Antonio Celano

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Come sono fatti certi libri, 22 / Curriculum mortis, di Enrico Emanuelli

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Questo articolo è stato pubblicato su «Vibrisse – Bollettino di letture e scritture a cura di Giulio Mozzi» il 7 settembre 2017.


 

https://vibrisse.wordpress.com/2017/09/07/come-sono-fatti-certi-libri-22-curriculum-mortis-di-enrico-emanuelli/

di Antonio Celano
Emanuelli: Curriculum Vitæ

Con quella “novarese” dei Soldati, Zanconi, De Blasi, Bonfantini e Giachino, Enrico Emanuelli può ascriversi a una generazione formatasi alla scuola di un giornalismo intimamente legato alla letteratura. Pur riuscendo poco a incidere sul piano del rinnovamento linguistico e sperimentale, il gruppo dei fondatori della rivista La Libra (che annovera, tra i suoi collaboratori, Piovene, Noventa, Debenedetti, Raimondi ecc.) insiste particolarmente sulla necessaria tensione morale richiesta allo sguardo dello scrittore: risultato da raggiungersi, tra l’altro, attraverso una narrazione quanto più autentica possibile dell’esperienza umana e della vita vissuta.

Un lavoro, sul piano giornalistico, passibile di diventare particolarmente sofferto, da “ruminante”, ma, proprio per questo, sin dall’inizio ben cosciente di una sua netta distanza dalla velocità “digestiva” della pagina di cronaca. In realtà, scrive Vigorelli (in Carte d’identità. Il Novecento in 21 ritratti indiscreti, Camunia 1989), le “tappe della narrativa di Emanuelli sono, e cioè erano, così saltuarie, che più di un critico, anche riconoscendogli altri titoli, lo ritenne spesso un ‘perduto per la narrativa’”. Ciò non toglie che per tutta la vita egli si senta più uno scrittore che un giornalista.

Tuttavia, pur esordendo tra il 1928 e il ’29, a circa vent’anni, nella suaccennata doppia veste, Emanuelli deve la sua prima notorietà alla carriera di giornalista, iniziata come inviato speciale in Spagna e poi in Africa, qui nei panni di inviato di guerra. Un giro del mondo che lo porta in Europa, in Indocina e, ancora, in Unione Sovietica, America, India, Cina, sempre consegnando pezzi formalmente eleganti, puliti e stilisticamente sostenuti da una grande confidenza con i classici italiani e francesi (di cui fu traduttore). Ma anche dando alle stampe reportage che, pur presentandosi come diari di viaggio, hanno la caratteristica di offrire “di tutto, l’inchiesta sociale, la notazione politica, il ritratto degli uomini e delle cose”, con in più l’attitudine di accumulare e interiorizzare quelle esperienze; quasi che, facendole “macerare” dentro a lungo, debbano servire, poi oggettivate, “non tanto a un futuro romanziere quanto addirittura ad un già presente personaggio da romanzo” (Vigorelli).

Curriculum mortis come epitesto

L’intenso girovagare di Emanuelli si arresta attorno alla fine degli anni ’50. Tuttavia, il desiderio di tornare a occuparsi maggiormente di cultura per La Stampa, dove lavora, resta piuttosto frustrato. Dopo la vittoria al Bagutta, nel ’59, con il romanzo Uno di New York, e la rottura con De Benedetti, nel 1963, finalmente approda alle pagine culturali del Corriere della sera. Dalle colonne del Corriere Letterario, dove lo scrittore lavora nella stessa stanza con Eugenio Montale, Emanuelli dimostra non solo una grande apertura intellettuale, ma anche di saper bene leggere i mutamenti culturali del suo tempo accogliendo, sia pur in burrascoso confronto (fermo restante la sua formazione), gli enragé della neoavanguardia. Forse non è, allora, un caso che Emanuelli, da tempo pubblicato da Mondadori, editi gli ultimi suoi due (e più particolari) libri con Feltrinelli. Casa editrice che, sotto la direzione editoriale di Gian Piero Brega ha, in quegli anni – supportato da Nanni BalestriniAldo Tagliaferri come responsabile della narrativa.

