Antonio Celano

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Racconti: Lyctus

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Questo racconto è pubblicato su «Polimnia: la rivista di poesia italiana», Aprile 2010.

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Oggi la televisione ha detto che è agosto, ma che sulla costa ci sono stati un bel po’ di allagamenti, le trombe d’aria e la protezione civile in allerta. E anche qui una burrasca tremenda, le tapparelle hanno rullato tutto il tempo e l’acqua a secchiate e i tuoni a grancassa… I temporali li soffro, mi agitano, non li voglio vedere nemmeno da lontano. Una volta la casa dava quasi sul mare, soffrivo il libeccio. Adesso mi hanno costruito quattro casermoni davanti che hanno tappato tutto. Meno male. Così niente buriane e vento, solo una penombra spessa. Insomma, mi sento a mio agio: niente luce, niente spazio, zero cambiamenti. E poi mi piace guardare la confusione di vestaglie, canotte e mutande stese sul retro e i tinelli di vetro montati sui balconi zeppi di lavatrici, o altre cose inutili. Rompono un po’ i ragazzetti con i roller o gli skate. Tanto, la maggior parte del tempo, tengo basse le persiane.

Caterina ha sempre detto che sono malato peso. Una volta ci aggiungeva pure che sono un irresoluto e un inconcludente e me lo gridava con rabbia, con durezza, perché ho quarant’anni, dice, e sembro uno che vive le cose come se non fossero sue. Adesso ci sorride su, adesso che passa solo qualche volta per due chiacchiere o mi aiuta a rassettare il cunicolo, come lo chiama lei. Perché continua a farlo, dico io? Però non mi dispiace.

L’altro giorno dice: «Oh, Bruno, guarda un po’ qua…» e mi indica due o tre mucchietti strani di polvere sotto certi mobili che, quando è venuta via di casa, comprai di restauro per sostituire i suoi. Tra l’altro è da dire che Cate mi ci prende ancora per il culo, ché l’étagère e la sedia con la scrivania e pure l’armadio sembrano fabbricati per dei bambini piccoli, dice. A volte li guarda, dà una boccata di fumo e mi fa:
«Bruno, ma mi dici con che cacchio di criterio li hai presi ’sti mobili qua? e li hai pure pagati un botto, in proporzione…».
«E ci credo» rispondo io «son di legno tenero, ma del ’900, mi hanno detto».
«Del ’900, eh? saprai un tubo te che decennio…», borbotta tra l’assorto e il contrariato, con un pugno piantato sul fianco.

Insomma, alla fine le ho promesso di dare un’occhiata a questa cosa della polvere. In fretta, una volta tanto.
Va beh, la polvere è segatura. Finissima farina di legno. Solo che, a ben guardare, i mucchietti sono parecchi di più. Corrispondono ognuno a un buco nel mobilio, a occhio non più di un paio di millimetri. Perfettamente rotondi. Saranno animaletti, mi dico. Sposto i mobili, guardo meglio, e scopro il disastro, ché questi qua erano lì chissà da quanto a lavorare e non me n’ero ancora accorto. Guarda quanti buchi hanno già fatto… e il tipo che m’ha venduto i mobili me lo aveva detto o no se il legno era trattato? Mah, bisognerebbe farci un salto… ora vediamo, dai.

Resto seduto sul divano. Fumo e penso, penso e fumo, ma non mi viene niente se non questa nuova sensazione spiacevole. Più che incazzatura per i buchi è che ’sta cosa m’ha lasciato un po’ così e chi lo sa. Poi ci s’è messa anche la mia ex compagna e già lo so che poi mi rompe con la storia che io le cose le prendo sempre telefonate. E ora mi tocca pure impegnarmi subito in ’sta faccenda che sotto c’è qualcosa (sotto le faccende c’è sempre qualcosa) e mi sta montando pure un discreto mal di testa e la malinconia. Ma perché, poi… questa testa, dico… grossa e dura come il marmo e questo corpo flaccido da baco, ché non ho voglia di occuparmene Cate, dai, Cate, sì lo so, gli scricchiolii in campagna, la testa gonfia, dura per scavare il buco, non ho mica la forza Cate, e poi lo scricchiolìo, questo dolore nella carne… i buchi, la paura che brucia Cate… E mi sveglio urlando, ché la cicca m’è cascata sulla gamba e m’ha bruciato, perdìo!
Corro in bagno, mi sciacquo la bruciatura, la faccia. Vomito.

