietre tagliate dolcemente come pani ancora caldi, inaspettate rotondità “lacustri” che si susseguono in un’aria dolce (nonostante sia fredda), penombrale. È una natura placata, che si mostra temperata come, oggi, ormai, certe mura medievali ancora in piedi. Non più l’urlo granitico dello Scudo Baltico, non più lo stridore delle zanne di chilometri di ghiaccio verticale, lo sfregare di sassi su sassi, di pietra su pietra…
Scopro, allora, qualcosa di spossato in questa roccia, qualcosa di antico e di arreso; qualcosa che regala un’inattesa nostalgia del presente, tutta dentro il paesaggio: forse un ricordo, un rumore di fondo che non si fa ascoltare, ma che pure sento mentre la risacca della notte lentamente viene e poi scivola via…

Antonio Celano (agosto 2019)

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Written by antoniocelano

agosto 13, 2019 at 12:10 am

1. A Bergen c’è una chiesa di legno

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La chiesa luterana di Bergen (una delle “Stavkirke” diffuse un po’ in tutta la Norvegia) la trovo in un parco ai margini della città, protetta da un boschetto di faggi. La sua singolare struttura architettonica mi rivela quanta fatica abbia dovuto fare il processo di cristianizzazione in una terra così poco abitata, estrema e fredda per un proselitismo dai risultati davvero stabili. E, tuttavia, pure denuncia quanta resistenza abbia opposto il paganesimo norreno. Con il risultato di qualcosa di molto diverso da quello nostrano, alla fine sconfitto e sussunto residualmente in alcune pratiche religiose cattoliche. In Norvegia, credo, invece, abbia soccorso qualcosa di più, come una forza mai domata, dura come i ghiacci, ma vitale e, in certi casi prepotente: le fiamme e le scaglie dure del drago sui tetti e negli intarsi interni, le chiglie rovesciate delle navi vikinghe, i profumi sacri del faggio che si sentono aggirandosi per gli spazi angusti della costruzione.

Così ho pensato al cospetto di questa piccola, semplificata ed essenziale sede di culto recentemente ricostruita dopo un incendio a sfondo satanista/Black-Metal (probabilmente un altro intruso bicipite covatosi tra le ombre del puritanesimo e le pieghe della nostra modernità).

Antonio Celano (agosto 2019)

 

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Written by antoniocelano

agosto 12, 2019 at 11:40 pm

Dopo il diluvio. Tra il grottesco e la comicità. L’esordio di Malaguti

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Questo mio articolo, in margine alla presentazione del romanzo “Dopo il diluvio” (Exòrma, 2019), è stato pubblicato su «QN – Il Telegrafo» il 19 maggio 2019.


 

 

 

Libri d’autore: Sillabe incontra il saggista Zaccuri. Il suo Alexander Calder testimone della felicità

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Ecco l’articolo che, a Livorno, ha segnalato l’uscita del volume Calder, la scoperta della felicità di Alessandro Zaccuri (Sillabe, 80 pp.). Buona lettura… anche del libro, si spera!


 

 

Per nessun motivo di Vichi. Un romanzo con finale a sorpresa

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Questo mio articolo, in margine alla presentazione del romanzo di Marco Vichi “Per nessun motivo” (Guanda, 2019), è stato pubblicato su «QN – Il Telegrafo» il 18 marzo 2019.


 

 

 

 

Niente caffè per Spinoza. Tutti hanno bisogno dell’altro

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Questo mio articolo, in margine alla presentazione del romanzo “Niente caffè per Spinoza” (Einaudi, 2019), è stato pubblicato su «QN – Il Telegrafo» il 7 marzo 2019.


 

 

 

La grande testimonianza di Daniela Dawan

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Questo mio articolo, in margine alla presentazione del romanzo “Qual è la via del vento” (Edizioni e/o, 2018), è stato pubblicato su «QN – Il Telegrafo» il 24 febbraio 2019.