In più, scrive bene Luciano Simonelli (in Enrico Emanuelli: mai rubare un pensiero, Milano 2013), che al solito senso dell’ironia, in questo periodo si insinua pure, nello scrittore novarese, “una sottile angoscia” legata al senso del tempo, che si sovrappone a quella. Una constatazione spesso sovrinterpretata dai commentatori, su carta e sul web. Ché giudicare Curriculum mortis un libro profetico (certo complice la sua pubblicazione postuma), pur considerando la lunga malattia al rene destro e la preoccupazione per il cuore accusate da Emanuelli, sarebbe come dire che solo pochi sono in grado di predire che dovranno morire.

Emanuelli muore, infatti, nel giugno del 1967 e la scrittura del libro inizia già nel 1958, sulla carta da lettere del Lexington Hotel di New York, tra l’altro col titolo provvisorio di Ad un mescolatore di Martini dry. Dunque, se mi sembra esagerato parlare di profeticità – prospettiva semmai da accogliersi solo sulla base dell’ultimo titolo posto molto dopo sulla copertina – la verità del contenuto credo stia, invece, nel senso del tempo che, come anche quello dello spazio e della scrittura, in Emanuelli, ha un moto costitutivamente e diuturnamente pendolare.

Un accenno, molto interessante, a Curriculum, si trova nel primo testo consegnato a Feltrinelli e da questi pubblicato proprio nel 1967: Un gran bel viaggio. Tre sono, infatti, le citazioni epigrafi poste al testo: la prima di Herbert Marcuse, tratta da L’uomo a una dimensione; la seconda di Tommaso Landolfi, tratta da Des mois; la terza, quella che più ci interessa, di pugno dell’autore, che così giustifica il suo libro:

Dopo l’aver scritto (e non pubblicato) un centinaio di pagine intitolate Curriculum mortis, bisognava che me ne liberassi, con un esorcismo. Trovai soltanto la via della satira. La percorsi prima di tutto contro di me, presupponendomi scrittore. Poi la percorsi contro qualche cosa che la vita ci prepara, piuttosto che contro altri uomini.

Un libro che, dunque, molto si discosta dalle precedenti opere di Emanuelli per concezione:

L’alto dirigente di una multinazionale viene spedito in uno strano paese Sudamericano, per convincere i poteri forti locali ad approvare un progetto industriale caro ai vertici della società. Ogni particolare del suo viaggio – riunioni, cocktail, compagnia notturna e persino un incidente d’auto – è predisposto da minuziosi promemoria aziendali, scritti con un registro che mescola magistralmente il nonsense burocratico e la satira più raffinata.

Così la quarta della più recente edizione Endemunde del marzo 2013, ancora disponibile in commercio, che avverte il lettore del “protagonista” agito e “teleguidato” che dovrebbe abitare il romanzo ma che, in realtà, resta personaggio solo intuibile, ritagliato mano a mano in una sagoma della quale è il vuoto, come nella quasi contemporanea Decalcomania magrittiana.

Tornando alla prima edizione di Curriculum mortis, a pagina 3 (ideale zona di confine tra l’epitesto del volume e il suo peritesto), si rintraccia una scheda utile all’inquadramento di tutta la gestazione del libro:

Nel 1958 […] Enrico Emanuelli incominciava a scrivere un libro al quale, nove anni dopo, stava quasi per apporre la parola fine, quando, subitanea, lo colse la morte. È stato certo il libro più faticato della sua vita: lo aveva ripreso, rifatto, abbandonato parecchie volte, vero e proprio cammino spinoso di uno scrittore.

Al manoscritto

mancavano gli attuali inizio e fine, ma soprattutto il libro era imperniato sulla figura del negro e sull’angoscia in cui, al calar della notte, cade l’umanità, che si rifugia nel piacere e nel sesso nel tentativo di ‘rinviare la sentenza’. Solo più tardi l’Autore vi introdusse quel preveggente senso della morte che gli ispirò anche il nuovo titolo. Il manoscritto fu ripreso, per l’ultima volta, nei primi mesi del ’67; verso la fine di giugno Emanuelli lo ripose in una valigetta nera, che aveva intenzione di portarsi dietro al mare, per dare al libro l’ultima rifinitura. Ma la morte lo colse prima che potesse partire per le vacanze.

E conclude:

Curriculum mortis è un libro molto privato: rimasto ignoto a tutti; infatti, prima di essere pubblicato, è stato letto solo da pochissime persone, non solo, ma l’Autore non ne aveva mai parlato, quasi per accentuare il carattere di ‘carte segrete’ che hanno queste pagine.