È una settimana almeno che guardo quei mobili e non mi ci avvicino. Fumo e li guardo, li guardo e fumo. E a un tratto mi chiedo da quand’è che compro le sigarette. Forse quando mio padre è morto. Dunque quando già ci aveva portato qui. E perché cerco nella mente queste cose? E mi sale la malinconia e il mal di testa. E dei mobili ho mica voglia.

Caterina è piantata in mezzo alla stanza, il solito braccio ripiegato sul fianco. Era almeno un mese e mezzo che non si faceva rivedere. Un giusto lasso di tempo per mettermi alla prova. Vedere quei mobili lì appena spostati in mezzo alla stanza, non fanno che confermarla.
«Allora?» mi fa, «questa faccenda dei mobili la risolvevi subito, vero?».
«Caterina, ricominci?», le faccio con tono scocciato.
«Sì sì va bene va bene… Oh, lo so che non sono mica più fatti miei. Però sappi che o loro o te!», dice alterata. «Mica ho intenzione di dividerti con quelle bestie io, lo sai che mi fanno schifo, soprattutto gli animali piccoli».

Gli «animali piccoli». Per Caterina si va dalla farfalla al geco fino al pipistrello. Meglio, alla paura del pipistrello, ché in casa nostra non è capitato mai. Hai voglia a spiegare che certi sono anche utili. Quando entravano in casa era tutto un turbinare di urla, scope e stracci, anche vetri rotti, una volta, di quelli a mezza luna, sul sopraporta, che per trovare uno che ce lo sostituiva si fece il giro delle sette chiese. Invece a me gli animali piacciono… piacevano. Quando stavamo giù, mio padre aveva i cani. Ma c’era il giardino grande e la campagna e ora a me parrebbe di segregarlo un cane. O un gatto, anche se questo è un tantino più cazzi suoi. In città non puoi tenere niente, ci stanno solo i peggio animali: i piccioni, le vecchie rincoglionite che gli danno da mangiare, i gabbiani che s’ingozzano in discarica. Altro che pesce e simboli della libertà. Quelli, quando si mettono di mattina sui tetti a centinaia, ti tolgono l’anima. Ora sono arrivati pure gli storni, che da lontano paiono moscerini al tempo della vendemmia e qualche buontempone, qui in città, ha convinto l’amministrazione a mettere un amplificatore con il verso del nemico naturale per tenerli lontani, dice, che ora la gente della piazza in centro non sa se lamentarsi più dello starnazzo inconcludente e inutile che fa notte e giorno il mangianastri strombazzato o dei quintali di guano che lasciano lì quegli inferni. Meglio i merli: li vedevi con quel capino schiacciato che lelli lelli ti saltellavano come topi sotto le magnolie del parco comunale, ti guardavano di sbieco e poi via, a tuffarsi nella siepe.

In città mi piace stare al chiuso. Gli animali li soffro, mi agitano, non li voglio vedere nemmeno da lontano.
«Oh, ma mi ascolti? ma possibile che vai sempre in tilt se ti dico ’ste cose?».
«Sì sì che ti seguivo, solo che mi era venuta un’idea per risolvere la faccenda…» butto lì, sperando che Cate non mi chieda cosa.
Per una volta sono fortunato, non insiste. Fumiamo una sigaretta. Io appoggiato al lavandino, Cate allo stipite della porta mentre guarda i miei mobili nell’altra stanza. Fumiamo senza dirci niente. Chissà che pensa Cate, mi chiedo. A me, invece, qualcosa è venuto. Confusa, anzi confuso. Non è mica un’idea, è un ricordo. E siccome non mi piace, lo dimentico.
«Va beh, concludo», dico.
Cate non risponde. Smette di fumare, prende la borsa, va via. Un’ora dopo mi chiama al telefono e fa più conciliante: «Bruno, oh, sono io. Guarda, pensavo prima che, forse, dovresti andare da un fai da te del legno o in qualche negozio del genere. Non so, ci vorrebbe qualche prodotto per eliminare quelle bestie. Se ci vai credo che loro potranno consigliarti, sai? non aspettare troppo, vacci. Promesso?». Ecco cosa stava pensando: lei è una pratica. Mica ha torto. Dall’altro capo del telefono si sente anche un «ciao Bruno!». È la voce del nuovo compagno di Cate, un ingegnere elettronico. Simpatico, davvero competente, dice. Un po’ strano. È appassionato di libri fantasy, ma a parte i funghi rossi a pallini, le saghe nordiche, i Nani, i Troll e gli incantesimi, è uno completamente fissato col tecnologico. A casa hanno una cucina che mi son ghiacciato solo a vederla, tutta efficiente d’acciai com’era. Manco la fiamma ci s’accende sotto la pentola, ché appare un cerchio rosso sotto un vetro fumé. Però l’acqua bolle, anche se per capire come s’apriva il rubinetto in bagno, quella volta che m’avevano invitato, ci ho patito un po’. Per uno spaghetto, m’è parso troppo.
«Promesso?», insiste Caterina.
«Promesso…».