 

 

 

Un romanzo psicologico (e perché leggerlo). Parlando di A Bordeaux c’è una grande piazza aperta di Hanne Ørstavik

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Questa recensione è stata pubblicata su «Letteratitudinenews» il 3 dicembre 2018.


 

Perché parlare di Hanne Ørstavik e del suo romanzo psicologico A Bordeaux c’è una grande piazza aperta (Ponte alle Grazie, 2018, 228 pp.)? In fondo – pur conosciutissima all’estero, tanto da esser stata tradotta in ventisei lingue e aver recentemente partecipato alla finale dei National Book Awards nella Shortlist della sezione «Translated Literature» – è una scrittrice norvegese tradotta per la prima volta in Italia, per giunta senza nemmeno essere una giallista.

Perché, allora?

https://letteratitudinenews.wordpress.com/2018/12/03/a-bordeaux-ce-una-grande-piazza-aperta-di-hanne-orstavik-recensione/

«Parole dell’arte»: Celano firma la nuova collana edita da Sillabe

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Questo articolo, firmato da Michela Berti, è stato pubblicato su «QN – Il Telegrafo» il 14 aprile 2018.


 

 

 

Come sono fatti certi libri, 22 / Curriculum mortis, di Enrico Emanuelli

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Questo articolo è stato pubblicato su «Vibrisse – Bollettino di letture e scritture a cura di Giulio Mozzi» il 7 settembre 2017.


 

https://vibrisse.wordpress.com/2017/09/07/come-sono-fatti-certi-libri-22-curriculum-mortis-di-enrico-emanuelli/

di Antonio Celano
Emanuelli: Curriculum Vitæ

Con quella “novarese” dei Soldati, Zanconi, De Blasi, Bonfantini e Giachino, Enrico Emanuelli può ascriversi a una generazione formatasi alla scuola di un giornalismo intimamente legato alla letteratura. Pur riuscendo poco a incidere sul piano del rinnovamento linguistico e sperimentale, il gruppo dei fondatori della rivista La Libra (che annovera, tra i suoi collaboratori, Piovene, Noventa, Debenedetti, Raimondi ecc.) insiste particolarmente sulla necessaria tensione morale richiesta allo sguardo dello scrittore: risultato da raggiungersi, tra l’altro, attraverso una narrazione quanto più autentica possibile dell’esperienza umana e della vita vissuta.

Un lavoro, sul piano giornalistico, passibile di diventare particolarmente sofferto, da “ruminante”, ma, proprio per questo, sin dall’inizio ben cosciente di una sua netta distanza dalla velocità “digestiva” della pagina di cronaca. In realtà, scrive Vigorelli (in Carte d’identità. Il Novecento in 21 ritratti indiscreti, Camunia 1989), le “tappe della narrativa di Emanuelli sono, e cioè erano, così saltuarie, che più di un critico, anche riconoscendogli altri titoli, lo ritenne spesso un ‘perduto per la narrativa’”. Ciò non toglie che per tutta la vita egli si senta più uno scrittore che un giornalista.

Tuttavia, pur esordendo tra il 1928 e il ’29, a circa vent’anni, nella suaccennata doppia veste, Emanuelli deve la sua prima notorietà alla carriera di giornalista, iniziata come inviato speciale in Spagna e poi in Africa, qui nei panni di inviato di guerra. Un giro del mondo che lo porta in Europa, in Indocina e, ancora, in Unione Sovietica, America, India, Cina, sempre consegnando pezzi formalmente eleganti, puliti e stilisticamente sostenuti da una grande confidenza con i classici italiani e francesi (di cui fu traduttore). Ma anche dando alle stampe reportage che, pur presentandosi come diari di viaggio, hanno la caratteristica di offrire “di tutto, l’inchiesta sociale, la notazione politica, il ritratto degli uomini e delle cose”, con in più l’attitudine di accumulare e interiorizzare quelle esperienze; quasi che, facendole “macerare” dentro a lungo, debbano servire, poi oggettivate, “non tanto a un futuro romanziere quanto addirittura ad un già presente personaggio da romanzo” (Vigorelli).

