Antonio Celano

Recensione a: Simone Lenzi, La generazione (Dalai, 2012)

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Questo articolo è stato pubblicato su «Il Blog di Stilos» il 16 maggio 2012.

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Ha forse ragione Concita De Gregorio: il lucore che promana da un uovo deposto nel buio notturno della copertina non lascia adito ad ambiguità sui temi affrontati nelle pagine di La generazione (Dalai 2012, 160 pp., 15 €), romanzo d’esordio del livornese Simone Lenzi. Ma è probabile ci si sia affrettati troppo, nelle recensioni d’anteprima – persino nelle prime interviste dell’autore – a dichiarare il libro assolutamente non virato su temi generazionali quanto, invece, su quelli del generare o, in termini più brutalmente etologici, del riprodursi. Nondimeno, fatti tutti i possibili distinguo per evitare che il libro fosse impiccato a un genere inteso ormai esangue, viene da chiedersi se già il titolo – dedicato alle vicissitudini e alle difficoltà di una coppia che da anni cerca di avere un figlio – non abbia, invece, proprio qualcosa di eminentemente generazionale. Almeno (oltre al caso contemplato dal libro) in un’Italia a crescita zero, quasi sterile per scelta o, per contro, ossessionata dai test di fertilità anche per brevi ritardi procreativi normali oltre i trent’anni.

A partire dalla propria esperienza personale – sempre narrata con una leggerezza di scrittura e un’ironia sottile che pure non anestetizza i dolori del vivere – Simone Lenzi ci porta, dunque, tra le pieghe di questa coppia divisa di testa e unita di pancia come in «una vecchia commedia con Jack Lemmon e Walter Matthau». Con qualche dubbio tra un femminile che «vuole» e un maschile che «vorrebbe» un figlio, nei fatti però unita nel calvario dei tentativi di procreazione assistita, nel prezzo da pagare a un desiderio così geneticamente radicato: le tecniche Icsi e Fivet, la liturgia delle iniezioni nel ventre, l’Elledue, l’Elleacca, il Meropur, l’Ovitrelle, e poi le eiaculazioni in vasetto sterile per i test di vitalità, le masturbazioni in apposita stanza per l’impianto follicolare, il dolore del corpo e dell’anima per ogni mancato appuntamento con la maternità. Fatti che spingono a considerare a quanto poco si ponga mente, da un lato, a certo delirio di onnipotenza, invasività e accanimento terapeutico medico-scientifico; dall’altro a quanto si radichi nel forte desiderio di sopravviversi la richiesta fatta alla stessa scienza di risolvere, come munita di bacchetta magica, problemi che comunque, almeno allo stadio attuale, non paiono affatto una passeggiata di salute.

Sennonché proprio tutta l’esperienza di vita del protagonista pare essere, intanto, quella di un uomo capovolto. Perché lavora come portiere di notte d’albergo vivendo in controfase ai ritmi del mondo, dando cioè a ogni rientro in casa la buonanotte alla luce del giorno. Un lavoro che richiede «qualità e difetti specifici»: saper vivere «tante ore nella propria mente» in una prevalente solitudine lontana anni luce dai centrali notturni d’albergo così corali di personaggi, vicende e promesse che furono quelli, ad esempio, di un Giuseppe Cassieri. Ambienti periferici, silenzi ovattati che all’alba stordiscono di grigio il colore delle cose, e che divorerebbero di noia e ossessioni, come microscopici animalcules notturni, la mente di chiunque se il protagonista non amasse (qualità o difetto specifico) la lettura (il che fa di quello ciò che una volta, con linguaggio marxiano, si sarebbe definito, erroneamente o meno, uno «spostato»). Se non amasse concentrarla, in maniera affatto personale, attorno ai fatti della generazione compulsando nottetempo – consultando con abilità biblioteche virtuali – i trattati che furono di Harvey e di Leeuwenhoek (che appunto scoprì gli animalcules della procreazione maschile), di Vallisneri e di Spallanzani. Di tutti quegli uomini di scienza che, attorno al Sei-Settecento, partendo dalle speculazioni lasciateci da Ippocrate (su una massima del quale l’autore fonda i cinque capitoli in cui il libro si divide) e più da Aristotele, cominciarono nuovamente a riflettere sul problema della generazione, spesso lasciando sul campo irrisolti più problemi (animalculismo, ovismo, preformismo) di quanti ne avessero affrontati all’inizio delle loro indagini. Infrangendo l’auctoritas di quei maestri pur senza giungere a una risoluzione scientificamente certa. Uomini di scienza, tra l’altro, dai grandi tic (le ossessioni e la mania di controllo di Leeuwenhoek, le meditazioni al buio delle grotte di Harvey, l’accanimento vivisezionista di Spallanzani) dei quali Lenzi ci narra con il gusto lieve e ilarotragico della sua scrittura, e che diventano a loro volta come la spia dei vizi fondativi della nostra modernità e delle nostre ossessioni e compulsioni verso l’inarrestabile macchina tecnologico-scientifica.

