Antonio Celano

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Recensione a: Silvia Avallone, Acciaio (Rizzoli, 2010)

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Questa recensione è stata pubblicata su «Il Quotidiano della Basilicata» il 14 Marzo 2010.

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Lavoro e sesso ai tempi dell’altoforno

Può  accadere che in un romanzo dedicato alla provincia industriale italiana, Piombino finisca in qualche maniera per chiamare Melfi. Il libro è Acciaio, esordio narrativo di Silvia Avallone (Rizzoli, 2010). Il suo primo risultato, quello di aver spaccato polemicamente la cittadina toscana in cui è ambientata questa storia d’amore e d’amicizia tra le adolescenti Anna e Francesca. Vicenda che si esalta e si consuma, per poi faticosamente ricostruirsi, sullo sfondo di una Piombino dominata dalla fiamma dell’onnipresente altoforno «Afo 4» – in realtà ultimo morente mostro di una mitica «Era dell’acciaio» ormai alla fine – che arroventa insieme a un inestinguibile rossore estivo i casermoni da socialismo reale di via Stalingrado (una strada inesistente nel piccolo centro siderurgico toscano, ma traducibile anch’essa dal russo, e dal nomignolo dato al baffuto compagno Josif Vissarionovič Džugašvili, come «Città dell’uomo d’acciaio»). In questo spazio tra fabbrica e città di mare i lavoratori delle acciaierie Lucchini vivono le loro storie di fatica e di morti bianche, ma pure di droga e di sesso, di inadeguatezza e di violenza familiare, di truffe e di furti, di fierezza e di sconfitte. Anche la loro estate trascorre come può su una spiaggia di fortuna, dove la gente se ne sta a guardare i traghetti che partono per l’Elba: un paradiso destinato solo ai turisti con i soldi per permetterselo.

Dunque ovvio potesse sollevarsi una difesa scandalizzata (e francamente un tantino ideologica) della rispettabilità operaia e dell’onorabilità cittadina. Purtroppo però, prima che il libro fosse realmente letto e attentamente valutato, come la realtà a esso sottesa (pur nella ferma convinzione che sbaglierebbe chi pensasse a un romanzo come a un saggio di sociologia).

Una situazione di cui si parlava, a proposito di Melfi, proprio sulle colonne di questo giornale il 25 febbraio scorso in un convincente articolo di Rocco Pezzano. Perché, per quanto se ne dica, il declino del paradigma fordista e gli irresistibili processi di globalizzazione e delocalizzazione delle imprese di questi ultimi decenni hanno nettamente evoluta l’identità operaia. E il romanzo della Avallone (come i dati snocciolati da Pezzano) si calano in una realtà vera a Piombino come a Melfi: la classe operaia, prima figlia di ceti contadini e artigiani violentemente sradicati e inurbati (della cui parabola finale e nevrotica racconta un altro bel romanzo scritto da Dante Maffìa, Milano non esiste, Hacca 2009), è ormai una declinazione piccolo-borghese della diffusa e nebulosa classe media nazionale. Gruppi con aspirazioni di vita e aspettative sociali radicalmente diverse dall’orizzonte di fabbrica e dai suoi ritmi e carichi di lavoro, origini che ne schiacciano nel disagio gli ormai sfumati contorni sociali, sottraendoli a ogni ulteriore progetto di palingenesi individuale prima che collettiva.

E allora la cocaina e le amfetamine in fabbrica, i telefonini sul lavoro, la musica sparata nelle orecchie, la discoteca prima del turno, il «perenne desiderio di scopare, là dentro» dando «un’occhiata alla bionda del calendario Maxim». E poi un quartiere abitato da disillusi e da sfaccendati, da piccoli spacciatori e da sbroccati, da giovani che sempre sognano di partire, dai rissosi, dagli sconfitti. A cosa serve asserire, allora, per citare l’ottimo Pezzano: «l’operaio non si droga»? A cosa serve sostenere che «la tristezza regressiva da provincia frustrata, così come lo smarrimento legato alla perdita presunta degli ideali del tempo che fu, cominciano a essere una caricatura un po’ datata e manierista della quale prima ci si libera meglio è»? (così il sindaco di Piombino su «Il Tirreno» del 2 febbraio 2010). Sorprende.