Sul divano stiro con le dita una vecchia stampa sdrucita. Dentro c’è una strada, una strada che in fondo curva bruscamente. Sui due lati un campo di grano, dei corvi radenti verso un orizzonte che si spegne in nuvole alte. Il grano piega verso il fondo della tela, il verso squillante dei corvi fa eco nel rombo lontano del tuono. Ondeggia, il campo di grano, le spighe frusciano ruvide sulle mie braccia. E poi il grano diventa un mare e il cielo si fa grave di nuvole e più corro e più sono nel buio e nei lampi. E la paura, la paura e l’angoscia, ché già so cosa c’è lì in mezzo e nell’oro che squassa come un rumore di ali. S’allarga rasente le spighe e poi spacca l’aria e le orecchie lo sfrasco tremendo, il muggito come un pensiero troppo denso e sbuca, sbuca fuori quel cranio che mi afferra e mi rumina via.

Stamattina, basta, ho fatto un salto dal fai da te del legno. Ho comprato un prodotto che si spruzza con la cannula. Serve a sterminare le uova e le larve nel cunicolo che si sono scavate. Poi, l’addetto mi ha consigliato un prodotto da spennellare su tutta la superficie dei mobili e una stecca di cera per tappare i buchi. I prodotti hanno un puzzo di chimico che schianta i polmoni. Ho dovuto comprare anche un camice, una mascherina e un paio di guanti in lattice che sembro il medico Terzilli della mutua.
Ho guardato i mobili, mi sono avvicinato ai buchi e li ho esaminati da vicino. Via, bisogna mi dia da fare!

Mi siedo sul divano, mi accendo la sigaretta e penso. Fumo e penso. Ma che avrò comprato il prodotto giusto? e che insetti saranno: tarli, tarme, cosa? Al bordo della latta leggo una sequela di nomi, ma se, diciamo, il cittadino che sta dentro al legno qui nella lista non ci fosse, il prodotto sarebbe efficace lo stesso? vattelappesca… Però a un tratto me ne accorgo che mi sto solo prendendo per i fondelli. E lascio tutto lì.

Stamani mi sono buttato furiosamente alla ricerca di una traccia, un libro, una guida, mica mi torna in mente bene, ché doveva essere un manuale in dotazione al padre di mia madre che faceva il guardia forestale. Ha ragione Cate, questa casa è un casino. Un libro con una copertina particolare, mi ricordo, sugli insetti nocivi nelle abitazioni rurali o forse su quelli nocivi al legno, non mi ricordo… eccolo qua, comunque… Eh, 1929, copertina aragosta ormai sbiadita, al centro un disegno con dentro un insetto su una foglia smangiucchiata. Sulla prima pagina trovo la stampigliatura: «Milite Nazionale Forestale Pierro Domenico», mio nonno, appunto. Insomma, alla fine, mi son fatto una lista:
Anobium punctatum
Callidium violaceum
Xestobium rufovillosum
Hilotrupes bajulus
Lyctus brunneus
eccetera.

Però per vederli bisogna aspettare sfarfàllino: qualche mese, mi dico. Ma sono punto e a capo, ché l’ho già visto che il veleno li uccide tutti: quelli che il legno se lo mangiano e quelli che ci dormono solo dentro. E questo libro m’ha messo il magone e il magone il mal di testa. Che ci sarà mai in quel buco? una larva, certo. Flaccida, debole, rintanata nel buio, nel caldo del legno. Si fa avanti mangiando… ma va avanti? e se andasse a destra o a sinistra o addirittura in basso per non dire indietro?
Dalle pagine spesse del libro, brunite sul bordo, fugge via un pesciolino d’argento. Annuso la carta: sa un poco di muffa.

Un terrario. Uno di quei terrari con le pareti di vetro che usano gli etologi e ci vedi chiaro cosa succede dentro e ti spieghi tutto, tipo Danilo Mainardi. La scatola contiene strati di terra compatti. In superficie uno strato d’erba. Sotto l’erba un terreno duro e ciottoloso. A unire il terreno suddetto e gli strati più friabili, radicette e rizomi. In un punto poco sotto la superficie, tra una radice e l’altra, dorme una larva che mi somiglia. E, siccome mi somiglia, non mi va mica tanto che Danilo dica che poi io divento insetto perfetto, una botta giusto per la riproduzione e poi arrivederci e grazie. No no, e tra l’uovo e l’adulto, c’è la larva: e quella ti campa parecchio là sotto, la vogliamo considerare per bene?

