Antonio Celano

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La masseria di Giuseppe Bufalari e la modernizzazione del Sud – Intervista a Antonio Celano di Sara Calderoni su Fuori/Asse, novembre 2016, n.18

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La copertina del n. 18 di “Fuori/Asse” illustrata da Lucio Schiavon

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Salone internazionale del libro di Torino (2010)

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Questo articolo è stato pubblicato su «Il Quotidiano della Basilicata» il 23 Maggio 2010.

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Le pagine che salvano

Cos’è un albero capovolto? Cosa le sue radici e i rizomi che affondano come mani nella terra? Che si strutturano come assoni, dendriti, sinapsi del cervello? Sono il ricordo, la memoria, il tema di questa ventitreesima edizione del Salone internazionale del libro di Torino. Ma pure il legame profondo con l’anima di una terra e di un popolo. Nel nostro caso quello della Lucania, un ricordo che non si estingue e perdura nei suoi figli, anche quelli più lontani, anche quelli emigrati e che Torino e il Piemonte hanno voluto accogliere.

Questo pare volerci dire la presentazione del libro Circoscrizioni civili ed ecclesiastiche nella Basilicata di Carlo I d’Angiò di Mauro Di Benedetto propostaci dall’Associazione “Cultura e solidarietà senza confini” di Maria Celano (e presentato da Giorgio Filograna giovedì 13 maggio). Un volume che nasce infatti dalla volontà di conoscere certi aspetti della propria regione di origine che Di Benedetto individua nella grande crisi seguita alla fine di Federico II di Svevia. Uno studio sulle fonti del potere amministrativo degli Angiò che comunque, alla lunga, stabilizzarono un periodo di forte mutamento storico a cui la Basilicata, nei rivolgimenti che pure interessarono tutta la Penisola e che portarono lentamente alla nascita degli stati nazionali in Europa, non seppe farsi trovare preparata.

Il particolare tema del legame degli emigrati e dei suoi figli con la propria terra di origine è stato proposto anche dal Consiglio Regionale della Basilicata (presenti allo stand Rossana Nardozza, Antonio Ierardi, Carlo Petrone, Lorenzo Tartaglia e Pietro Simonetti), quest’anno presente con un’installazione snella, ma più funzionale e senza la presenza dei libri degli editori lucani. Il che ha posto fine a una contraddizione che si individua in una “concorrenza” di fondo tra prodotti editoriali e una oggettiva carente capacità di autonomia degli editori nei confronti del supporto del Consiglio che non potrà che avere effetti positivi se in seguito si vorrà riproporre il sodalizio degli scorsi anni su altre basi, necessariamente più chiare, meglio meditate e magari con qualche mezzo economico in più offerto in tal senso.

Un ultimo accenno va doverosamente fatto all’infaticabile attività di Giuseppe Lupo, professore alla Cattolica di Milano di origini lucane, presente in Fiera con una serie di presentazioni e appuntamenti.

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Luci e ombre dell’ex Fiera oggi Salone

Canta vittoria l’organizzazione del Salone internazionale del libro di Torino (13-17 maggio 2010), quest’anno tornato al nome originario una volta risolti i problemi burocratici che ne avevano imposto negli anni scorsi il cambio di nome in Fiera del libro. E snocciola percentuali importanti. Almeno secondo le proiezioni elaborate (prima di avere le cifre definitive) tra il diciassette e il venti per cento in più di affluenza. E tuttavia, per chi da più anni frequenta la manifestazione, ma anche per molti dei responsabili delle case editrici intervenutevi, le cifre proposte (anche quelle del volume di affari sviluppati) appaiono forse più contraddittorie. Innanzitutto a partire dalla constatazione che, in pratica, ogni anno si propone un incremento percentuale che, tradotto in cifre, porterebbe a stivare di visitatori – tanto da non poter permetterne più la deambulazione nonostante le capienti uscite – i tre padiglioni messi a disposizione dall’organizzazione. Ma va beh, “marketing oblige” e non vogliamo certo rovinare il fascino di una manifestazione in grado di proporre cifre comunque imponenti e scarsamente opinabili: intanto ben 11 le regioni presenti con un proprio stand (tra cui anche la Basilicata), 27 le sale incontro o dibattito per 1425 convegni con 2204 autori, 1400 gli espositori con proprio stand o stand collettivi, 75 gli espositori debuttanti (20 con stand autonome, 43 nello spazio incubatore, 12 nello spazio “Invasioni mediatiche”), spazi dedicati a nazioni quali Perù, Romania, Brasile, Slovacchia, Albania. Insomma una vera e propria festa del libro.

Quest’anno, ospite di riguardo del Salone, l’India. Stato-continente ricco di contraddizioni tra strutture arcaiche e spinte modernizzatrici fagocitanti e problematiche. Luogo dell’anima, della sua luce e della sua perdizione, capace da sempre di affascinare italiani come Guido Gozzano e rapire scrittori dell’esotismo di un Emilio Salgari, che pure mai là viaggiò, solo reinventandone il mito compulsando cartine e volumi di biblioteca. E poi l’India di Pasolini, quella dei diseredati della terra di Terzani, ma pure quella degli indiani: dal famosissimo Salman Rushdie alle nuove leve del romanzo come Kiran Desai, Tarun Neipal (il Saviano indiano), Vikas Swarup fino alla bellissima e piccante Shobhaa Dé.

Tra i temi più interessanti, quello del futuro del libro e della diffusione degli e-book, uno scontro sotto l’incalzare di una tecnologia sempre più sofisticata che propone aspetti importanti anche sotto il profilo dell’informazione e della memoria, il tema principe del Salone di quest’anno. “Siamo di fronte a tre parole” ha detto Umberto Eco, “che in realtà vogliono dire la stessa cosa: cultura, anima e memoria. L’anima è memoria: se perdi quest’ultima perdi anche te stesso, e la cultura è ciò che mette insieme l’anima e la memoria di una società”. La cultura, per Eco ha la fondamentale funzione di “conservare il ricordo, filtrare ciò che è importante da ciò che non lo è, ma anche lasciare in latenza memorie che vengono prima dimenticate e poi recuperate in un secondo momento”. Già Platone, ha poi aggiunto il filosofo Maurizio Ferraris, “metteva in guardia sul pericolo di affidarsi a una memoria esterna, la scrittura, tralasciando la pratica della memoria interna di ognuno di noi, più vera e affidabile”. Un problema che diventa dirompente con l’apparizione di internet e supporti che sempre più si affidano a risorse fragili come la corrente elettrica generata dalla scarsità del petrolio. All’antropologa Patrizia Viola non è restato che chiudere il cerchio, perché “anche se i supporti di registrazione fossero immortali avremmo comunque il problema dell’immensa proliferazione delle tracce che lasciamo… come faremmo a decidere cosa ricordare e cosa no?”. Come a dire che troppa memoria coinciderebbe con la sua pratica inutilità, che solo l’oblio può mitigare.

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