Antonio Celano

Archive for the ‘APPUNTI DA UN VIAGGIO IN NORVEGIA’ Category

5. Destination unknown

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Nella notte la nave ha lasciato silenziosamente il porto di Copenaghen. Scivoliamo lenti nello stretto bacino dell’Øresund fino a Helsingborg, dove l’enorme drago scandinavo nutre di isole il becco ingordo del piccolo Jutland. La nave scivola sulla luce lunare. Per tutto il Kattegat e, poi, lo Skagerrak, il mare sarà calmo al riparo delle coste, prima di aprirsi al più grande Mare del Nord.
Dalla nave guardo le acque. Poco distante da me, un bambino inventa al padre delfini, balene, foche che in realtà, per tutto il viaggio, nessuno vedrà. Saranno quelle acque, saranno le rotte, sarà la diffidenza ormai acquisita da questi grandi mammiferi verso il genere umano? Insoddisfatto dalla sua evocazione, il bimbo aggiunge squali e orche, piovre, e la sua avvilita irritazione vorrebbe, forse, incattivire un mare che resta là, invece, un accidente.
Dall’altra parte della sala qualcuno inizia a festeggiare. Stasera è previsto: iniziano ad alzarsi un po’ di braccia, la musica si fa più forte, le ballerine e gli animatori imbeccano le movenze della gente. Qualcuna dell’organizzazione, oltre i divani disposti a corona, si improvvisa tira-dentro appena le fila degli ospiti si assottigliano. Mi tengo in disparte e, del resto, chi si butta a danzare, di qualsiasi età esso sia, non balla con gli altri, ma piroetta e si sbraccia, guarda e imita i passi degli animatori che stanno vicino alla consolle. Il Dj, intanto, somministra robusti cocktail di tormentoni d’antan. Ogni tanto le file si scompongono, ché è difficile star dietro a quelle snodate di ragazze.
Da qualche recesso della memoria riemerge alla mente un antico e mistico Branduardi irlandese: “Come le onde del mare, come le onde del mare / balla la gente quando suono il mio violino… Perché sempre allegri sono i buoni, / salvo che per cattiva sorte, / e la gente allegra ama il violino, / la gente allegra ama ballare.” Ignoro se il Dj andrà, un giorno, “To Peter sitting in state”, come vorrebbe Yeats; ma quello, intanto, manda i Reel2Real e poi i Daddy Yankee e i Don Omar e i Gusstavo Lima e “Tchê tcherere tchê tchê!” e tutti ballano come fossero ad Amelin e nessuno mai rimarrà indietro, lo sa anche la signora che pare sia caduta dalle rampe l’altro ieri e ora gira col gesso al piede e si agita sulla sedia a rotelle al ritmo tribale.
Ritorno un po’ indietro, allora, e guardo la parete gastrica e gonfia di quel mare scuro, vuoto di vita e di idee; e mi aggredisce l’impressione che – come in un racconto dei bestiari di Kipling – tutto sia finito ingollato in certe cene pantagrueliche a vitella e verdure, e che è in notti di sabba simili a queste che, specie per specie, i pesci finiscano estinti dalla dimenticanza: così “il nasello e il pesce martello, il branzino e il delfino”, così “i calamaretti e i gamberetti” e poi “la triglia e la conchiglia e la flessuosa anguilla con la figlia e tutta la sua famiglia”.
Mi chiedo, ora, se le uniche forme di vita, gli ultimi banchi di pesce a guizzare siano i corpi e le mani stese che ondeggiano musicali e si arrotolano di braccia entusiaste a ogni “Bata-bata”, a ogni “Taki-taki”, a ogni “Taca-tà”, mentre, nell’acqua, tra le isole, superiamo ansie e fantasmi, scure piattaforme petrolifere, alte foreste eoliche; mentre un “malore attivo” e disperato mi scaraventa di sotto, regredito pesce tra quei pesci. Anch’io tendo, allora, le mie braccia su una voce lasciva che duetta tra piccoli colpi di sax. “Destination unknown, known… nown…”, canta. Dal soffitto ci inondano, ora, lucidi coriandoli dorati e il mondo si fotta, ché nessun Eden sarà mai più rifondato.

Antonio Celano (agosto 2019)

 

 

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4. Wut!

