Antonio Celano

Recensione a: Ettore Cinnella, Carmine Crocco. Un brigante nella grande storia (Della Porta, 2010)

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Questa recensione è stata pubblicata su «Il Quotidiano della Basilicata» il 05 Dicembre 2010.

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Nuova luce sull’icona

Diciamo la verità. Sarà per come ce l’hanno insegnata a scuola, sarà per la scarsa capacità degli accademici a saperne scrivere in maniera accattivante (per poi lasciarla vittima dei pasticci metodologici di certi giornalisti), sarà per personale avversione, la lettura della storia spesso ci maldispone. Austeri, pedanti, irti di cifre, date e note, i libri di storia.

Tuttavia, a non leggere le pagine di Ettore Cinnella Carmine Crocco. Un brigante nella grande storia (Della Porta Editori, 2010, 188 pp.), si farebbe gran peccato. Innanzitutto perché si presenta come una ricostruzione storica molto ben narrata, con una scrittura godibile e appassionante, adatta anche a un pubblico più vasto di quello solitamente interessato a questo genere di studi. Poi anche perché l’opera pare un’utile anticipazione a Il grande brigantaggio (1861-1865): una ferita nella storia d’Italia, di prossima uscita per gli stessi tipi e sul cui tema proprio Ettore Cinnella si è diffuso il 19 maggio 2010 per il ciclo La parola alla storia. Centocinquant’anni divita nazionale, organizzato a Palazzo Lanfranchi di Matera, a cura del Liceo Classico “E. Duni”.

Centocinquant’anni che saranno, peraltro, festeggiati a partire dal prossimo anno, ma che rischiano proprio in quanto celebrazioni (basti dare un’occhiata, sia pur fugace, ai siti ufficiali sponsorizzati dal Consiglio dei Ministri e dal Ministero per i beni e le attività culturali) di lasciare in un canto qualche pagina certo meno rassicurante, ma che parimenti ha inciso nella formazione dell’Italia unita condizionandone tuttora un presente apparentemente cambiato di polarità.

Lettura del libro appassionante, si diceva, ma che nulla cede al rigore dell’impianto metodologico che, invece, legge a sua volta la documentazione disponibile e i fatti con il necessario distacco che il secolo e mezzo trascorso impone agli eventi, soprattutto inquadrandoli in quella “grande storia” che impedisce ogni abbandono a localismi di sorta e a idealizzazioni fuorvianti dei protagonisti. Del resto Ettore Cinnella fa da decenni il mestiere di storico in maniera eminente. Nato a Miglionico nel 1947 è stato allievo della Scuola Superiore Normale di Pisa, insegnando poi storia contemporanea e storia dell’Europa orientale nell’Ateneo pisano. Le sue opere maggiori restano legate ai temi della rivoluzione russa del 1905 e del 1917, nel quadro dellequali Cinnella ha, tra l’altro, rispetto ad altre linee interpretative, meglio individuato e valutato il peso e il senso politico delle rivolte contadine.

La biografia di Crocco è dunque il tentativo di far nuova luce, appena fatta l’unità d’Italia, sulla “prima grande tragedia nazionale” a causa della quale “lo Stato unitario nasceva con una ferita che non si sarebbe rimarginata facilmente”. Una ricostruzione che Cinnella affronta privilegiandole fonti lasciate da chi Crocco conobbe direttamente: dalla biografia del capitano Massa fino agli studi dei lombrosiani (con qualche correttivo) Penta e Ottolenghi, che lo definì “il Napoleone dei briganti”.

Un’impostazione critica che, se permette a Cinnella di confermare complessivamente le radici sociali del fenomeno brigantaggio “alimentato dalla spaventosa miseria dei contadini e dall’abissoche divideva ‘cafoni’ e ‘galantuomini’”, permette pure di svecchiarne l’approccio storiografico rifiutandone, con solidi argomenti, la visione che da Molfese a Hobsbawm, non senza passare per Del Carria, ha fatto del grande brigantaggio “una furiosa guerra di classe ed embrionale rivoluzione contadina”, e del brigante un protagonista “animato da un primitivo ma genuino senso di giustizia sociale” (nel caso di Crocco pure con qualche responsabilità nell’uso delle fonti da parte dello storico Pedìo).

Dunque, fuor di ogni leggenda, anche per lo scaltro pastore di Rionero Carmine Crocco (soprannominato Donatelli), figlio di un contadino e una cardatrice di lana, nessuna particolare angheria subita dai suoi familiari da parte di aristocratici locali. La carriera di rapinatore e grassatore comincia con la brusca fine del suo servizio militare nel 1852, quando si dà alla macchia probabilmente in seguito al regolamento di conti con un commilitone. Una carriera che comincia rocambolescamente con arresti, condanne ed evasioni che dureranno fino alla fatidica data del 1860.

