Antonio Celano

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Racconto: Armando

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Racconto pubblicato nell’antologia:

Marchesi – Giovannini – Tentori

Famiglie assassine

“Il libro che avete tra le mani è il risultato di un progetto maturato da tempo, anche attraverso un ‘cantiere di scrittura’ via Internet, e che solo oggi si concretizza. Nei mesi che si sono avvicendati mentre si raccoglievano i testi per l’antologia, la nostra convinzione che la famiglia sia un luogo anche di sofferenze e delitti è stata confermata da una miriade di episodi della cronaca nera, a volte ancora più atroci di quelli immaginati da qualsiasi scrittore.
Del resto questa consapevolezza è sempre stata condivisa dal gruppo di scrittori che si sono definiti neonoir e che dal 1993 hanno prodotto libri, incontri, ‘eventi’, giocando sull’intreccio tra cronaca e immaginario, ponendosi provocatoriamente ‘dal punto di vista di Caino’.
Il nesso tra cronaca e immaginario, in particolare a proposito di serial killer, è infatti uno dei tratti che hanno caratterizzato il neonoir, anche attraverso l’impegno di alcuni suoi autori in saggi, ricerche universitarie, inchieste giornalistiche e radiofoniche sui crimini seriali.
(Dalla prefazione di Fabio Giovannini e Antonio Tentori)

Hanno partecipato a questa antologia:
Giuseppe Arcucci, Claudia Catali, Antonio Celano, Paolo De Pasquali, Max Giovagnoli, Nicola Lombardi, Simone Lucciola, Sabina Marchesi, Marco Marino, Antonio Meloni, Marco Minicangeli, Fabio Monteduro, Aldo Musci, Massimo Onza, Marco Scaldini, Ivo Scanner, Matteo Severgnini, Antonio Tentori, Alda Teodorani, Stefano Marinucci Truffaldino, Marco Vallarino”.

[dal sito della Statale 11 editrice]

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Sono dentro che metto a posto due vaschette nel banco frigo che s’affaccia Matteo con l’aria tutta presa: «Arma’ Arma’ sta arrivando mo, spicciati!». Faccio i tre scaloni alti e m’affaccio all’entrata, guardo a destra, a sinistra, m’asciugo le mani sopra il grembiule.

Finalmente, e non se ne poteva più! È una settimana che mi parla di questo nuovo arrivo, manco fosse arrivato il presidente della repubblica: la figlia del maresciallo Presta, che è venuta a trovare il padre in paese. Bella donna, mora, tacchi spessi, un fascio di riviste in mano modello «Gente» o «Novella 3000» che va verso la piazza. Mah, mi sa che Matteo c’ha perso un poco la testa e se ne sono accorti pure i quattro gatti al bar vicino, che sfottono seduti al fresco del tavolino sotto al pergolato, chi col caffè chi col digestivo tra mano e bocca. La gonna leggera balla col passo, le gambe lisce, i capelli corti. Bella è bella, chi dice niente… se la passerebbe chiunque, anche quelli che si rendono più conto e manco ci provano e però per ripicca danno fastidio a quel fesso di Matteo. Ma per quanto mi riguarda, sinceramente, di tutti ’sti struggimenti – che poi sotto sotto se guardi bene è tutto digiuno e fame – non me ne frega niente. Fosse stato per quello non mi sarei scomodato neppure a uscire dal negozio. È qualcos’altro… è che quando guardo una femmina che mi piace, quando mi vuol dire qualche cosa, insomma… a me mi scatta l’occhio del mestiere – come si dice mo? – una «deformazione». La figlia del maresciallo, per esempio, del tendine me ne faccio pochino, ma i gemelli dei polpacci, invece? esterno e interno. Quelli sono buoni come i garretti e la ragazza non li tiene mica male, ché la gamba gli sale proprio bene… e poi la carne della coscia, il muscolo sodo… noce e fesa. Roba che costa. Roba buona come lo scamone e ancora più sopra la lombata, colle vertebre della schiena. Eh, Presta di qui Presta di là… non basta mica solo il sapore delle costatelle per fare la griglia. Il mio mestiere tiene anche la lavorazione, il taglio, no? È pure bravura, ché se il taglio è sbagliato tutta la carne, quando ce l’hai nei denti, è peggio di una pietra…

