Antonio Celano

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Il tempo e il cambiamento. Lettera a Paolo Restuccia su Io sono Kurt (Fazi, 2016)

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Caro Paolo,

“È proprio una cosa da ridere: abbiamo vent’anni solo per ricordarli quando ne avremo quaranta”, scrivi, con grande acutezza, aprendo il tuo romanzo Io sono Kurt. Eppure, la nostalgia non è la prima nota olfattiva, o la sola, che mi giunge dalle tue righe. Semmai una suggestione, una memoria generata dal sorriso di Anna, un ritornare indietro nel tempo e ritrovare le innocenti domande di Alice allo Stregatto uscito dalla penna di Carroll: che direzione prendere, che strada scegliere per arrivare da qualche parte, purché si cammini abbastanza a lungo? Domande candide, dicevo, ma forse anche illogiche se le aperture, tutti i luoghi del tuo noir sono, in fondo, corridoi: luoghi stretti e lunghi, claustrofobici nel loro obbligare al fondo, in basso e nel buio, in una corsa a fari spenti, dove persino un diavolo non domina, ma espia.

Perché l’Inferno è una buia fossa d’Oceano graffiata solo da rare luci elettrofore, lampàre feroci e mortali. Che però il tuo Kurt sa scartare, deviando ogni volta dal tracciato obbligato, seguendo i ricordi, scoprendosi impermeabile al Money it’s a gas dei nostri tempi, deviando dalla strada, mettendosi a inseguire un demone ma, in definitiva, solo se stesso, alla ricerca del suo passato emotivo.

Non è un caso che ci sia così tanta musica nel tuo romanzo: l’ho ascoltata tutta, leggendolo. L’ho trovata sempre necessaria al racconto, stringente, direi, come la matematica che tu giustamente evochi; o l’amore, la morte. Ma alla musica, come colonna sonora che riassuma una vita al bivio, resta sempre una marcia in più della logica, perché ha dalla sua quella dimensione così radicalmente umana che è capace di uno sfaglio che è redenzione, salvezza. Redenzione implica un’idea di liberazione da ogni stato di cronica impurità, di inettitudine, di afflizione: è possibilità di una rinascita una volta pagato il prezzo altissimo in rinunce che comporta. È per questo che è per pochi, anzi solo per Kurt.

E così mi faccio solo un’ultima domanda che possa essere rivelatoria del tuo romanzo: che forma abbia, quale struttura. Per fortuna, soccorrono i tuoi personaggi: Anna e Nadia oppure quest’ultima e Svitlana, Boban e Mauro… Coppie. Gemelli. Endiadi, forse. E poi Andrea Brighi/Kurt e Stefano Zanchi/Il Diavolo Biondo: doppi, questi ultimi, sempre con un sé più o meno scollato dalle intenzioni che i nomi di battaglia vorrebbero realizzare e imporre. Due protagonisti che trovo molto moderni. Tutti, comunque, personaggi a ribaltamento, oscuri in parte a se stessi, tutti costretti a guardarsi in uno specchio deformato dai feed-back, dirimpettai di se stessi in colonne separate di uno stesso condominio, da dove guardano trascorrere parallele le loro diverse stagioni. E tutto questo è possibile solo perché il personaggio principale del tuo romanzo – Paolo – è il Tempo. Un tempo curvo come i bracci contrapposti, vibranti e musicali di un diapason da dove anche Andrea Brighi guarda Kurt e viceversa, entrambi irrisolti, su e giù a rincorrersi nell’ascensore degli anni senza che la magica forcella riesca a produrre un definitivo “La” di accordo tra i due.

E così – a differenza degli altri naufragati personaggi – Kurt/Andrea, sconfitto o perdente che sia, cerca in tutti i modi di affrontarsi, di rincorrersi e cogliersi tra maturità e adolescenza. E questa ricerca scivolerà fino al suo punto focale, alla congiunzione dei bracci, dove, ognuno per suo conto e fuori ogni tempo massimo di recupero, Kurt e Andrea scopriranno, anticipati da un crudele espediente metonimico, l’odore nauseabondo della vita estirpata, dell’amore che, anni prima, s’era fatto necrosi e morte: quel lembo di cotone, luminoso e bianco, aborto avvenuto di ogni cambiamento: tra tutte le strade possibili quella che avrebbe potuto essere e non è stata.

 

Paolo_Restuccia