Invece, nel libro, nessuna realtà ridotta a macchietta, e nemmeno alcuna tentazione neorealista, ché alla giovane autrice ciò che interessa raccontare sono «le vite dei giovani che ancora vivono nei palazzi popolari» con l’uso di una scrittura veloce eppure controllata, dai dialoghi duri, spesso violenti, benché mai dai toni cinici o crudeli. Una strana mescolanza di realismo espressionista e di empatica attenzione alla sofferenza psicologica dei personaggi, di linguaggi bassi e citazioni colte (D’Annunzio, Carducci, Eliot).

Acciaio è il romanzo di formazione di due adolescenti, Anna e Francesca. È la scoperta della sensualità dei loro corpi sulla spiaggia, lo smarrimento delle prime emozioni, la lotta dei sogni contro la loro fragilità, contro lo svilimento e il pervertimento sempre tentato dal male del mondo circostante. È la storia di due ragazze della generazioneno-future: marginalità della scuola, individualismo, assoluta mancanza di ogni attitudine all’impegno sociale (l’autrice riesce a far toccare quasi con mano la reazione fisica di repulsione di Anna nei confronti di una coetanea portatrice di handicap), massimo gap generazionale con le famiglie (del resto diffidenti e lontane anche tra loro, composte di madri inconcludenti e padri balordi), una voglia infinita di evadere dal proprio mondo.

Acciaio è la storia di un’amicizia tanto forte da escludere il mondo circostante, di una complicità così vissuta da sfiorare l’innamoramento, da bruciare il proprio carburante fino alla separazione e alla ricerca di una possibilità altra di crescita finalmente fuori, nel mondo esterno. Meglio sarebbe dire nel deserto della propria città. Anna, personaggio più aperto e positivo, tenterà la via dell’innamoramento con un amico del fratello, sentimento ben presto strozzato da un’arida ripetitività, dall’incapacità di sostituire il vuoto lasciato dall’amica. L’introversa Francesca, invece, violentemente malmenata da un padre morboso e delusa da una madre incapace di difenderla, sperimenterà una personale catabasi che la trascinerà in un locale per soli uomini. Solo una tragedia, un incidente sul lavoro, creerà le condizioni per la problematica rinascita del sodalizio.

La vita di Anna e Francesca, come quella del quartiere al quale appartengono, sembra giocare tra due luoghi, meglio, tra due utopie. La prima è quella del falansterio operaio, l’altoforno che domina la città e che pare nutrirsi di un’energia inestinguibile. Un’eternità che si svela invece più apparente che reale: «Afo» è solo l’ultimo di quattro forni dismessi e delocalizzati che il sopraggiungere dell’inverno pare quasi spegnere. L’altoforno è il passato.

La seconda utopia ha il nome di donna: è l’Elba (non a caso dagli etruschi una volta chiamata «Ilva», come le acciaierie prima che fossero acquisite dalla Lucchini e compartecipate dai russi), l’isola dove alla fine Anna e Francesca si ritrovano. Come a dire un sogno più pulito verso il quale nuotare, il futuro femmina o forse la riappropriazione di un territorio che si è sempre avuto sotto gli occhi e sempre si è lasciato al godimento o allo sfruttamento di altri.

Di padre piombinese, Silvia Avallone è nata a Biella nel 1984. A 16 anni si è trasferita a Piombino frequentandone il liceo e muovendo i primi passi letterari. Vive a Bologna. Ha esordito con la raccolta di poesie Il libro dei vent’anniAcciaio è il suo primo romanzo. C’è chi lo sostiene per lo «Strega».

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Written by antoniocelano

marzo 14, 2010 at 7:36 pm