«Arma’, Armando?… Armando! e che è, da mo che vi chiamo!». Nella vita, è quando ti sogni le cose belle che ti toccano le cose brutte. A tirarmi per la manica è la signora Italia. La signora Italia Gioia. Ma a ’sto cognome potevano accostare un nome più cretino? Già tiene una faccia seccata come una prugna e poi è pure invadente. Petulante pettegola muffosa, lei e sua figlia, che è brutta come la fame che non se la piglia nessuno, non se la piglia. Il naso colla gobba, co’ ’na smorfia che me l’immagino sempre che dice «Mammà, e questo mi fa schifo, e quello non mi piace, e pure quello là!». Eh, e una come la signora Italia, che mo è vedova, e chi se la poteva prendere? solo don Nicola Ruggiero, l’ultimo dei «galantomini» del paese. Uno che teneva il fratello avvocato di grido a Salerno e che invece lui non ci capiva un cazzo. Faceva maestro elementare, giusto che se non veniva da quella famiglia manco a pascolare lo mandavano, ché pure per pascere due capre ci vuole giudizio. E sì che pure lui aveva preso legge. Ma al fratello, sempre fissato com’era colla carriera e colla terra, gli faceva comodo tenerselo in paese a starsene sempre sul piedistallo e a scassare l’anima alla gente e ai contadini. Pure spione, era, e maldicente. Ma va beh, roba passata. Il tempo sì che è galantuomo e mo questi sono né più né meno come a tutti gl’altri, solo che se la tirano ancora e si meravigliano se vedono una borsetta firmata addosso a una, ché il popolo mica patisce più l’appetito. Ma comunque la signora Italia la carne me la compra e pure parecchia e me la devo sopportare. E i soldi mica puzzano di chi te li passa.

«Che gli diamo alla Signora? – faccio con la voce di zucchero – un poco di girello, un pezzo di capretto, una fesa di tacchino?». Ma quella colla voce stridula mi fa: «Arma’, l’ultima volta, la carne… era un poco tosta».

Quant’è urtante. Cerco coll’occhio la bruttona della figlia, che però non mi dà appiglio. S’è girata, fa la distratta col calendario sul muro. Quest’anno, sopra ai mesi, c’è la Madonna dei Sette Dolori: il cuore colle spade, il mantello nero ricamato d’oro e la corona, la faccia sofferente. Che tiene da guardarci? mica la Madonna gli dice quant’è bella! Però la signora dove vuole parare gli scappa subito e, infatti, si avvicina un poco, schiarisce la voce e mi fa: «Armando, ma quel bel primo taglio dell’altra volta, quella carne bella tenera… è un po’ che non ce l’avete più. Pure dagli altri macellai non la trovo mica sempre…». Eh, signora mia, ma io me ne accorgo che i diti ti tremano sul vetro e che tua figlia Mariuccia s’è fatta tutt’orecchi anche se non guarda, la brutta bizzoca. Vi piace, eh?… ma non diciamo palle: se c’è e quando c’è, è carne che non la trovi da nessuna parte.

Ma mo m’è tornato in macelleria Matteo con un altro cliente. Pianto la mannaietta sul ceppo di legno, proprio in mezzo alle ossa spaccate, e faccio brusco: «Nossignora. La prossima volta. Altro?». Per fortuna non la tira a lungo, chiede qualche etto di tritato scadente, quello un poco grasso, per i gatti. E poi stacca la figlia dal calendario, abbattuta come la Madonna: «Vieni Mariuccia, vieni che dobbiamo andare da Giuseppina della lavanderia».

Spiccio l’altro cliente, chiacchiero un poco con Matteo e Anacleto, che intanto s’è affacciato pure lui. E mentre parlo, però, mi penso che il palatuccio la vedova Ruggiero lo tiene sviluppato. E certo, la lingua ce l’ha allenata mica solo per riempire di chiacchiere il paese. Allora mi devo stare più attento allora, ché sennò poi i ricami…

Però poi mi penso che sono nella bottega mia, nel regno mio. E guardo la petecchia dei colli strozzati e le vaschette colle frattaglie e il gancio col mezzo maiale fiaccato. Questo è il tesoro mio, questa è la forza mia.

Collo straccio caccio ogni tanto qualche moscone, sennò mi ci punge le uova. E io mica faccio ingrassare a loro, pure se stiamo nello stesso posto e pure se anche a questi gli piace la carne morta. Oh, loro la fatica non la fanno. Prendi l’agnello: mica le sanno le zampe che tremolano, il cuore veloce e la mano che stringe e la punta che taglia. Mica lo sanno il collo allungato l’occhio sgranato e il verso strozzato e il sangue per terra. Mica lo sanno il momento, il preciso momento che stai di qua ma pure di là. Gesùcristo la sa la vita morta. Lui solo, e pure io. I mosconi vengono dopo. I mosconi sono come i clienti, pure se questi dalla bottega sanno uscire da soli.

