Antonio Celano

Rossella Montemurro, Calci e pugni sul tetto del mondo. Biagio Tralli, identikit di un campione

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Ci sono libri che si prendono per quello che appaiono a prima vista, finendo per non coglierne l’importanza più complessiva. Calci e pugni sul tetto del mondo. Biagio Tralli, identikit di un campione, di Rossella Montemurro (Altrimedia, 2019, pp. 112) è tra questi. Perché la lotta del campione, qui, anche se c’è, non è la prevedibile narrazione della quotidianità del sudore, del sacco, dei colpi, dei ganci né pretende, al contrario, di divenire nulla di letterario, di “alto” o sublimato rispetto alle vittorie o alle sconfitte sul ring. Resta essenzialmente una cronaca – molto ben raccontata in un libro ricco di retroscena e curiosità di ogni tipo – di come si possa arrivare, da una piccola città di provincia, a vincere, nel febbraio 2008, un campionato mondiale WAKO di full contact (nota specialità del kickboxing).

E tuttavia, ciò che si coglie in ogni riga dell’identikit di Biagio Tralli, è quanto la battaglia per la propria affermazione abbia richiesto un atteggiamento caparbio (ma con molto giudizio) ben prima di affacciarsi sulla porta di qualsiasi palestra o sul ciglio di un tatami. Perché il primo avversario, quando si nasce in regioni come la Basilicata, è il dato di mentalità della comunità dove si nasce e si vive.

Non si tratta di fare del comodo «cardellismo» o, in altre parole, della facile retorica su presunte, estreme opposizioni di un Sud retrogrado e violento ai desideri e ai progetti di affermazione di un ragazzo, magari anche un po’ suggestionato dai celebri anime basati sulle avventure di Naoto Date, L’Uomo Tigre, trasmesse in Italia, in Tv, a partire dai primi anni Ottanta. Si tratta, invece, di qualcosa di molto più sottile, per nulla violento e molto più efficace: l’osservazione che, avviarsi a un’attività qualsiasi che non appaia immediatamente «concreta» o «lucrativa», esposta all’incertezza del fallimento, trasforma ogni pur legittimo dubbio nel tarlo ossessivo dell’autocastrazione e di quella altrui. Scrive, non a caso, Rossella Montemurro, che Biagio Tralli: «ha saputo resistere alle critiche di quanti hanno provato a fargli cambiare idea, hanno tentato di incanalarlo verso un futuro tranquillo: un posto fisso, una famiglia…». Ed è qualcosa che non si sconfigge mai. Anche quando gli stessi familiari hanno iniziato a seguirlo nella carriera agonistica e anche dopo, quando il maestro Tralli apre a Matera, tra mille difficoltà, la sua prima palestra, ricorda il diuturno tentativo di infilare lo straccio nell’ingranaggio: «Mi remavano un po’ tutti contro perché si associava la kickboxing alla violenza e ai nasi rotti. Anche i miei genitori non volevano che l’aprissi. Avevo un posto buono, quello del tappezziere – facevo il doppio dei minuti della produzione perché mi servivano i soldi – addirittura mio padre mi diceva di non lasciare, “Quello è come un posto fisso”, il famoso e ambitissimo posto fisso del Meridione. Adesso è subentrata solo la cassa integrazione anche in quel settore: l’indotto dei salottifici, che portava benessere alla città. È entrato in crisi». Uno straccio che, anche una volta deposto dalla famiglia (che, alla fine, contraddittoriamente, pur non benestante, si svena per sostenerlo), è pronto a raccogliere la banca, che blocca il prestito: «avevo un nome ma ero punto e a capo come se fossi un ragazzino. Essere lì con la garanzia del papà a trent’anni non è il massimo».