Curriculum mortis come epitesto

L’intenso girovagare di Emanuelli si arresta attorno alla fine degli anni ’50. Tuttavia, il desiderio di tornare a occuparsi maggiormente di cultura per La Stampa, dove lavora, resta piuttosto frustrato. Dopo la vittoria al Bagutta, nel ’59, con il romanzo Uno di New York, e la rottura con De Benedetti, nel 1963, finalmente approda alle pagine culturali del Corriere della sera. Dalle colonne del Corriere Letterario, dove lo scrittore lavora nella stessa stanza con Eugenio Montale, Emanuelli dimostra non solo una grande apertura intellettuale, ma anche di saper bene leggere i mutamenti culturali del suo tempo accogliendo, sia pur in burrascoso confronto (fermo restante la sua formazione), gli enragé della neoavanguardia. Forse non è, allora, un caso che Emanuelli, da tempo pubblicato da Mondadori, editi gli ultimi suoi due (e più particolari) libri con Feltrinelli. Casa editrice che, sotto la direzione editoriale di Gian Piero Brega ha, in quegli anni – supportato da Nanni BalestriniAldo Tagliaferri come responsabile della narrativa.

In più, scrive bene Luciano Simonelli (in Enrico Emanuelli: mai rubare un pensiero, Milano 2013), che al solito senso dell’ironia, in questo periodo si insinua pure, nello scrittore novarese, “una sottile angoscia” legata al senso del tempo, che si sovrappone a quella. Una constatazione spesso sovrinterpretata dai commentatori, su carta e sul web. Ché giudicare Curriculum mortis un libro profetico (certo complice la sua pubblicazione postuma), pur considerando la lunga malattia al rene destro e la preoccupazione per il cuore accusate da Emanuelli, sarebbe come dire che solo pochi sono in grado di predire che dovranno morire.

Emanuelli muore, infatti, nel giugno del 1967 e la scrittura del libro inizia già nel 1958, sulla carta da lettere del Lexington Hotel di New York, tra l’altro col titolo provvisorio di Ad un mescolatore di Martini dry. Dunque, se mi sembra esagerato parlare di profeticità – prospettiva semmai da accogliersi solo sulla base dell’ultimo titolo posto molto dopo sulla copertina – la verità del contenuto credo stia, invece, nel senso del tempo che, come anche quello dello spazio e della scrittura, in Emanuelli, ha un moto costitutivamente e diuturnamente pendolare.

Un accenno, molto interessante, a Curriculum, si trova nel primo testo consegnato a Feltrinelli e da questi pubblicato proprio nel 1967: Un gran bel viaggio. Tre sono, infatti, le citazioni epigrafi poste al testo: la prima di Herbert Marcuse, tratta da L’uomo a una dimensione; la seconda di Tommaso Landolfi, tratta da Des mois; la terza, quella che più ci interessa, di pugno dell’autore, che così giustifica il suo libro:

Dopo l’aver scritto (e non pubblicato) un centinaio di pagine intitolate Curriculum mortis, bisognava che me ne liberassi, con un esorcismo. Trovai soltanto la via della satira. La percorsi prima di tutto contro di me, presupponendomi scrittore. Poi la percorsi contro qualche cosa che la vita ci prepara, piuttosto che contro altri uomini.

Un libro che, dunque, molto si discosta dalle precedenti opere di Emanuelli per concezione:

L’alto dirigente di una multinazionale viene spedito in uno strano paese Sudamericano, per convincere i poteri forti locali ad approvare un progetto industriale caro ai vertici della società. Ogni particolare del suo viaggio – riunioni, cocktail, compagnia notturna e persino un incidente d’auto – è predisposto da minuziosi promemoria aziendali, scritti con un registro che mescola magistralmente il nonsense burocratico e la satira più raffinata.

