Antonio Celano

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Written by antoniocelano

settembre 24, 2017 at 10:15 am

Il caso Elisa Claps

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Questo articolo è stato pubblicato su «Il Quotidiano della Basilicata» il 2 Aprile 2010.

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Il commento: e ora, spiegatemi, cosa c’entra la ‘ndrangheta?

Le valutazioni sul caso Claps, soprattutto quelle via Facebook, mi pare che si siano in gran parte fermate al dato di attualità o all’espressione di opinioni localmente articolate sul dolore della famiglia. Molti hanno insistito sulle omertà di quell’ambiente “untuoso” di favori, protezioni e silenzi che molti lucani in fondo pensano sia Potenza, al di là delle polemiche e delle smentite che le hanno generate.

Ma cosa deve significare questo? che da questo punto di vista Potenza denunci delle gravi specificità locali rispetto al resto della Basilicata, oppure che, siccome tutto il mondo – almeno quello meridionale – è paese, di Potenza si deve pensare non possa, non debba, fare eccezione?

Io credo, intanto, che bene abbia fatto Gaetano Cappelli a criticare quanti, durante la manifestazione a sostegno della verità sul caso Elisa Claps, hanno anche richiamato alle vittime di mafia. Perché è certo, come pure ha scritto Paride Leporace, che quanti avrebbero dovuto amare luce e verità (inquirenti, autorità della chiesa, vari testimoni ecc.) hanno creato, invece, un clima omertoso e depistante intriso di familismo, favori politici, ataviche paure e imbarazzi. Ma è pur vero, mi si passi la metafora un po’ kitsch, che la ’nduja non è la salciccia lucana e che insomma, il porco è lo stesso, ma la lavorazione degli ingredienti è diversa, ché qui non si tratta di poteri che sono stato nello stato, di omertà sollecitate dalla violenza fisica, di infiltrazioni nella sfera economica a scopo di illecito lucro. Anzi il continuo richiamo alla mafia, alla camorra, alla ’ndrangheta calabrese può essere pericolosamente ascritta a una cultura del complotto tutta italica che, al solito, salendosene per li rami, va sempre a cercarsi una regìa settaria e occulta senza mai volto in cui tutto pare interconnesso, tutti sono colpevoli e dunque nessuno.

Invece il caso Claps e quello dei fidanzatini di Policoro recentemente ricostruito proprio sulle pagine di questo giornale da Andrea Di Consoli, certo con attori e ruoli parzialmente diversi, rivelano una specificità non tanto potentina quanto più largamente lucana. Una tipicità che sollecita non solo e non tanto dati di cronaca di sia pur scottante attualità, ma anche strutture ben più profonde di quanto si pensi che agiscono nelle situazioni delle quali ci stiamo occupando. E soprattutto a fronte di altri casi omicidiari dove i livelli di omertà e di perizia nelle indagini sono solitamente stati rispettivamente ben più bassi e ben più alti.

Nel 2003, proprio Di Consoli scriveva dei lucani che “è dalla notte dei tempi che gli abitanti di questa strana terra se ne stanno in silenzio, in attesa degli eventi. I lucani sono specializzati a ingoiare i rospi… a picchiare i figli pur di non picchiare i potenti. Non è un popolo litigioso quello lucano… la morale della Lucania è che bisogna essere amici di tutti”. Certo, concludeva lo scrittore, “bisogna sempre diffidare delle persone troppo buone, di quelle che sopportano le angherie e le prepotenze senza scomporsi”, ma purtroppo non è stato questo il caso. Qui non ha soccorso nessun interesse sovradeterminato capace di chiamare una comunità alla risposta sia pure ferma e civile come, ad esempio, per Scanzano qualche anno fa. Qui la reazione ha dovuto fronteggiare e soccombere ad avversari ben più potenti e invisibili di un qualsiasi governo, perché se ne stanno incistati da tempo immemore nella testa dei lucani: i localismi tribali, la prevalenza dei “fattori genealogici”, le invidie feroci, i perbenismi piccoloborghesi, il rispetto acritico delle sfere politiche ed ecclesiastiche, gli imbarazzi e i silenzi della chiesa, gli orgogli individuali e di casta (quelli che, come scriveva Nietzsche, alla fine vincono sempre sulla memoria dei fatti), le pigrizie intellettuali. Chincaglieria che ci portiamo dietro da tempo immemore. Una miscela potente che ancora una volta ribadisce, certo stavolta su più piccola scala, quanto sia difficile che in Basilicata possa imporsi una mentalità atta a creare quella consapevolezza in grado di “annientare l’incoercibile pensiero di non poter essere in nessuna possibile storia civile” (così, più o meno, vado a memoria, De Martino).

Parole fumose, astratte? ma io in realtà parlo – per Potenza, per Policoro, per il resto della Lucania –, non solo delle facilonerie e delle pigrizie investigative delle prime indagini, ma di fattori condizionanti che pure hanno funzionato nel paralizzare l’azione della magistratura e quella inquirente, parlo dei testimoni a orologeria per interesse personale o conto terzi (con relativi depistaggi), dico delle ascendenze politiche e delle rendite di status di certe famiglie locali, del fango gettato sulle vittime (non mi riferisco solo ai festini di Policoro) e sui panni sporchi da doversi necessariamente lavare in casa, dell’intoccabilità e dell’insospettabilità a prescindere delle autorità ecclesiastiche. E, per il caso Claps, parlo della recente “gara” tra i testimoni della Trinità a non voler restare con il classico cerino acceso tra le mani dopo la grottesca e paradossale scoperta del cadavere di Elisa addirittura prima della sua (ri)scoperta ufficiale.

Detto questo, va dunque sottolineato quanto la succitata manifestazione tenutasi nel Capoluogo lucano sia stato un fatto massimamente positivo per la reazione della parte sana della società, per il dato di protesta collettiva, per la tensione libertaria contro le locali collusioni. Una civile rivolta contro l’ingiustizia che però potrà avere un effetto strutturalmente e permanentemente positivo solo se ognuno (i soggetti indagati o coinvolti, i manifestanti, persino chi in questo momento scrive) sarà capace individualmente di risolversi a un coraggioso “combattere dentro” che, oltre a far andare incontro alle proprie responsabilità i colpevoli, contribuisca a spezzare quella cappa, quella camicia di forza storico-culturale, spesso appena palpabile ma pesante, che ci portiamo dentro ogni giorno. Perché poi non ci siano altre Elisa, altri fidanzatini, altri omicidi così malamente e straziantemente irrisolti.

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