Antonio Celano

Recensione a: Roberta Lepri, Il volto oscuro della perfezione (Avagliano 2011)

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Questo articolo è stato pubblicato su «Il Blog di Stilos» l’8 luglio 2011.

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Arte e letteratura con delitto

Sorprendente scrittrice Roberta Lepri, sempre pronta ad affrontare temi attuali e complessi, evitando con piglio sicuro i luoghi comuni e le opinioni preconfezionate di cui solitamente e irrimediabilmente si ritrovano incrostati. Era già successo con il suo La ballata della Mama Nera (Avagliano, 2010), breve romanzo dedicato ai Rom; accade ora con la raccolta di racconti Il volto oscuro della perfezione (Avagliano 2011, pp. 204, 14.90 euro) ispirata a quindici capolavori dell’arte, da Leonardo fino al conclusivo Urlo di Edvard Munch, passando da Michelangiolo a Raffaello, da Giorgione a Tiziano, da Caravaggio a Renoir, da Modigliani a Picasso.

E dunque nessuna apologia degli artisti giocata sul binomio genio-follia con tutto il corollario di depressioni, melanconie, esaltazioni della mente. Nessuna infatuazione elitaristica e romantica per l’arte. Ma una prospettiva ugualmente moderna e affascinante, se l’opera d’arte è una porta sul tempo, una corda tesa e vibrante che unisce il passato al presente e alle volte direttamente ci ammalia con gli occhi coinvolgenti del piccolo della Madonna Litta oppure ci attira e coinvolge con lo sguardo suadente di una modiglianesca Jeanne Hébuterne.

Documentandosi rigorosamente, la scrittrice grossetana interagisce creativamente con le opere che la ispirano. Spalancando le finestre su un mondo fatto di botteghe, lavoranti e committenti, aprendo porte su vicoli stretti e lerci, contadi spopolati e brulli, ricche corti nobiliari, conventi, cantine e musei. Persino entrando nei meccanismi creativi e nelle concezioni filosofiche sottese, ma pure nel fisico provato, ammalato, nel disfacimento della carne. Fino alla piena comprensione degli usi sociali del tempo, fino – l’autrice laureata filologa sulle Rime del Buonarroti – alla misurata ed elegante mimesi linguistica nel dialogo e in certi toni della scrittura sempre ben adattati al secolo affrontato.

Di conseguenza, sulla scorta di quanto indicato dal critico Mauro Papa nella sua prefazione alla raccolta, è anche vero il passaggio inverso, e «poco importa se Michelangelo non avesse mai visto un morente in Maremma» per lasciarsi ispirare a scolpire la Pietà o se Raffaello non fosse stato avvelenato a seguito delle vicende che lo portarono a ritrarre La Fornarina. Perché Roberta Lepri impregna a sua volta il passato e quelle opere non solo della sua partecipazione emotiva, ma anche della sua creatività di scrittrice, dei suoi interessi, soprattutto dei suoi valori. In una parola della sua contemporaneità.

Ecco allora le vicende occorse attorno al dipinto della leonardesca Madonna Litta farsi di colpo moderne nel genere, assumendo tinte fosche e sinistre. E così molti altri episodi macchiarsi di delitti efferati, ma pure di più «prosaici» furti o truffe e, ancora, di suicidi e malesseri, tanto dell’anima quanto della carne, di invidie e irriducibili rancori. Così come una Tempesta del Giorgione può aprire uno squarcio temporale in grado di riscattare, facendone modello per una «natività» fuori dagli schemi, una prostituta albanese. E una ricerca assegnata a una studentessa trasformare quest’ultima in una sorta di detective che, indagando su due rappresentazioni della Giuditta che decapita Oloferne di Artemisia Gentileschi, si ritrovi a punire con eleganza il piatto maschilismo di un poco chiarissimo professore universitario.

Sempre si rintraccia dunque nel bello artistico di Roberta Lepri una tensione etica, di cui l’autrice sceglie per sé fermamente il versante luminoso pur sapendo e accettando, per gli artisti di cui s’appassiona, l’andante goethiano per il quale «là dove è più forte la luce, l’ombra è più nera». Anche quando ciò dovesse comportare la punizione esemplare di un discepolo capace di mettere sulla tela la vertigine perfetta dell’imperfezione. Punizione di cui appunto resta il dubbio se comminata per l’atroce delitto di cui l’allievo s’è macchiato, o per lo schiaffo subìto dal maestro (Leonardo, in tal caso) colto in un momento di particolare scacco realizzativo delle sue creazioni.

Una tensione, un dialogo verticale e oppositivo mirabilmente esemplificato dalla figura stessa della Maddalena di Tiziano Vecellio, una bellezza «risultato di due inconciliabili opposti nel momento preciso del loro incontro»: povertà e ingegno, semplicità e complicatezza, «i porci e la vetta delle Dolomiti, tutto insieme», la sintesi della vita in punto di morte. Una morte capace di sgorgare da un amore così assoluto, da esaltare e nel contempo ingoiare tutto, come poi insegnerà la vita cannibale o il male di vivere di Modigliani. La morte che rimane, angoscioso rumore di fondo, come Urlo distorto, permanente, di tutta una vita.

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