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Non credo che la natura di questa parte della Norvegia possa dirsi “sulfurea”, “torturata” o “violenta”, come invece quella islandese. Ma, certo, in molti tratti capace anch’essa di mostrarsi “aspra”, o “tormentata”. Sanno dirlo le frane, per esempio: quegli ammassi di pietre dove poco riesce a risollevarsi la vegetazione, o le incombenti pareti dei fiordi dove si generano: mai lisce, mai placide, scolpite alla brutta – solcate da lunghe, filiformi cascate estive – laddove tutto appare fisso eppure in forse fino a farmi temere che, tra i lunghi denti dei graniti, si annidi il fragile armistizio di un’apocalisse.
E questa opera di mare e di gelo dissolto sa a un tratto sorprendermi se, entrando nel Geirangerfjord, alla mia dritta mi osserva un volto guerriero. Che subito cerco di spiegarmi con due piloni staccatisi sotto un toro di roccia, poi con la Gestalt e con le manie antropomorfe a cui ogni uomo, alla fine, s’inchioda come al becco di sangue di un gabbiano. Eppure, la nave, avanzando, non riesce a glissare consegnando un’altra parvenza a quel volto, assolvendolo dal dover significar qualcosa. Il volto resiste, fermo: il suo sguardo nel mio. E mi sento, a un tratto, come di fronte a un Argonath scolpito solo dal caso naturale. Certo senza braccia che possano ammonire un’entrata improvvida, senza ascia, senza corona; eppure corrucciato, austero, gigantesco e grigio, come apparve agli occhi di Aragorn. Mi rallegro, quasi, che la sua spinta si sia spenta nella roccia, forse anche placata dai lisci capelli delle Sette Sorelle d’acqua che scorrono a mare. Ma per quanto?
In seguito, altri volti guerrieri, ma più sfuggenti e accorti, si sono defilati intorno all’Hyvlatonnå (Preikestolen) di Lysefjord.
Come per la Stavkirke di Fantoft, in Norvegia c’è qualcosa nelle cose: una storia geologica o umana, non importa, che vuole uscir fuori, che vuole liberarsi. Un tormento primordiale, irriducibile a tutte le strutture costruite sopra dal tempo. Qualcosa di irrazionale – le fiamme dei draghi – ma anche di improvviso. Selvaggio, ecco. Feroce.
Ne ho la prova giorni più tardi, in un luogo più a Sud, dove, per giunta, non dovrei più aspettarmi niente. Eppure.
Sono sulla Gotaplatsen di Göteborg, ormai in Svezia. Osservo il dio Nettuno di Carl Milles, fontana figlia dello stile “Accademico moderno”, ricca di soggetti mitologici classici quanto più lontani da qualsiasi Pantheon scandinavo. A differenza di altre opere di Milles, solitamente slanciate su colonne, Poseidone sorge in un gioco vitalistico di acque, circondato da piccole sirene festose e pesci guizzanti, tipiche dello stile di questo scultore.
Intento a far foto, arrivo di lato ai piedi della fontana e il mio sorriso si infrange sulla testa di una creatura marina, una tartaruga – non so – ma feroce di denti, gli occhi strabuzzati, che sfonda la base della scultura addentando un pesce nell’ultimo guizzo possibile di morte o di salvezza.
“Wut”, lo chiamavano gli antichi popoli germani e chissà se anche i primitivi abitanti di queste terre, i Geati, i Goti discesi dalle antiche tribù dei Götar. Wut: la furia, il gesto istintivo, rabbioso, collerico di vendetta o di guerra. Insomma, il “ferocem” latino, la “fera”, la belva, il “ferus” più selvaggio e, forse, anche il “ferre”, cioè l’abbandonarsi, il precipitare, sebbene in una delle sue accezioni più pure e inquietanti. Qualcosa di irriducibile, un’onda sfiguratamente spenceriana, che dagli uomini ho visto risalire – è stato un attimo! – verso ere ormai fossili…

 

Antonio Celano (agosto 2019)

 

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3. Se (nel fiordo) la sera è la campagna