Stasera, in giro, c’è gente foresta. Due ragazzi, certi cani, e una tipa mica troppo puliti. L’accento, mi pare, è di lassù. Ciabatte scucite, i gins strappati. La ragazza tiene ’na faccia, però è pure bella. Tiene due occhi grigio cenere, un corpo un poco patito, i capelli ciocche ciocche. Chissà da quant’è che non se li lava. Ai piedi ci tiene due zattere che paiono di corda, fuma come una satanassa. Gli altri due cominciano a dare fastidio. Si siedono al bar, pidocchiosi loro e i cani sdraiati sotto ai tavolini. Tengono certi tatuaggi che dio ce ne liberi, uno è pure mezzo sdentato.

Oh, a un certo punto non si litigano tra loro? se la pigliano colla ragazza, volano parole, ma la tipa gli dice «merde!» e pure «stronzi!». Insomma, la solfa va avanti e poi la spingono e gli fanno male. Ma mo hanno rotto troppo e qualcuno del paese la cresta gliela fa calare subito subito, ché la mano più piccola dei compaesani miei è quella del ruspista. «Aria compà!» gli fa Faustone, che pure se di mestiere fa solo la guardia notturna, è grande e grosso e i cazzi gli girano assai facile. «E se no che fai?» fa uno dei lordi. Però poi si levano di torno e pure lesti.

La tipa si viene a sedere sullo scalone mio. Mi cerca una sigaretta, qualche scarto per il cane che gli è rimasto attaccato, più abbacchiato della padrona. «Ueh, ma com’è che ti chiami te, che non me lo hai mica mai detto?» mi fa, dopo un tiro. Spinge il fumo fuori a forza, da un lato della bocca. Tiene le unghie scrostate, un poco di occhiaie. Però mica è male.

«L’hai letta l’insegna?» rispondo, e lancio un ritaglio al cane, che abbocca a volo.

«E… senti un po’ bell’Armandino. Non è che ci sai chi mi può far dormire per la notte da ’ste parti? poi taglio presto, che stare appresso a ’quei due esauriti mi son già rotta le balle. Oh, bada eh, che io grana per l’hotel non ce ne ho mica, sai?».

«Mah», dico io, «allora qua non ci sono tante possibilità. È un problema».

«Già…».

«Già».

S’alza bruscamente con una smorfia, ma gli faccio segno. «Senti… – continuo – ci sarebbe una casetta… un magazzino un poco fuori paese… ci puoi stare una o due notti, tra un poco chiudo e ti ci porto. Però non di più e occhio che qua il paese è piccolo…».

«See, e la gente mormora. E voi terroni siete tutti gli stessi, sempre cogli obblighi, sempre a dare conto agli altri».

«Oh, Leganord – gli faccio sul muso – se ti sta bene così sennò anda e te ne torni in America, che là stai meglio e ti vogliono più bene!».

La tipa calcola e ci mette il miele: «Ma dai… ma va’ Armandino, non ce lo dico a nessuno dai. A chi vuoi che ce lo dico, a ’sto cane qua? vai, dimmi un po’ dov’è che mi devo far trovare, non mi ci manderai mica sola che non so nemmeno dove cazzo sta ’sto posto».

Furba la ragazza. Per fortuna nella bottega non c’è nessuno e gli dico dove avviarsi.

«Oh, io mi chiamo Maurizia» mi fa, e sparisce. Esco fuori e gli amici del bar mi guardano. Stringo le spalle. Faccio segno che deve essere un poco pazza e che se ne deve essere andata pure lei. Poi si girano e si finiscono la briscola.

Dopo la chiusura la trovo al posto. Ti esce da dietro a una macchia, col cane attaccato a una corda per stendere i panni. S’è nascosta bene pure se qua, nelle campagne, ci gira poca gente, ché se ne sono andati tutti e non ci vengono più nemmeno per le vacanze. E poi è già notte.

Nella strettoia le spine rigano la macchina e fanno un rumore che mi dà fastidio come alla scuola quando il gesso scriveva sulla lavagna. Sudo e la tipa riattacca pure la musica: «Uey, ma non mi venivi mica più. M’avevi preso per cappuccetto rosso? sì, bello ’sto bosco, non dico, guarda, ma due marroni». Io non gli ho risposto mica, questa qua è una solo cazzi suoi. Poi mi penso chi cacchio me l’ha fatto fare di caricarmi ’sta scassapalle e mi penso che mi fa salire pure la nervatura che già non lo so com’è, ma nella testa mi girano le cosce del pollo e le frattaglie della Presta e mi sento sette spade nel petto. E poi mi sale come una voglia troppo grande. Troppo. Ma di che cosa, boh.