In questo frangente la vita di Crocco pare prendere, per un momento, una svolta finalmente positiva seguendo le pieghe della storia più complessiva della Basilicata. Mentre l’azione militare dei Mille dissolve il fragile regno di Francesco II, a seguito del moto risorgimentale che scuote la regione tra il 16 e dal 18 agosto, per Carmine Crocco si apre una possibilità di perdono in cambio dei servigi resi al governo rivoluzionario e alle truppe garibaldine. È un’illusione di breve durata. Già il tumulto di Matera contro “l’irrisolta questione demaniale” presagisce il levarsi della reazione borbonica a fronte dell’incapacità del locale notabilato liberale moderato, dopo il plebiscito, di aprire all’integrazione e all’assenso delle schiere più diseredate della popolazione. Il resto lo fanno la frettolosità, il pressappochismo e l’ottusità della nuova classe dirigente sabauda che finiscono per ingrossare a dismisura la soldatesca dei briganti. Infatti, una nuova denuncia, vincendo le protezioni fino allora godute, spinge nuovamente alla macchia Crocco (lo seguono De Biase, Stancone e NincoNanco) che in breve si farà forte di un esercito di almeno mille uomini.

Sono vicende, quelle di Crocco, “talmente straordinarie e rocambolesche, che non necessitano di ulteriori fronzoli” mitopoietici. E del resto è proprio qui che la penna di Cinnella, ricostruendo la personalità di Crocco il suo genio e le sue mirabolanti vittorie militari, si fa più appassionante.

Quel che però qui occorre mettere in rilievo è che lo scoppio dell’insurrezione borbonica dell’estate del 1861, oltre a connotarsi come una vera e propria guerra civile fatta di contrapposti agguati ed esecuzioni sommarie, sempre si sostenne su un equivoco di fondo (almeno in Basilicata). Cinnella è chiaro: “Sulla carta la causa borbonica disponeva di prestigiosi e devoti paladini, i quali però preferivano ai rischi della guerra la tranquillità e gli agi della Roma papalina (…) A scendere incampo e a rischiare la vita (…) furono per lo più, alcuni aristocratici e ufficiali stranieri” sovente abbandonati a loro stessi. E non a caso, il fallimento di quel moto insurrezionale, mal organizzato e diretto, e l’esecuzione di Don José Borges (Borjes), fecero cadere la “foglia di fico” con cui la reazione colorava politicamente le gesta brigantesche di cui doveva forzatamente servirsi.

Il brigantaggio espresse, dunque, più autonome forza e ragioni di quanto si sia diposti a credere. E del resto mai Crocco, causa anche il suo carattere volitivo e ambizioso, si sarebbe fatto burattino di una causa di cui molto bene conosceva gli attori locali: quei galantuomini che dopo averla sobillata erano “usciti pressocché indenni dalla tempesta politica da loro scatenata, mentre erano stati i briganti e i popolani a pagare il fio della tentata restaurazione borbonica”. D’altro canto certo sempre convenne allo scaltro capobanda di ammantarsi della causa borbonica per ottenere favori, armi e onori, mentre le continue vessazioni manu militari operate dai nuovi burocrati savoiardi sul territorio ne accrescevano il favore popolare e il radicamento.

Caduto l’equivoco sulla guerriglia partigiana e lungi dal rivelare, successivamente, la sua natura di moto sociale, il brigantaggio resta a questo punto per quel che fu sempre nella mente dei suoi protagonisti: “una splendida occasione di bottino e di fama” cui posero lentamente fine le stesse truculenze di cui i manipoli briganteschi si andarono macchiando, la mancanza di strategie politiche meno che abbozzate, nonché una più attenta gestione politico-militare del governo sabaudo a seguito del varo della draconiana e più volte prorogata legge Pica (agosto 1863).

Questa lunga seconda fase del brigantaggio, apertasi tra la fine del ’61 e il ’65, travolge finalmente anche Crocco, a differenza di molti suoi compagni d’avventura sfuggito alla morte e arrestato definitivamente nel 1870. Processato e condannato a morte, pena commutata nei lavori forzati a vita, Crocco si spegne negli stessi panni del suo esordio: dopo aver conosciuto la fama di più importante brigante della storia d’Italia, la ricchezza del bottino, la vittoria militare, di lui restano all’atto della morte nel bagno penale di Portoferraio: “Calze di cotone paia 6; maglie di cotone 1; Maglie di lana 1; Berretto da notte 2” e la comunicazione agli eredi che il deceduto “non ha lasciato peculio”. È il 18 giugno 1905.

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Written by antoniocelano

dicembre 5, 2010 a 5:21 pm

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