Antonio Celano

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Recensione a: Andrea Nicolussi Golo, Guardiano di stelle e di vacche (Biblioteca dell’Immagine, 2010)

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Questa recensione è stata pubblicata su «Il Quotidiano della Basilicata» il 14 Novembre 2010.

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Siamo fuori dal vicolo cieco

È un difficile tratturo nel bosco quello impegnato dallo scrittore Andrea Nicolussi Golo, che incrociando vissuto personale e memoria storica, intreccia i sentieri dei dintorni montani e contadini della comunità dei cimbri di Luserna, oggi sul pericoloso ciglio, come del resto la maggior parte delle minoranze etnico-linguistiche italiane, di una definitiva estinzione.

I Cimbri, attualmente stanziati per la maggior parte in alcuni centri nell’area montuosa tra le province di Trento, Vicenza e Verona, parlano un idioma di ceppo germanico. Provenienti da un’area compresa tra Baviera e Tirolo, si stabilirono in Italia a partire dalla seconda metà del X Secolo arricchendosi in seguito di altre ondate migratorie. Dopo un periodo di fioritura tra ’500 e ’700, subirono una significativa perdita di autonomia durante il periodo napoleonico, una pressoché irrimediabile crisi con la Grande Guerra e, successivamente, furono fortemente gravati da alcune scelte del regime fascista.

Introdotto dalle ultime riflessioni di Mario Rigoni Stern, prima che il grande scrittore morisse, “Guardiano di stelle e di vacche” (Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2010) è una raccolta di racconti che tenta di ridare voce, con una capacità narrativa e affabulatoria davvero sorprendente, all’antica cultura degli “tzimbar”, i boscaioli, oggi ridotta a poche centinaia di abitanti sul versante trentino dell’altipiano di Asiago. Però con la convinzione che non basti, per salvare un mondo, limitarsi alla raccolta di vecchie storie tradizionali e leggende, bensì evocarne l’antica voce per rielaborarla in storie nuove e personali, godibili al lettore di oggi. Perché una comunità può avere un passato e una sua storia viva solo se è ancora capace di produrre presente, pena l’autoconsegna all’archeologia. Solo così, forse, “i cimbri vivranno, per gioia, per rabbia, per amore, per orgoglio, per dispetto e un giorno riapriranno la loro piccola scuola”.

Tuttavia l’autore non si sottrae ai perché di un declino. E spetta al racconto “Storia di Katerj” – tra i più belli e convincenti dell’intera raccolta – aprirci alle inquietudini di quel “Secolo Breve” dove luci e ombre, bene e male, identità e diversità sembrano smarrirsi scambiandosi continuamente di posto e di polarità. A partire dalle stagioni, da un insolito inverno caldo di inizio secolo e dalle tardive nevicate primaverili. A seguire con l’incendio del 1911 che distrugge “anche il ricordo delle antiche case, le lunghe case con un solo piano e con i tetti di paglia o di scandole di larice”. Fino a precipitare nel gorgo della Grande Guerra.

Ultimo avamposto austriaco verso l’Italia, i lusernesi sono i primi a fare la prova del fuoco italiano, che ne provoca l’evacquazione in Boemia (e come profughi nella “Città di legno” saranno malvisti e malsopportati da tutti: “se ne incontrate uno, sputategli in faccia!” ebbe a dire un Mussolini ancora giornalista dell’”Avanti!”). Al ritorno si ritroveranno cittadini italiani. È in questo spazio – mentre la Rivoluzione industriale morde a morte le carni del mondo contadino, fa strame dei suoi custodi, ne acceca i profeti – che si muove Katerj, profondamente figlia di questa nuova alba fino a farsene metafora genetica, fino a introiettarne i confini smarriti e confusi della comunità in una marcata androginìa, con il suo guardare bifronte alle vecchie fedeltà imperiali austro-ungariche e il suo realizzare in anticipo la libertà della donna, sia pure sotto mentite spoglie di levatrice e di uomo di fatica.

Non c’è mai, in “Guardiano di stelle e di vacche”, alcuna idealizzazione delle minoranze etnico-linguistiche. Una comunità, lo si è già detto tra le righe, è solo un confine più particolare che si apre e si chiude nel tempo come tante altre realtà. Accoglie gli ebrei profughi dalle repressioni della Serenissima nel 1516 (“Il viaggio di Shimon”), si chiude nelle superstizioni scambiando per streghe altri estranei ai propri costumi (“La storia di Franza”), si scontra con altre minoranze accese della loro autonomia (“Begia e Mino”), subisce le repressioni dei regimi in cui si ritrovano a essere minoranza. È il caso delle “opzioni” imposte dal regime fascista sul finire degli anni Trenta: scegliere, cioè, se restare cittadini italiani, rinunciando alla lingua e alle proprie tradizioni, oppure prediligere la cittadinanza tedesca e abbandonare la propria terra per un Reich che certo non è più quello mitico di Francesco Giuseppe e di Carlo I, ma quello prosaico e liberticida dello “sciocco imbianchino di Branau” (e del resto, in seguito, rapporti distesi non vi furono né con i nazisti in ritirata né con i partigiani).

Il senso delle storie di Nicolussi Golo è tutto qui, in questo passaggio novecentesco dall’esser qualcosa (o ancora qualcosa) in un mondo arcaico e premoderno a non esser più nulla di preciso. Perché, insomma, nonostante il sorriso ritrovato nelle storie di tutti i giorni (“L’ultimo cacciatore”, “Errare è umano?”, “Undicesimo comandamento”) la vera e propria sconfitta dei cimbri giungerà per davvero non con le guerre, ma con la chiusura del “Secolo Breve”, con l’arrivo della modernità, della “furia modernista degli anni Settanta”, con la consapevolezza di aver “gettato il bambino con l’acqua sporca”, ma ancor peggio, di aver forse “buttato il bambino e tenuto l’acqua sporca. Come abbiamo fatto con i nostri mobili massicci di abete o addirittura di larice sostituiti con quelli di formica” (e “ora non esistono più né gli uni né gli altri”).

Ma pure qui, per Nicolussi Golo, la nostalgia per la “sconfitta” definitiva non coincide mai con nessuna foga nostalgica o antimodernista. In una recente intervista, l’autore di “Guardiano di stelle e di vacche” ha condivisibilmente dichiarato: “Non viviamo fuori dal mondo, quindi anche noi siamo stati raggiunti dai prodotti della globalizzazione, dalle ‘cineserie’. Forse quello che ci distingue è l’aver capito prima di altri che questa strada è un vicolo cieco. Siamo abituati da almeno quarant’anni ad essere sotto la lente di ingrandimento: proprio per questo ci siamo accorti prima di altri che non ci sono più identità particolari, o meglio, che tutte le identità particolari stanno morendo… Ora essere cimbri significa avere una maggiore consapevolezza della propria identità particolare, un’identità un po’ diversa dalla massa. Che sia un bene o un male, questo non si può dire a priori, ma di sicuro la consapevolezza di questa differenza ci forma come gruppo”.

Andrea Nicolussi Golo è nato a Trento nel 1963 e vive a Luserna. Lavora in fabbrica e compone filò dal sapore antico. Questo è il suo primo libro.

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