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È stato al momento di lasciare Geirangerfjord che mi ci sono impigliato, là restando, forse, per sempre. In fondo, avrei dovuto solo girare le spalle come un turista tra gli altri, un curioso – entusiasta, certo, dell’escursione. Invece, cos’è stato a trattenere un pezzo di me, cos’è stato a mutarmi?
“Campagna”. Al momento di lasciare il fiordo, improvvisa, ho intravisto questa parola trascorrere nel fitto dei pensieri. E mi ha sorpreso, perché non ci sono terreni aperti qua – mi son detto – solo lingue di terra, in qualche punto terrazzate, sicuramente curate, ma non coltivate. E non ho visto bestiame, pollame, animali da cortile; io, almeno.
Più tardi, a Bergen, avrei riflettuto sul bosco che può trovarsi anche appena fuori dal centro. A Stavanger che ci si può entusiasmare, sotto i graniti a strapiombo, per poche caprette; ghiotte delle piccole carote lanciate loro, dei brevi rapporti umani strappati al via vai delle imbarcazioni, di quel po’ d’erba che può imporsi alla roccia. E poi? In Toscana ho imparato che la campagna è anche tempo di villeggiatura e che questo aspetto là non mancava, soprattutto quando diradavano le case.
Ma, per me, l’archetipo della campagna è quello lucano degli anni Settanta. Quella è la campagna che mi scorre nel sangue, nella saliva, nel muco del naso, e così son risalito sulla nave, e tutto mi era parso senza un senso. Ed è stato nello sguardo ultimo lanciato di coperta per distacco, che ho colto che era la luce – non la terra – a dirmi quel nome. Era quella sera perenne a rendere brevi e ovattati i suoni e più dolci gli occhi degli animali alla stalla – io, solo coi miei nonni – mentre l’aria diffondeva afrori tiepidi, nostalgia e languori e solitudine. Era quella la penombra dove mi acquattavo e accartocciavo, dove era la pena a serpeggiare in quello spegnersi. Anche là, la campagna, in quell’ora, era per me come non saper decidersi, o reagire. O fare.
Antonio Celano – agosto 2019

 

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agosto 16, 2019 at 7:00 am

2. La natura del Vestlandet

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Mitezza e asprezza mi hanno fatto visita costantemente navigando le coste del Vestlandet norvegese. Non parlo di uno stato interiore o dei caratteri delle genti di quelle contee; parlo di una “condizione” geografica di quelle insenature, di quelle rocce del Geirangerfjord o degli isolotti fino a Stavanger. Pietre tagliate dolcemente come pani ancora caldi, inaspettate rotondità “lacustri” che si susseguono in un’aria dolce (nonostante sia fredda), penombrale. È una natura placata, che si mostra temperata come, oggi, ormai, certe mura medievali ancora in piedi. Non più l’urlo granitico dello Scudo Baltico, non più lo stridore delle zanne di chilometri di ghiaccio verticale, lo sfregare di sassi su sassi, di pietra su pietra…
Scopro, allora, qualcosa di spossato in questa roccia, qualcosa di antico e di arreso; qualcosa che regala un’inattesa nostalgia del presente, tutta dentro il paesaggio: forse un ricordo, un rumore di fondo che non si fa ascoltare, ma che pure sento mentre la risacca della notte lentamente viene e poi scivola via…

Antonio Celano (agosto 2019)

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agosto 13, 2019 at 12:10 am

1. A Bergen c’è una chiesa di legno

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La chiesa luterana di Bergen (una delle “Stavkirke” diffuse un po’ in tutta la Norvegia) la trovo in un parco ai margini della città, protetta da un boschetto di faggi. La sua singolare struttura architettonica mi rivela quanta fatica abbia dovuto fare il processo di cristianizzazione in una terra così poco abitata, estrema e fredda per un proselitismo dai risultati davvero stabili. E, tuttavia, pure denuncia quanta resistenza abbia opposto il paganesimo norreno. Con il risultato di qualcosa di molto diverso da quello nostrano, alla fine sconfitto e sussunto residualmente in alcune pratiche religiose cattoliche. In Norvegia, credo, invece, abbia soccorso qualcosa di più, come una forza mai domata, dura come i ghiacci, ma vitale e, in certi casi prepotente: le fiamme e le scaglie dure del drago sui tetti e negli intarsi interni, le chiglie rovesciate delle navi vikinghe, i profumi sacri del faggio che si sentono aggirandosi per gli spazi angusti della costruzione.

Così ho pensato al cospetto di questa piccola, semplificata ed essenziale sede di culto recentemente ricostruita dopo un incendio a sfondo satanista/Black-Metal (probabilmente un altro intruso bicipite covatosi tra le ombre del puritanesimo e le pieghe della nostra modernità).

Antonio Celano (agosto 2019)

 

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Written by antoniocelano

agosto 12, 2019 at 11:40 pm