E quella continua: «Ma dai Armandino, ora finisce anche che te la prendi. Però capisci, no? qua il tempo non passa mai, non è mica il centro di Milano. E poi ’sta strada è tutta una buca, guarda». Meno male che siamo arrivati nello spiazzo davanti alla porta. Mentre parcheggio mi sento i sudori freddi, manco c’avessi avuto ’na botta di bassa pressione. Apro la baracca, accendo la luce da 40 ché tanto chi ci viene mai e, nello stanzone quadrato, la tipa guarda il vascone basso col rubinetto e la pompa dell’acqua. Appoggia lo zaino per terra e io m’appoggio al ceppo da lavoro.

La tipa fa smorfie, ché ha visto i ganci e i catenoni della bottega vecchia. «Scusa Armando eh, scusa. E va beh che ti devo ringraziare di avermici portato qua che io poi ci posso dormire, ma che è ’sta merda? ma sei scemo? ma qui è un manicomio e ’sta luce è da matti, guarda». Io non rispondo e la guardo fermo e mi fumo la sigaretta ché nella testa mi tornano le spade e il pensiero balzano se il capretto è meglio o no che quando lo porti nel mattatoio non si spaventa sennò si guasta la carne.

La tipa calcola: «Bell’Armandino… però sei stato anche un cavaliere, guarda… e fammi un po’ di compagnia, eddai». La tipa piano piano s’avvicina, poi si comincia a spogliare, ché per lei è l’unica carta. Calcola calcola, ma a te già ti conosco. Pure che è sporca mi lecca il collo e a me mi pare la bocca di Mariuccia che dice «e questo no e quello neppure». Maurizia sette piaceri. Pure che puzza a peste di fumo, mi bacia. Ma nel regno mio i piaceri tuoi non sono quelli miei. E le frattaglie. Le frattaglie, il porco e l’agnello, il bue e l’asinello. Brava… tieni sette mani che tengono voglia d’andare dove devono andare, ma non le sai le spade che mi girano stasera, ché sei capitata nel posto sbagliato. Gemello esterno, interno coscia. Cazzi tuoi, nel regno mio. La forza mia. E pure io sono bravo che ti pensi, ossobuco. Pure io so dove mettere le mani.

Nessuno lo sa quando è il preciso momento. Nessuno quando la mano stringe il collo strozzato nei gridi le gambe che sbattono le braccia che nuotano i diti che appigliano l’aria. Non la sa la testa sbattuta sul ceppo, la punta nascosta e il collo tagliato e il sangue per terra le gambe che cadono. E dagli che apro, che sego, che spezzo… e poi esco e ti caccio fuori il cane dalla macchina che mo tocca a te, bestia, bestione di cane. Bestia bestione. Toh, cane e padrona! Solo io lo so il momento…

E poi mi sveglio rincoglionito e un poco abbattuto co’ ’sta cosa calda in mano, il muro scrostato qualcosa sui ganci la luce che dondola i peli di cane. Gira tutto. Un paio d’occhi appannati per terra. E sotto, uno stomaco che dentro non tiene più niente.

E poi mi sveglio tutto sudato di sangue che mi sento un Padreterno. Forte come a un toro. Sette forze, sette bravure… e scarto quello che devo scartare, piglio quello che devo pigliare. E il grano e il loglio e l’arte ci vuole. Poi apro la pompa e l’acqua che corre torbida poi torna chiara come quella che mi ci tuffavo da piccolo nel fiume e, quando non resistevo più, tornavo sopra.

Oggi alla vedova gli faccio distratto, quasi che me ne ero dimenticato: «Signo’, a proposito, quella carne che cercavate… la tengo. Quando la volete è nella cella». E allora la signora Gioia ha fatto «Ahh, bene, bene. E bene. Ahh…» e me ne ha comprata un bel poco e l’ho visto che gl’era venuta come un’allegria stupida e poi mi sono girato verso Mariuccia che guardava distratta la Madonna dei Sette Dolori e non m’ha dato spago. Però, pure così, l’ho vista che si mordeva le labbra.


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Written by antoniocelano

marzo 11, 2010 at 12:53 pm

Pubblicato su Armando, RACCONTI

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