Ma chi è, allora, prima del ring e sul quadrato, Biagio Tralli? Classe 1976 (Ariete: i segni zodiacali, nella lotta, svelano sempre qualcosa!), nel 1988 si iscrive in una piccola palestra di quartiere a Matera. L’anno dopo la folgorazione: l’incontro con Donato Milano, per sedici anni allenatore della nazionale italiana, giunto a Matera per uno stage. È l’incontro che pone fine ai sogni e alle illusioni dell’adolescente Biagio per trasformarli in aspirazioni e progetti per il futuro. Pur di farsi allenare da Milano, Biagio, a giorni alterni, fa ottanta chilometri in vespa per andare ad allenarsi a Gioia del Colle, nella palestra del suo mentore. Lo fa di nascosto – come sottraendosi agli occhi onniveggenti della comunità-Sauron – perché nessuno lo accompagnerebbe là, tredicenne. Biagio sale per la prima volta sul ring diciassettenne, ne scende solo nel 2009 dopo aver disarcionato il campione del mondo in carica, il franco-algerino Alì Kanfouah. In mezzo, mille lavori per sostenersi: aiutante fotografo, tagliatore di legna, raccoglitore di mandorle, pizzaiolo, tappezziere… niente alcol, niente sigarette, niente fumo o altri stordimenti che fiaccano la volontà di molti suoi amici, lasciandoli, a occhi chiusi, nel mondo dorato dei sogni.

Sacrifici, si dirà. Ed è detto anche nel libro di Rossella Montemurro. Però, le parole, a Sud, vanno cambiate. Non dico cancellate, ma consegnate a una nuova gerarchia. E allora facciamolo, perché Biagio Tralli non ha mai sognato mentre, invece, ha appassionatamente aspirato, e poi ossessivamente, coscientemente progettato la sua vita, come richiede uno sport come questi che è sì arte del corpo, ma pure eminente disciplina del cervello (quella che Tralli chiama la «centralina»).

Ribaltiamolo, allora, questo termine: «sacrificio». Cos’è il sacrificio? È un’offerta rituale, in questo caso di propiziazione, certo. Ma, nelle parlate meridionali, il termine ha preso la piega del dolore, della sottrazione subita, della rinuncia, del peso. Per cui, anche se il risultato, alla fine, è positivo, sempre rimarrà come appesantito da una patina scura. Una vittoria che è e sarà sempre di Pirro.

Ora, è ovvio che nulla di quello che ha realizzato Tralli sia stato scevro da duri «sacrifici», ma vogliamo sottomettere, finalmente, questo sostantivo a un altro che pure gli è legato? Scrive la Treccani: «Scelta: Libero atto di volontà per cui, tra due o più offerte, proposte, possibilità o disponibilità, si manifesta o dichiara di preferirne una […] ritenendola migliore, più adatta o conveniente delle altre, in base a criteri oggettivi oppure personali di giudizio, talora anche dietro la spinta di impulsi momentanei, che comunque implicano sempre una decisione». Ecco, a me piace immaginare che Biagio abbia fatto la sua scelta. Una scelta sempre più tersa, pura, limpida. Perché il successo, prima di scalare ogni cima, è un luogo di solitudine dove la tua volontà ti ha portato: un campo dove – se ti giri indietro a guardare – nessuno è riuscito a seguirti. E, se proprio là non cedi, spaventato da te stesso, è allora che sei pronto per scalare.

Oggi, dopo le sue battaglie, Biagio Tralli insegna la sua tecnica e la sua esperienza, forma i campioni a venire. Ma fa della sua palestra anche un luogo di esercizio di regole semplici e chiare, valide anche nella quotidianità. L’aretè è un termine che, in origine, a Sparta, designava la capacità richiesta a una persona (uomo o donna, alla pari) di assolvere bene il proprio compito in un certo ambito o luogo. E dichiara Tralli che, «personalmente, a me non è pesato, da adolescente, fare queste rinunce. Non mi è pesato perché la kickboxing mi piaceva. C’era chi fumava spinelli, chi si ubriacava, chi fumava le sigarette… Oggi me li ritrovo in palestra e mi chiamano Maestro. In tanti, anche, mi ripetevano “Tu sei pazzo”. Oggi mi chiedono scusa dicendo che ho fatto bene a pensare con la mia testa. E che hanno sbagliato». Insomma, Biagio Tralli ci dimostra che non si è ancora campioni nemmeno quando siamo giunti sulla cresta del monte, ma pienamente solo quando se ne discenda a dare senso e sostanza a un campo sia pur già fertile, ma che restava improduttivo.

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Alcuni momenti della presentazione del libro. Da sinistra Gianni Laterza, Donato Milano, Biagio Tralli, Gabriella Lanzillotta, Rossella Montemurro, Vito Santarsiero, Giuseppe Tragni

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