Antonio Celano

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Recensione a: Marino Magliani, Colonia alpina Ferranti Aporti Nava (Senzapatria, 2010)

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Questa recensione è stata pubblicata su «Il Quotidiano della Basilicata», 11 Luglio 2010.

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Della morte e della rinascita

Ho conosciuto Marino Magliani, autore del libro Colonia Alpina Ferranti Aporti Nava (Senzapatria, 2010), al Salone internazionale del libro. Un uomo dallo sguardo mansueto, il sorriso lontano di una vecchia fotografia, con cui ho scoperto di avere parecchi amici in comune. Magliani, ligure classe 1960, abita oggi in Olanda, sradicato in Olanda: “In quel mondo totalmente altro Marino non può attecchire in radice, e per questo fiorisce mondi” e scrive, dice di lui Marco Rovelli. Mentre quando torna in Liguria “vive, ma non scrive” pur solo là sentendosi pienamente scrittore. E Colonia alpina è un racconto lungo denso, scritto con una liricità sempre molto ben controllata, alla maniera antica, come direbbe il suo amico Vincenzo Pardini.

La storia nasce da uno spunto semplice. Davanti alle dune della spiaggia sempre mutevole di un paese nordeuropeo uno scrittore ricorda la sua infanzia in una stretta vallata della Liguria. Ricorda un padre già vecchio e lontano per lavoro, ricorda la madre dedita ai lavori della terra e alla raccolta delle olive. Ma soprattutto rivive (è altro il ricordare?) la sua infanzia divisa attorno ai due centri della vallata, la propria casa (sotto tutte le altre case,gravatada tutto il loro peso) e la chiesa di San Giovanni del Groppo (di cui diviene chierichetto), legate da un paese “piantato al selvatico, come si intende da noi quando il sole se ne va presto”. E buio è la parola che più ricorre nell’intera narrazione, un’oscurità che non è quella della notte, ma quella dei corridoi, dei portici, delle navate “che assomigliava a quella delle chiese, al buio che si forma distante attorno ai candelabri e ai lampadari, il buio che esiste soltanto perché da qualche altra parte esiste una concentrazione di luce”.

Un buio e un silenzio (anche questo mai perfetto, abitato da fruscii e piccoli rumori) che hanno un qualcosa di non esattamente definito, di non realizzato, di sconfitto. Lo stesso buio delle stalle, “in un tepore di code, gesti inutili e perdenti dall’eternità, con cui le bestie tentavano di togliersi di dosso le mosche”. Il che coglie pure una pendolarità dello sguardo che all’autore consente di saper immedesimarsi e guardare da punti di vista contrari, sorprendenti e stranianti: “La notte nel letto guardavo la fessura di luce che formava la persiana. Il mondo di fuori attraverso la mia stalla”.

Una vallata chiusa, una condizione antiedenica che tuttavia, insieme agli uomini, alle mosche, alle lumache, alle mulattiere e agli olivi, alla paura e al destino, sono comunque misticamente tutta la vita possibile del luogo. Un posto che si può rifiutare fuggendo, ma sempre con la coscienza che lo si farà mettendo a repentaglio tutto, la vita stessa. Anche così, agisce nel protagonista (che poi è Marino Magliani) un malessere che si concretizza in una vertigine che è solo la coscienza della sua inquietudine, una premonizione del suo futuro: “cominciai a chiedermi cosa avrebbe mai combinato nella vita uno come me, figlio di olivicoltori, se non riusciva a salire sugli alberi come faceva il popolo degli ulivi”.

Il piccolo Magliani sogna così luoghi, amici e attività che siano una possibilità nuova, un’illusione di diversa condizione di vita. E opera uno di quegli “strappi”, di quelle partenze improvvise e rischiose così frequenti nel libro e nella sua scrittura. Convince i genitori a trasferirsi per la continuazione delle elementari in un collegio a Nava e poi in altri a Mondovì e Velletri.
Un mondo che in realtà scopre anaffettivo e opprimente, un limbo che si rivela una nuova sconfitta (anche fuggire alla fine è una sconfitta) e che resta sospeso tra un’acuta nostalgia del ritorno e i tentativi di nuovi esili volontari.

Un tema ricorrente in Magliani, già trattato in altre prove, ad esempio in Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo, scritto a due mani con il toscano Vincenzo Pardini (Transeuropa, 2010), libro che ha or ora vinto l’importante premio “Terre di Mezzo” che si tiene a Mortara, PV). Ma se là i protagonisti erano due gemelli eterozigoti, qui i due personaggi sembrano usciti da una gestazione dagli effetti teratologici e surreali. E tutto Colonia Alpina è in realtà un racconto che tiene avvinta in unità una lacerante dualità. Come già detto due i centri del paese, ma poi anche due le chiese, persino il numero 66 che la madre ricama sul grembiule del bimbo che parte per la colonia (un gemellare 6 + 6, che è anche un maledetto doppio 9 rovesciato, pur senza alcuna implicazione luciferina).