Ultimamente ragiono male. Sono stanco, mi dico. Ma di che? Fumo.

Tra le cose ravanate ho ritrovato un vecchio libro, la storia di un bambino-formica. Me lo portò mio padre da Firenze. L’aveva preso in una libreria grandissima, la più grande d’Italia diceva, e mi sgranava gli occhi, come per impressionarmi. E poi, quando anch’io ci andai a Firenze la prima volta, la libreria s’era già ristretta e s’era fatta piccola piccola. Oggi non c’è nemmeno più. Insomma, ho riletto la storia del cinipe nella galla di quercia e quella del sirice giovenco. Poi sono stato male e il libro l’ho messo via. Certe letture non dovrei nemmeno farle, mi agitano.

La televisione ha detto che nel 2007, per la prima volta nella storia, più della metà della popolazione mondiale vivrà in città. Ma mica in centro. E oggi, la casa mi sembra una bara e vorrei uscire. Ma fuori c’è la città, che è una gora terribile, come la città. Penso, ma non mi viene niente. Allora fumo.

Caterina si aggira per la casa preoccupata. Mi vede sottosopra e non capisce. Mi passa le dita tra i capelli. È contenta che abbia acquistato i prodotti antitarlo. Però, quando s’accorge che non li ho mica usati, mi dice gnoccata che un altro po’ è Natale, che sono sempre il solito fancazzista. E sbatte la porta.

Me lo aspettavo. Lo scricchiolìo nei mobili s’è fatto insistito. Scavano e si nascondono. Guardo il mobilio e fumo. Fumo e mi ricordo come ci restavo volentieri in campagna d’estate. Mia nonna preparava il letto, mio nonno la lampada: pressava all’inverosimile il combustibile nella caldaietta e io avevo sempre paura che prima o poi esplodeva. La fiamma sgassava fuori il blu penetrante del carburo, ma mica durava tanto, ché dopo qualche minuto regrediva al giallo. Fuori, il cane iniziava ad abbaiare al buio e al nulla, e dal nulla usciva il gracidìo delle rane e alle rane rispondeva l’assiolo e all’assiolo il silenzio. Il silenzio in campagna è insopportabile come la notte. Perciò gli animali fanno rumore. La corrente al pagliaio di nonno arrivò nel ’74, ma tanto non illuminava più niente e nessuno, perché la gente se n’era già emigrata tutta. A parte le stelle e le lucciole.

A me la campagna mi pareva un chissacché, ma mio padre m’ha sempre detto che quando ci andavo io la campagna sembrava viva, però era già morta. E io tante cose che mio padre faceva, mica le sapevo fare. Lui aveva studiato e non me le ha insegnate perché i lavori di campagna li fai se servono. Mica sono esercizi di teoria.
Quanto tempo è passato? e ora, di primo acchito, mica mi ricordo più, poniamo, quando è il tempo del mosto o quando si fanno le potature. Mi devo mettere a ricordare.

La campagna era una lotta. Per esempio mia nonna amministrava l’acqua nei solchi e a un certo punto le venivano come attacchi d’isteria, di colpo gridava e menava fendenti con la zappa. E mica era impazzita, era solo che là sotto c’era la talpa.
Mio nonno, invece, mi portava a pascolare le mucche. Prima aveva anche le pecore, ma quando c’ero io le aveva già vendute tutte. Alle vacche ci devi stare attento, basta una distrazione e poi ti tocca andare a pararle fuori dalle frasche o dal terreno del vicino. Ma le più inferne sono le capre, ché ti bevono alle fontane come i cristiani e hanno un morso amaro come la morte.
Gli animali sono una schiavitù, diceva mia nonna. Producono, ma tu sei servo loro. Mio nonno non andava nemmeno ai funerali dei parenti, ché le vacche reclamavano. Mia nonna, invece, ci andava anche per starsene in paese. Per sfuggire dai conigli, dai maiali, dai pulcini che quando s’appisolava sulla sedia le scalavano la testa. Mia nonna ce l’aveva con gli animali d’allevamento. Quelli selvaggi, invece, si fanno le cose loro e nessuno gli dice niente, almeno fino a quando non dissestano qualcosa. Tipo la dorifora che i miei ci facevano le tauromachie o le vespe quando si scavano le pere a una a una che dopo le puoi solo buttare.