 

Curriculum mortis come peritesto

La prima edizione di Curriculum, volume numero 121 della collana “I Narratori. Collana di grandi autori moderni di tutto il mondo” di Feltrinelli, è materialmente stampato il 9 febbraio del 1968 da La Tipografica Varese e immesso nella rete commerciale in quello stesso mese al prezzo di 1.600 Lire. Si presenta con una copertina cartonata tipografica curata dall’Ufficio Grafico Feltrinelli, e rivestita da una fascetta che riporta l’incipit della quarta di copertina firmata da Guido Piovene, in vita tra gli amici più autentici di Emanuelli.

Nel controfrontespizio, sotto il copyright, appartenente ad Altera Emanuelli (Altera Coppa), moglie dello scrittore, si legge un’altra utile indicazione posta dall’editore:

In questo libro il lettore troverà alcune citazioni da opere precedenti di Enrico Emanuelli: Giornale indiano e La Cina è vicina, pubblicate da Arnoldo Mondadori Editore. L’Editore Feltrinelli ringrazia Arnoldo Mondadori per la gentile concessione.

La quarta di copertina, curata, come detto, da un ispirato Guido Piovene, svela, ricordando la vita di viaggiatore dello scrittore novarese, che

qui tutto ritorna sotto diversa luce. L’osservatorio è posto nell’estremo punto d’arrivo

e la memoria dei fatti appare nei ricordi in una nuova luce:

Passi verso la morte, i ricordi ‘nodi di morte’, figure della vita che mangia l’uomo ‘falange per falange’ come la lebbra della vecchia conosciuta ad Axum. Il curriculum vitae si rivela di trasparenza curriculum mortis. E il carattere principale del libro è forse quello di essere un attimo solo. L’ultima pagina è simultanea alla prima. È un confluire istantaneo di momenti vitali (una notte di Barcellona, la danzatrice di New Orleans, la guida artica, ecc.), che arrivano da ogni parte, rapidi come frecce.

Anche la doppia citazione gemella in epigrafe al libro sembra porsi come una sua estrema confessione/visione, ripetuta preghiera/invettiva recitata al mondo prendendo a prestito da due scrittori. L’effetto è a specchio, variamente rafforzativo, tutto conchiuso – già a partire dalla prima scrittura di Emanuelli – “nel modello del ‘carattere’, del ritratto morale acuminato”, così come già osservato da Bárberi Squarotti (L’orologio d’Italia. Carlo Levi ed altri racconti, Ragusa 2001).

Hypocrite lecteur, – mon semblable, – mon frère! (Ch. Baudelaire, Les fleurs du mal).

You! Hypocrite lecteur! – mon semblable, – mon frère! (T.S. Eliot, The burial of the dead).

Più complessivamente, Curriculum mortis si presenta, dunque, come esemplare punto di arrivo dell’elaborazione intellettuale del suo autore, ma pure come estrema sintesi di equilibrio stilistico. E ha certo più di qualche ragione il giornalista Davide Brullo a scrivere che “Emanuelli riesce a fondere con talento perverso l’avanguardia letteraria alla necessità morale”, il Gruppo 63 con una tradizione letteraria che da Manzoni risale fino a noi (Il Giornale, mercoledì 3 agosto 2016).

Da 0 a 0: Curriculum mortis come struttura testuale e paratestuale

Del resto, Curriculum mostra subito, a ogni eventuale lettore, la sua inconsueta struttura: da pagina 9 a pagina 40, i capitoli si susseguono veloci in un loop chiuso che, a partire da 0 e giunti alla decima stazione, si richiude su un ultimo capitolo 0: dalla nascita alla morte o forse oltre: dal nulla al vuoto; le pupille del testimone passibile di maledizione del Levitico 5,1 citato in apertura del libro.

E tuttavia il testo appare fitto di richiami a una seconda sezione del libro composta da quarantuno Note di vario genere che procedono da pagina 43 a pagina 160. Questi più o meno lunghi approfondimenti o esplicazioni tendono, nel loro complesso, a rallentare la veloce corsa della prima sezione del libro attardandosi su ricordi, stati d’animo, ritratti e paesaggi umani, dialoghi, luoghi spesso ispirati da notevole forza espressiva ed emotiva. In altre parole, come accennato, riprendendo quella magmatica esperienza di viaggio e di vita che è propria di Emanuelli.