Così la quarta della più recente edizione Endemunde del marzo 2013, ancora disponibile in commercio, che avverte il lettore del “protagonista” agito e “teleguidato” che dovrebbe abitare il romanzo ma che, in realtà, resta personaggio solo intuibile, ritagliato mano a mano in una sagoma della quale è il vuoto, come nella quasi contemporanea Decalcomania magrittiana.

Tornando alla prima edizione di Curriculum mortis, a pagina 3 (ideale zona di confine tra l’epitesto del volume e il suo peritesto), si rintraccia una scheda utile all’inquadramento di tutta la gestazione del libro:

Nel 1958 […] Enrico Emanuelli incominciava a scrivere un libro al quale, nove anni dopo, stava quasi per apporre la parola fine, quando, subitanea, lo colse la morte. È stato certo il libro più faticato della sua vita: lo aveva ripreso, rifatto, abbandonato parecchie volte, vero e proprio cammino spinoso di uno scrittore.

Al manoscritto

mancavano gli attuali inizio e fine, ma soprattutto il libro era imperniato sulla figura del negro e sull’angoscia in cui, al calar della notte, cade l’umanità, che si rifugia nel piacere e nel sesso nel tentativo di ‘rinviare la sentenza’. Solo più tardi l’Autore vi introdusse quel preveggente senso della morte che gli ispirò anche il nuovo titolo. Il manoscritto fu ripreso, per l’ultima volta, nei primi mesi del ’67; verso la fine di giugno Emanuelli lo ripose in una valigetta nera, che aveva intenzione di portarsi dietro al mare, per dare al libro l’ultima rifinitura. Ma la morte lo colse prima che potesse partire per le vacanze.

E conclude:

Curriculum mortis è un libro molto privato: rimasto ignoto a tutti; infatti, prima di essere pubblicato, è stato letto solo da pochissime persone, non solo, ma l’Autore non ne aveva mai parlato, quasi per accentuare il carattere di ‘carte segrete’ che hanno queste pagine.

 

Curriculum mortis come peritesto

La prima edizione di Curriculum, volume numero 121 della collana “I Narratori. Collana di grandi autori moderni di tutto il mondo” di Feltrinelli, è materialmente stampato il 9 febbraio del 1968 da La Tipografica Varese e immesso nella rete commerciale in quello stesso mese al prezzo di 1.600 Lire. Si presenta con una copertina cartonata tipografica curata dall’Ufficio Grafico Feltrinelli, e rivestita da una fascetta che riporta l’incipit della quarta di copertina firmata da Guido Piovene, in vita tra gli amici più autentici di Emanuelli.

Nel controfrontespizio, sotto il copyright, appartenente ad Altera Emanuelli (Altera Coppa), moglie dello scrittore, si legge un’altra utile indicazione posta dall’editore:

In questo libro il lettore troverà alcune citazioni da opere precedenti di Enrico Emanuelli: Giornale indiano e La Cina è vicina, pubblicate da Arnoldo Mondadori Editore. L’Editore Feltrinelli ringrazia Arnoldo Mondadori per la gentile concessione.

La quarta di copertina, curata, come detto, da un ispirato Guido Piovene, svela, ricordando la vita di viaggiatore dello scrittore novarese, che

qui tutto ritorna sotto diversa luce. L’osservatorio è posto nell’estremo punto d’arrivo

e la memoria dei fatti appare nei ricordi in una nuova luce:

Passi verso la morte, i ricordi ‘nodi di morte’, figure della vita che mangia l’uomo ‘falange per falange’ come la lebbra della vecchia conosciuta ad Axum. Il curriculum vitae si rivela di trasparenza curriculum mortis. E il carattere principale del libro è forse quello di essere un attimo solo. L’ultima pagina è simultanea alla prima. È un confluire istantaneo di momenti vitali (una notte di Barcellona, la danzatrice di New Orleans, la guida artica, ecc.), che arrivano da ogni parte, rapidi come frecce.