Davanti alle dune del mare, l’uomo ricorda tutto questo. La memoria pare forte e vivida. In realtà sta tentando da tempo di forzare i “lucchetti arrugginiti” che resistono agli innumeri tentativi di ricordare compulsivamente i luoghi dell’infanzia, che appare più volte rimemorata e riattraversata. Soprattutto un lapsus tormenta Magliani, un dettaglio per l’anno scolastico 1970-71, in quinta elementare: scopre, contrariamente al precedente biennio, di non ricordare dove ha dormito tutte quelle notti.
Decide così di partire, scavato dal tarlo, un giorno di ottobre del 2009, dall’aeroporto di Schiphol. Il ritorno sulle tracce della memoria è difficile. Già da tempo, infatti, la vallata gli era apparsa “estranea, chiassosa. Bestie nelle stalle non ne vivevano più, neanche le stalle s’erano conservate, al loro posto i muratori avevano costruito alloggi per i turisti”. E il lapsus della memoria scandalizza l’archivista della colonia, che indaga intanto su quei suoi anni trascorsi in colonia: scandalizza il fatto che il protagonista possa essere tornato in quel luogo (intanto anche quello sostituito da un centro sportivo) per un dettaglio così poco fondamentale, ma che invece per l’uomo è tutto, la possibilità stessa di esorcizzare una paura che ha inizio proprio quando da Velletri i frati, per una sorta di angosciosa incompatibilità con l’ambiente, lo riesiliano a casa, in un mondo che ormai gli sbarra il passo per il ritorno.

Insomma, il tentativo di fare luce esalta ancor di più il buio della penombra, la mancanza di un preciso ricordo di quelle notti finisce per risvegliare la dolorosa memoria del servizio militare che lo ha allontanato  nuovamente da casa e dal padre morente, e che scatena in lui una depressiva insubordinazione che gli costa il carcere, dove viene imbottito di psicofarmaci che gli dilavano ogni reminiscenza. E l’infruttuosità della ricerca ostina l’uomo che decide di non ripartire per l’Olanda iniziando a confondere le piste dell’andare e del tornare lungo un confine dilatato e allo stesso tempo soffocante che ha le sembianze di un bosco di notte. L’uomo fugge, è braccato dai carabinieri mandati dalla moglie a cercarlo o forse dalla forestale che però potrebbe essere anche una squadra di cacciatori che inseguono un cinghiale. Si inizia pure a dubitare se l’uomo sia solo: il protagonista incontra un bambino, sul grembiule ricamato un sinistro numero 90 (la paura, certo, ma pure i suoi 9 + 0 espressione del nulla della morte), o forse è solo un ricordo, o il delirio. Più avanti l’inseguito insegue un altro fuggiasco, viene a sapere dall’archivista che è morto, che si è gettato da una finestra alla fine della sua depressione in una caserma  militare nel 1979. E dunque, ci  veniamo a trovare di fronte all’assurdo.

Come scrive Giulio Mozzi nella sua deliziosa introduzione al volume: “c’è qualcuno che dovrebbe essere vivo e invece è morto, o qualcuno che dovrebbe essere morto e invece è vivo” perché il chiarore dell’alba che dirada il buio del bosco altro non è che una fucilata di un cacciatore che coglie la preda: un bimbo di nove anni fuggito quella notte da una colonia. Nei romanzi di Magliani, scrive con precisione Mozzi, “succedono sempre le stesse cose, e questo è meraviglioso. Succede sempre ciò che è questione di vita e di morte; e nient’altro ha importanza”. E forse ha ragione Francesco Improta, che questa morte (queste due morti, quella dell’andare e del tornare, racchiuse come in una matrioska) è un tentativo di Magliani “di esorcizzare quel periodo della sua puerizia”. Mi restano dubbi, invece, che il libro possa essere con certezza la fine di un vecchio modo provinciale di narrare che aprirà finalmente a delle novità tematiche meno ossessive. Perché se la morte è un mistero, lo è anche la rinascita, che spesso usa in forme nuove la stessa creta e in modi vecchi la creta nuova. E la paura della morte e l’ossessione della rinascita, mi pare soprattutto in Magliani, proprio come scrive Mozzi, sono temi di nessun provincialismo e il segno di un grande scrittore.

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