La prima sezione appare, infine, annotata a margine. Dovrebbe trattarsi solo di brevi e veloci sommarietti dei paragrafi ai quali sono posti accanto ma che, spesso, sanno proporsi a loro volta quali lampi ricchi di ulteriore senso orientativo di ciò che si sta leggendo.

Anche per cogliere meglio quanto appena detto, seguiamo pure a lungo il Piovene della quarta di copertina, còlto a misurarsi con la struttura bipartita dell’opera:

Nella prima, che ha la cadenza del poemetto in prosa, l’allusione lirica a un fatto, il consuntivo, la sentenza; nell’altra, più lunga, le note dove il fatto da cui è scoccata l’immagine è rievocato per disteso. […] Quell’ottimo scrittore che è sempre stato Emanuelli si è trasferito interamente in una dimensione poetica e, alla vigilia della morte, è andato oltre se stesso. È in presenza delle proprie larve: la prima larva è lui, testimonio del mondo involontario e non richiesto, tra mille altri testimoni involontari e non richiesti, nei quali, come in lui, la vita si brucia, ognuno con le proprie scelte e mitologie illusorie. Nessuno ha un destino: “una stessa vita la si adatta a un numero infinito di storie”. Ma questa spuma umana è l’unica vera storia: mentre è inutile e irreale quella che chiamiamo la storia, vacuo pretesto di torture, esecrando museo d’orrori. Eppure bisogna guardarsi dal ricondurre il libro a una nuova versione del vanitas vanitatum e ad una riscoperta che la vita è cenere. Non fosse che per ragioni stilistiche. Il colibrì della memoria, ed il colibrì della vita, continuano a svolazzare sull’eruzione delle immagini effimere, struggenti, dolci, repellenti, atroci, splenetiche, enigmatiche più che vane. La testimonianza è mancata, rimane il brulichìo della vita. L’uomo che ormai convive con la propria morte, e forse presagisce il proprio momento finale, vede gli uomini di cui ha voluto essere testimonio come suoni nel grande stormire dell’universale, che conduce per loro mezzo il suo discorso incomprensibile, tenuto su un registro che non conduce all’orecchio.

Forse quell’”esperanto medianico” di cui scrive l’autore in un’annotazione a margine di pagina 37, perché

soltanto nel nostro silenzio, là dentro, usiamo tutti la stessa lingua. Medianicamente i nostri silenziosi pensieri vanno e vengono tra me e loro, tra loro e me, ora suono ora eco e l’armonia esiste.

E insomma, in ultima analisi, cosa è Curriculum mortis? È il funereo colibrì delle grotte di Furnas a Rio De Janeiro, con il quale Emanuelli gioca una sua particolare mimesi totemica: “fatemi volare a mio piacere, ora in avanti ora all’indietro, come un piccolo, nero colibrì” (pagina 19 e nota, ma poi diversamente ripreso anche a pagina 30). Oppure lo shaker che il nero Joe, vestito di bianco, agita; o la presumibile andatura ubriaca di Erkki Kokko, il lappone sdentato, ex cercatore d’oro sul Lemen, “succhiatore d’alcool denaturato”. Curriculum mortis è il meccanismo di un grande orologio a pendolo, sempre in moto tra la vita e la morte; tra i tempi e gli spazi e tra il tempo e lo spazio; tra i libri e gli articoli letti e scritti; tra i viaggi compiuti e i lunghi ritorni; tra la poesia e il montaggio reportagistico/esistenziale; tra il singolo e la comunità dei vivi e dei morti.

Curriculum mortis vinse il premio intitolato a Grazia Deledda.

Enrico Emanuelli

 

 

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Recensione a: Marino Magliani, Colonia alpina Ferranti Aporti Nava (Senzapatria, 2010)

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Questa recensione è stata pubblicata su «Il Quotidiano della Basilicata», 11 Luglio 2010.