Anche la doppia citazione gemella in epigrafe al libro sembra porsi come una sua estrema confessione/visione, ripetuta preghiera/invettiva recitata al mondo prendendo a prestito da due scrittori. L’effetto è a specchio, variamente rafforzativo, tutto conchiuso – già a partire dalla prima scrittura di Emanuelli – “nel modello del ‘carattere’, del ritratto morale acuminato”, così come già osservato da Bárberi Squarotti (L’orologio d’Italia. Carlo Levi ed altri racconti, Ragusa 2001).

Hypocrite lecteur, – mon semblable, – mon frère! (Ch. Baudelaire, Les fleurs du mal).

You! Hypocrite lecteur! – mon semblable, – mon frère! (T.S. Eliot, The burial of the dead).

Più complessivamente, Curriculum mortis si presenta, dunque, come esemplare punto di arrivo dell’elaborazione intellettuale del suo autore, ma pure come estrema sintesi di equilibrio stilistico. E ha certo più di qualche ragione il giornalista Davide Brullo a scrivere che “Emanuelli riesce a fondere con talento perverso l’avanguardia letteraria alla necessità morale”, il Gruppo 63 con una tradizione letteraria che da Manzoni risale fino a noi (Il Giornale, mercoledì 3 agosto 2016).

Da 0 a 0: Curriculum mortis come struttura testuale e paratestuale

Del resto, Curriculum mostra subito, a ogni eventuale lettore, la sua inconsueta struttura: da pagina 9 a pagina 40, i capitoli si susseguono veloci in un loop chiuso che, a partire da 0 e giunti alla decima stazione, si richiude su un ultimo capitolo 0: dalla nascita alla morte o forse oltre: dal nulla al vuoto; le pupille del testimone passibile di maledizione del Levitico 5,1 citato in apertura del libro.

E tuttavia il testo appare fitto di richiami a una seconda sezione del libro composta da quarantuno Note di vario genere che procedono da pagina 43 a pagina 160. Questi più o meno lunghi approfondimenti o esplicazioni tendono, nel loro complesso, a rallentare la veloce corsa della prima sezione del libro attardandosi su ricordi, stati d’animo, ritratti e paesaggi umani, dialoghi, luoghi spesso ispirati da notevole forza espressiva ed emotiva. In altre parole, come accennato, riprendendo quella magmatica esperienza di viaggio e di vita che è propria di Emanuelli.

La prima sezione appare, infine, annotata a margine. Dovrebbe trattarsi solo di brevi e veloci sommarietti dei paragrafi ai quali sono posti accanto ma che, spesso, sanno proporsi a loro volta quali lampi ricchi di ulteriore senso orientativo di ciò che si sta leggendo.

Anche per cogliere meglio quanto appena detto, seguiamo pure a lungo il Piovene della quarta di copertina, còlto a misurarsi con la struttura bipartita dell’opera:

Nella prima, che ha la cadenza del poemetto in prosa, l’allusione lirica a un fatto, il consuntivo, la sentenza; nell’altra, più lunga, le note dove il fatto da cui è scoccata l’immagine è rievocato per disteso. […] Quell’ottimo scrittore che è sempre stato Emanuelli si è trasferito interamente in una dimensione poetica e, alla vigilia della morte, è andato oltre se stesso. È in presenza delle proprie larve: la prima larva è lui, testimonio del mondo involontario e non richiesto, tra mille altri testimoni involontari e non richiesti, nei quali, come in lui, la vita si brucia, ognuno con le proprie scelte e mitologie illusorie. Nessuno ha un destino: “una stessa vita la si adatta a un numero infinito di storie”. Ma questa spuma umana è l’unica vera storia: mentre è inutile e irreale quella che chiamiamo la storia, vacuo pretesto di torture, esecrando museo d’orrori. Eppure bisogna guardarsi dal ricondurre il libro a una nuova versione del vanitas vanitatum e ad una riscoperta che la vita è cenere. Non fosse che per ragioni stilistiche. Il colibrì della memoria, ed il colibrì della vita, continuano a svolazzare sull’eruzione delle immagini effimere, struggenti, dolci, repellenti, atroci, splenetiche, enigmatiche più che vane. La testimonianza è mancata, rimane il brulichìo della vita. L’uomo che ormai convive con la propria morte, e forse presagisce il proprio momento finale, vede gli uomini di cui ha voluto essere testimonio come suoni nel grande stormire dell’universale, che conduce per loro mezzo il suo discorso incomprensibile, tenuto su un registro che non conduce all’orecchio.