C’era poi… c’era questo scricchiolìo insistente… se te ne stavi solo nel pagliaio oppure nelle ore della sera lo sentivi, ma mica capivi da dove veniva. Si nascondeva o cambiava posto. Tipo che se tu, nel silenzio, seguivi il ticchete-ttacche della sveglia sul caminetto, poi dopo un poco ti arrivava nell’orecchio questo «gneek» o questo «criek». E mi chiedevo se era la trave o la scala a pioli che metteva in soffitta, il tavolone o la botte piccola che ci portavano l’acqua dalla sorgente. «Gnee-ek!». E avevi paura di uno schianto improvviso.

Ultimamente ho letto da qualche parte che alle volte questi animaletti del legno sono attratti dalla radice di liquirizia. Ma mica ho capito se da insetti adulti o no. Mah, mi pare che le larve se ne fregano. Però, visto che ce le avevo nella credenza di cucina, qualche stecchetto l’ho posizionato per terra, quasi sotto il mobilio. Al massimo se ne staranno lì fino a marzo-aprile.

Guardo l’armadio. Fumo e mi ricordo che mio nonno è andato alla fiera a piedi con due mucche. La mattinata sale in un’insolita afa tremenda e umida che non se ne può più e il tempo peggiora, ché si presenta all’orizzonte una nuvola strana, che si stira stretta alla base e cresce enorme sopra la testa. Nera che non l’avevo mai vista, pure se occupava solo metà del cielo. Si leva un vento che non ci si regge e fa tutto di polvere e paglia e fogliacce e l’olmo sotto casa fischia e più avanti pure il gelso vecchio, tutto cavo com’è di formiche. Nonna mi fa segno di entrare nel pagliaio, mette dentro le galline, chiude tutto, sale in casa giusto poco prima di un tuono che trema le pareti e poi grandine a finimondo. Nonna si sgrana il rosario e prega e mette sul caminetto i santini. La Madonna ha un vestito nero più del temporale, meglio Sant’Antonio, almeno è col maiale e San Francesco, ma mica è quello del lupo. Però l’acqua aumenta e il vento pure e il grano si piega e s’ammassa e nonna si dispera e io non so che fare, ché mi sento isterico e il pagliaio chissà se resiste mi viene da dirmi. Ma non me lo dico, se no mi impaurisco dell’altro.
È stato in quel momento che abbiamo sentito il rumore sotto casa. Sembrava qualcosa che si trascina dietro tutto, metallo e vetri rotti e poi un muggito, un muggito folle, che dal terrore la vitella s’è scatenata, ha rotto la porta ed è fuggita fuori e scalcia e corre nel campo che s’abbatte. Non so se è stata la paura, ma dietro ho visto lanciarsi la nonna, e mentre urlo «torna indietro!» fuori corre solo un vestito nero che si mischia col nero nell’oro agitato del grano e l’ombrello e il bastone di nonno che serve a parare le vacche. Il muggito, il grano, l’ombrello piegato e poi una luce accecante come un tronco che si spacca e io tutto bagnato sul pianerottolo non vedo più niente e m’infilo sotto le scale.

Il ripostiglio è caldo e asciutto di paglia. Me ne sto in fondo, dietro la sella della cavalla, i finimenti, il falcione lungo per l’avena, l’incudine, la mola per arrotare le lame. Sto nello scuro, qua dentro, in fondo, come una pancia. E lì, nel silenzio perfetto, nei legni, nelle travi, nei manici degli arnesi lo scricchiolio che mi fa compagnia e anch’io voglio andare in quei buchi.
Fumo e mi ricordo il nonno che mi scuote e mi trasporta in braccio. E anche Cate mi ha scosso e ha detto che ormai ho scelto, e ho scelto male e ha sbattuto la porta.

Di Caterina non riesco a ricordare quasi la faccia: del resto, da tanto lei non viene più. E io? da quando sto qui, seduto in mezzo ai mobili? giorni, secoli?… Alle volte mi addormento, sogno un rollìo, i legni assemblati che resistono male alla forza cui mi lascio andare. Invece è che gli scricchiolii si insinuano fino nel sonno e io, ormai, li faccio sempre entrare. Oggi s’è spezzata di schianto una zampa dell’étagère. Ma forse è solo l’impressione. O la fame. Mi piego e lentamente, ai piedi del mobile, tra la polvere e la miriade di carcasse morte dopo la riproduzione, raccatto da terra l’ultima radica di liquirizia, intanto tarlata anche quella.

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Written by antoniocelano

aprile 11, 2010 at 5:43 pm

Pubblicato su Lyctus, Polimnia