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Della morte e della rinascita

Ho conosciuto Marino Magliani, autore del libro Colonia Alpina Ferranti Aporti Nava (Senzapatria, 2010), al Salone internazionale del libro. Un uomo dallo sguardo mansueto, il sorriso lontano di una vecchia fotografia, con cui ho scoperto di avere parecchi amici in comune. Magliani, ligure classe 1960, abita oggi in Olanda, sradicato in Olanda: “In quel mondo totalmente altro Marino non può attecchire in radice, e per questo fiorisce mondi” e scrive, dice di lui Marco Rovelli. Mentre quando torna in Liguria “vive, ma non scrive” pur solo là sentendosi pienamente scrittore. E Colonia alpina è un racconto lungo denso, scritto con una liricità sempre molto ben controllata, alla maniera antica, come direbbe il suo amico Vincenzo Pardini.

La storia nasce da uno spunto semplice. Davanti alle dune della spiaggia sempre mutevole di un paese nordeuropeo uno scrittore ricorda la sua infanzia in una stretta vallata della Liguria. Ricorda un padre già vecchio e lontano per lavoro, ricorda la madre dedita ai lavori della terra e alla raccolta delle olive. Ma soprattutto rivive (è altro il ricordare?) la sua infanzia divisa attorno ai due centri della vallata, la propria casa (sotto tutte le altre case,gravatada tutto il loro peso) e la chiesa di San Giovanni del Groppo (di cui diviene chierichetto), legate da un paese “piantato al selvatico, come si intende da noi quando il sole se ne va presto”. E buio è la parola che più ricorre nell’intera narrazione, un’oscurità che non è quella della notte, ma quella dei corridoi, dei portici, delle navate “che assomigliava a quella delle chiese, al buio che si forma distante attorno ai candelabri e ai lampadari, il buio che esiste soltanto perché da qualche altra parte esiste una concentrazione di luce”.

Un buio e un silenzio (anche questo mai perfetto, abitato da fruscii e piccoli rumori) che hanno un qualcosa di non esattamente definito, di non realizzato, di sconfitto. Lo stesso buio delle stalle, “in un tepore di code, gesti inutili e perdenti dall’eternità, con cui le bestie tentavano di togliersi di dosso le mosche”. Il che coglie pure una pendolarità dello sguardo che all’autore consente di saper immedesimarsi e guardare da punti di vista contrari, sorprendenti e stranianti: “La notte nel letto guardavo la fessura di luce che formava la persiana. Il mondo di fuori attraverso la mia stalla”.

Una vallata chiusa, una condizione antiedenica che tuttavia, insieme agli uomini, alle mosche, alle lumache, alle mulattiere e agli olivi, alla paura e al destino, sono comunque misticamente tutta la vita possibile del luogo. Un posto che si può rifiutare fuggendo, ma sempre con la coscienza che lo si farà mettendo a repentaglio tutto, la vita stessa. Anche così, agisce nel protagonista (che poi è Marino Magliani) un malessere che si concretizza in una vertigine che è solo la coscienza della sua inquietudine, una premonizione del suo futuro: “cominciai a chiedermi cosa avrebbe mai combinato nella vita uno come me, figlio di olivicoltori, se non riusciva a salire sugli alberi come faceva il popolo degli ulivi”.

Il piccolo Magliani sogna così luoghi, amici e attività che siano una possibilità nuova, un’illusione di diversa condizione di vita. E opera uno di quegli “strappi”, di quelle partenze improvvise e rischiose così frequenti nel libro e nella sua scrittura. Convince i genitori a trasferirsi per la continuazione delle elementari in un collegio a Nava e poi in altri a Mondovì e Velletri.
Un mondo che in realtà scopre anaffettivo e opprimente, un limbo che si rivela una nuova sconfitta (anche fuggire alla fine è una sconfitta) e che resta sospeso tra un’acuta nostalgia del ritorno e i tentativi di nuovi esili volontari.

Un tema ricorrente in Magliani, già trattato in altre prove, ad esempio in Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo, scritto a due mani con il toscano Vincenzo Pardini (Transeuropa, 2010), libro che ha or ora vinto l’importante premio “Terre di Mezzo” che si tiene a Mortara, PV). Ma se là i protagonisti erano due gemelli eterozigoti, qui i due personaggi sembrano usciti da una gestazione dagli effetti teratologici e surreali. E tutto Colonia Alpina è in realtà un racconto che tiene avvinta in unità una lacerante dualità. Come già detto due i centri del paese, ma poi anche due le chiese, persino il numero 66 che la madre ricama sul grembiule del bimbo che parte per la colonia (un gemellare 6 + 6, che è anche un maledetto doppio 9 rovesciato, pur senza alcuna implicazione luciferina).