Forse quell’”esperanto medianico” di cui scrive l’autore in un’annotazione a margine di pagina 37, perché

soltanto nel nostro silenzio, là dentro, usiamo tutti la stessa lingua. Medianicamente i nostri silenziosi pensieri vanno e vengono tra me e loro, tra loro e me, ora suono ora eco e l’armonia esiste.

E insomma, in ultima analisi, cosa è Curriculum mortis? È il funereo colibrì delle grotte di Furnas a Rio De Janeiro, con il quale Emanuelli gioca una sua particolare mimesi totemica: “fatemi volare a mio piacere, ora in avanti ora all’indietro, come un piccolo, nero colibrì” (pagina 19 e nota, ma poi diversamente ripreso anche a pagina 30). Oppure lo shaker che il nero Joe, vestito di bianco, agita; o la presumibile andatura ubriaca di Erkki Kokko, il lappone sdentato, ex cercatore d’oro sul Lemen, “succhiatore d’alcool denaturato”. Curriculum mortis è il meccanismo di un grande orologio a pendolo, sempre in moto tra la vita e la morte; tra i tempi e gli spazi e tra il tempo e lo spazio; tra i libri e gli articoli letti e scritti; tra i viaggi compiuti e i lunghi ritorni; tra la poesia e il montaggio reportagistico/esistenziale; tra il singolo e la comunità dei vivi e dei morti.

Curriculum mortis vinse il premio intitolato a Grazia Deledda.

Enrico Emanuelli

 

 

Daniela Marcheschi: Il naso corto. Una rilettura delle Avventure di Pinocchio (EDB). Presentazione giovedì, 15 settembre 2016 – Libreria “La Gaia Scienza” Livorno

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La masseria di Giuseppe Bufalari e la modernizzazione del Sud – Intervista a Antonio Celano di Sara Calderoni su Fuori/Asse, novembre 2016, n.18

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La copertina del n. 18 di “Fuori/Asse” illustrata da Lucio Schiavon

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http://www.cooperativaletteraria.it/index.php/fuoriasse/115-fuoriasse-18/744-fuoriasse-18.html

 

Il gattopardo oltre la storia”, incontro in occasione del 60° del Catalogo Feltrinelli (1955/2015), venerdì, 28 ottobre 2016 – La Feltrinelli Livorno

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«Nulla più di un catalogo storico può rendere l’idea della luminosa fatica attorno a un’avventura editoriale che dal 1955 ha coinvolto migliaia di persone per migliaia di libri, per milioni di donne e di uomini» (dall’introduzione al Catalogo storico Feltrinelli).

In occasione del 60° del Catalogo storico Feltrinelli si è pensato di proporre una rinnovata lettura di uno dei titoli più interessanti proposti dalla casa editrice milanese, che è stato un vero e proprio caso editoriale e oggi è un classico della storia letteraria italiana: Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa.

Ne ha parlato con me, Giuseppe Lo Castro, professore di Letteratura italiana presso l’Università della Calabria – Arcavacata. Ha letto dei brani Flavia Guidi.

 

Piera Ventre: Palazzokimbo. Presentazione giovedì, 22 settembre 2016 – “La Feltrinelli” Livorno

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Livorno, giovedì 21 luglio ore 21,30. Eden/Parole e musica alla Terrazza Mascagni (15-23 Luglio): La bambina e il sognatore di Dacia Maraini

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Livorno, mercoledì 20 luglio ore 21,30. Eden/Parole e musica alla Terrazza Mascagni (15-23 Luglio): Oracoli che Sbagliano di Carla Benedetti e Maurizio Bettini

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