Il protagonista de La generazione guarda, così, il suo cruccio con occhio colto e contemplativo. Però, ciò che avviene, è che questo atteggiamento invece di spingerlo tra le secche di un possibile egocentrismo sussiegoso di diversità, ne svela invece la crisi all’esaurirsi di una linea storica che da Aristotele ha fatto del maschio, sì etologicamente, ma di più antropologicamente, «colui che genera in altro» e disposto per questo, per godere del «mondo delle cose sensibili», «a pagare, a rinnegare, a tradire, a commettere violenza. Per entrare nell’altro e generare, anche a costo di morire». Come le rane che Spallanzani mutila durante l’atto riproduttivo e, nonostante ciò, misteriosamente spinte a non fermarsi prima di spegnersi in una muta sofferenza. E tuttavia come lo stesso Spallanzani, colto nell’atto di penetrare il segreto della riproduzione sacrificandola, invece, a una tortura non si sa quanto capace di comprensione profonda della vita biologica (e direi anche del genere femminile).

La voce di Lenzi si approssima, così, a un altro nodo epocale che è il mutamento del ruolo del maschio. E lo fa prestando una voce all’estinzione dell’eccesso di ardore amoroso, che si fa in compenso empatia, «altro nell’altro»: come Tiresia, posto nella sua vita nei panni di una femmina, o come l’ermafrodita proterandrico pesce pagliaccio. Vale a dire rifiutando in qualche modo, nella vita di coppia, il principio identitario di non contraddizione e la soffocante (quanto rassicurante) divisione dei ruoli conosciuta dalle vecchie generazioni. Diniego che, però, se si esalta nella comprensione psicologica dell’altro, anche si esaurisce in una serie solitaria di obbligate masturbazioni ospedaliere e di ogni smarrimento clinico di una traccia qualsiasi di intimità e di piacere di coppia.

In un suo intervento su «Vibrisse», teso a «liberarsi dell’inutile categoria dell’autofiction» Giulio Mozzi aveva scritto: «nell’era dell’inesperienza, ci sono dei narratori che decidono di dubitare di tutto ciò di cui hanno esperienza. Dopo aver dubitato e dubitato, scoprono che forse resta loro qualcosa, un resto, del quale non riescono nonostante tutti gli sforzi a dubitare» che è l’esperienza del dolore patito dal corpo. Dolore che è male; gesto di reazione a questo male che è bene. E in questa «narrazione del resto» sembra, tra gli altri, coinvolto Lenzi. Dopo l’odissea di esami e impianti e dolore dei corpi (e delle anime) della coppia (che finisce pure per avvelenare di sé pensieri e gesti quotidiani) l’autore-protagonista – ospite in barca per un viaggio in tre giorni verso l’isola labronica della Gorgona – pare finalmente scorato. Se non fosse che alla fine della sua cattività a bordo del legno, come Giona, in un guizzo, si rivomiti dal fondo delle acque con la testa liberata dalle alghe. Che sono, forse, l’inseguimento ossessivo di una felicità aprioristicamente perfetta o – di fronte al difetto – ingegneristicamente perfezionabile, a scapito di una vita da accettare per quel che è (priva di presunti salvifici schermi al dolore: edonismo, simbiosi da dominio, meccanicismo, ruoli, liturgie scaramantiche…) prima di provare a cambiarla. Per rimettersi dritto, «per muovere il culo», fare nella luce del giorno senza paura di contaminarsi. Qualcosa che sia più largo, oltre l’ossessione si possa scorgere vita solo attraverso gli occhi di un figlio.

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Written by antoniocelano

maggio 16, 2012 a 7:16 am

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