Davanti alle dune del mare, l’uomo ricorda tutto questo. La memoria pare forte e vivida. In realtà sta tentando da tempo di forzare i “lucchetti arrugginiti” che resistono agli innumeri tentativi di ricordare compulsivamente i luoghi dell’infanzia, che appare più volte rimemorata e riattraversata. Soprattutto un lapsus tormenta Magliani, un dettaglio per l’anno scolastico 1970-71, in quinta elementare: scopre, contrariamente al precedente biennio, di non ricordare dove ha dormito tutte quelle notti.
Decide così di partire, scavato dal tarlo, un giorno di ottobre del 2009, dall’aeroporto di Schiphol. Il ritorno sulle tracce della memoria è difficile. Già da tempo, infatti, la vallata gli era apparsa “estranea, chiassosa. Bestie nelle stalle non ne vivevano più, neanche le stalle s’erano conservate, al loro posto i muratori avevano costruito alloggi per i turisti”. E il lapsus della memoria scandalizza l’archivista della colonia, che indaga intanto su quei suoi anni trascorsi in colonia: scandalizza il fatto che il protagonista possa essere tornato in quel luogo (intanto anche quello sostituito da un centro sportivo) per un dettaglio così poco fondamentale, ma che invece per l’uomo è tutto, la possibilità stessa di esorcizzare una paura che ha inizio proprio quando da Velletri i frati, per una sorta di angosciosa incompatibilità con l’ambiente, lo riesiliano a casa, in un mondo che ormai gli sbarra il passo per il ritorno.

Insomma, il tentativo di fare luce esalta ancor di più il buio della penombra, la mancanza di un preciso ricordo di quelle notti finisce per risvegliare la dolorosa memoria del servizio militare che lo ha allontanato  nuovamente da casa e dal padre morente, e che scatena in lui una depressiva insubordinazione che gli costa il carcere, dove viene imbottito di psicofarmaci che gli dilavano ogni reminiscenza. E l’infruttuosità della ricerca ostina l’uomo che decide di non ripartire per l’Olanda iniziando a confondere le piste dell’andare e del tornare lungo un confine dilatato e allo stesso tempo soffocante che ha le sembianze di un bosco di notte. L’uomo fugge, è braccato dai carabinieri mandati dalla moglie a cercarlo o forse dalla forestale che però potrebbe essere anche una squadra di cacciatori che inseguono un cinghiale. Si inizia pure a dubitare se l’uomo sia solo: il protagonista incontra un bambino, sul grembiule ricamato un sinistro numero 90 (la paura, certo, ma pure i suoi 9 + 0 espressione del nulla della morte), o forse è solo un ricordo, o il delirio. Più avanti l’inseguito insegue un altro fuggiasco, viene a sapere dall’archivista che è morto, che si è gettato da una finestra alla fine della sua depressione in una caserma  militare nel 1979. E dunque, ci  veniamo a trovare di fronte all’assurdo.

Come scrive Giulio Mozzi nella sua deliziosa introduzione al volume: “c’è qualcuno che dovrebbe essere vivo e invece è morto, o qualcuno che dovrebbe essere morto e invece è vivo” perché il chiarore dell’alba che dirada il buio del bosco altro non è che una fucilata di un cacciatore che coglie la preda: un bimbo di nove anni fuggito quella notte da una colonia. Nei romanzi di Magliani, scrive con precisione Mozzi, “succedono sempre le stesse cose, e questo è meraviglioso. Succede sempre ciò che è questione di vita e di morte; e nient’altro ha importanza”. E forse ha ragione Francesco Improta, che questa morte (queste due morti, quella dell’andare e del tornare, racchiuse come in una matrioska) è un tentativo di Magliani “di esorcizzare quel periodo della sua puerizia”. Mi restano dubbi, invece, che il libro possa essere con certezza la fine di un vecchio modo provinciale di narrare che aprirà finalmente a delle novità tematiche meno ossessive. Perché se la morte è un mistero, lo è anche la rinascita, che spesso usa in forme nuove la stessa creta e in modi vecchi la creta nuova. E la paura della morte e l’ossessione della rinascita, mi pare soprattutto in Magliani, proprio come scrive Mozzi, sono temi di nessun provincialismo e il segno di un grande scrittore.

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