Antonio Celano

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Recensione a: Franco Arminio, Cartoline dai morti (Nottetempo 2010)

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Questa recensione è stata pubblicata su «Il Quotidiano della Basilicata» il 19 Dicembre 2010.

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Tanti saluti dall’aldilà

“Nessuno mi aveva spiegato niente. Ho dovuto fare tutto da solo: rimanere fermo e muto, raffreddarmi, iniziare a decompormi”. Dei 128 aforismi che compongono la raccolta Cartoline dai morti (Nottetempo, 2010) è forse questo che coglie il senso più profondo dell’ultimo lavoro del paesologo Franco Arminio, l’esperienza di chi più volte ha attraversato l’angoscia sintomatologica della morte.

Aforismi, cartoline – si badi bene –, non lettere. Per dirla con Domenico Scarpa: nessun “sospiro patetico” inciso su una lapide a ricordo imperituro di una vita, ché i morti di Arminio “non chiedono niente, non vogliono insegnarci niente”. Nessuna finzione romantica, insomma, nessun romanzo in forma di poesia, nessuna Spoon River possibile. Solo scabri, essenziali corti narrativi.

Franco Arminio ha scritto le sue cartoline oggettivando i suoi attacchi di panico. Panico con il tempo fattosi più scarico rispetto al passato (quando non era chiaro “se stai morendo davvero o sei a un altro capitolo della tua penosa ipocondria”). Attacchi che possono lasciar scrivere “della morte appena trascorsa” sia pure nella paura “che dilata i sensi” e “li fa grezzi” e che, dunque, non lascia il tempo “di raffinare, di romanzare”.

I morti, poi, si sa, “non ti pensano, non ti mandano nessuna cartolina”. Ma quelli di Arminio, come vivi, parlano ancora e pensano e nutrono ansie o i meschini pensieri di ogni giorno (“Adesso ho una curiosità un po’ scema. Vorrei sapere se poi mio cugino Maurizio è riuscito a vendere la sua Golf di seconda mano per la quale voleva sei milioni”). Soprattutto non parlano del perché della morte, evitano il banale e inutile tentativo di carpirne il segreto, filosofico o escatologico che sia. Ci dicono semmai laconicamente come si sono inceppati i loro corpi, in che circostanze consumate quelle vite. Del resto, “come si fa a credere in dio quando uno muore mentre sta parlando di una ringhiera?”.

Arminio, insomma, non ci porta nessuna presunta verità da un aldilà, condita di luci, visioni, ectoplasmi. Non svolge nessuna funzione rivelatrice del dopo. Attraversa, invece, – lui, i suoi personaggi – il malessere, l’angoscia, la malattia, la solitudine della morte, la dimenticanza di chi resta, il dolore nel vivo della carne. E poi, con maestria, stende la sua scrittura, rapprende come gesso il bianco dilagato della pagina, del morto crea un calco capace di tenerne assieme plasticamente forme e tempo. Arminio non guarda alla morte, Arminio guarda la vita dalla morte, da dove meglio se ne può rivelare il senso ridotto al suo osso, una rivelazione spoglia, a volte cruda altre volte ironica: “Sono sempre stato un tipo sfortunato. Il giorno del mio funerale si parlava del funerale della figlia del farmacista, morta il giorno prima”. La morte non cambia niente, indugia ancora – asciutta – su noi vivi.

Arminio adotta una strana forma di tanatosi, quella strategia che a volte gli animali impiegano per scampare ai predatori. Strana perché i suoi esercizi mimetici della morte non sono gesti scaramantici, non sono simulazioni nella speranza la morte passi avanti possibilmente, come nella grande lezione antropologica di Elias Canetti, a ghermire qualcun altro. Arminio adotta la tanatosi della volpe, che invece è quella del predatore che si finge morto per poter meglio avvicinare a cogliere il vivo.

“Cartoline”, dunque. Poche righe. Tutto lì. Però molte. E potenzialmente infinite nella loro casistica, innumeri declinazioni del morire. Tanto che, alla fine, tutte sembrano disporsi come altrettanti paesi che Arminio visita e narra. Allotopie: mondi, modi alternativi di morire. In un libro che potrebbe risultare paradossalmente il suo più paesologico. Un viaggio lungo i bordi di un cratere altro, “intorno a questa cosa che forse regge tutto, intorno a questo niente che sorregge e corrode ogni cosa”.

Ha scritto recentemente il paesologo irpino che “in un certo senso e per la prima volta non siamo nella vita come un’esperienza continua interrotta dalla morte, ma siamo nella morte come un’esperienza continua interrotta dalla vita. Forse non sarà divertente, ma è una situazione clamorosamente interessante.” Si tratta di un’intuizione fondamentale (tra l’altro del tutto in linea con una moderna visione scientifica dell’entropia dei sistemi), che induce all’abbandono di certe visioni arroganti della vita e dell’io e ci induce invece alla comprensione della fragilità della vita, qui intesa in un senso dilatato: come comune spazio abitativo, luogo di espressione della nostra esistenza, di valorizzazione della sua qualità. E ci rivela come Arminio possa scrivere cartoline dai morti e poi farsi paesologo e ancora accendersi di civili passioni contro la necrofilia politica di certi amministratori. Ed è un’altra storia, certo. E però abbisogna dello stesso sguardo.

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Rettifica pubblicata sul QdB del 21/12/2010:

NELL’INSERTO domenicale “Q, la domenica della Lucania”, in edicola domenica 19 dicembre, l’articolo pubblicato a pagina 17 dal titolo “Tanti saluti dall’aldilà” è stato scritto da Antonio Celano e non da Mimmo Mastrangelo come erronaeamente riportato. Ce ne scusiamo con i lettori e con l’interessato.

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Written by antoniocelano

dicembre 20, 2010 at 10:46 am