Antonio Celano

P: Polistes dominulus

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«Ti spiego. Io stavo già scrivendo la tesi, però venivo qui dalla Specola ad aiutare questo collega che stava iniziando alcune osservazioni su episodi di homing in una comunità di Polistes dominulus. Vespe, insomma. Sarà stato nell’Ottantacinque, credo. Qui non era come adesso: i capannoni industriali erano davvero pochi, tutt’intorno c’era spazio libero. Prati, insomma. Spesso si andava anche più in là, verso Focognano.

Come si preparava l’esperimento? si catturava un nido e si collocava sul soffitto di una cassettina alta e lunga una quindicina di centimetri, più o meno, e posta su un sostegno. Un palo metallico, insomma. All’inizio, per tenere attive queste Polistes, oltre a un po’ d’acqua si usavano larve di tenebrionidi, in particolar modo di Tenebrio molitor, e si lasciavano ambientare per qualche giorno in zona.

Poi, l’esperimento entrava nel vivo. Si prelevavano singole vespe e le si tracciava sul dorso un punto colorato, sempre diverso, con un pennarello indelebile. Di quelli buoni per il modellismo, insomma. Poi si mettevano in queste piccole provette di vetro, tenendole orientate verso il nido e si iniziava a correre all’indietro, sempre tenendole orientate verso la cassettina, in maniera che le Polistes potessero mantenersi in contatto visivo col nido. Si aprivano le provette a varie distanze e si osservavano i tempi e le diverse modalità di ritorno delle vespe. Il lavoro era scrupoloso, ma era anche divertente.

Ovviamente, per raccogliere osservazioni scientificamente valide, bisognava ripetere l’esperimento in condizioni di clima, di luce e di vento costantemente variate. L’entomologia non è solo scienza per laboratori, insomma. Era tutto un correre: alle sette del mattino, con il sole, a sera avanzata, con il cielo coperto, a favore di vento, a cinquanta, cento, centocinquanta metri di distanza eccetera. Il fine era raccogliere e organizzare le osservazioni sul comportamento sociale di questi imenotteri polistini.

E mi ricordo… sì, mi ricordo che accanto a dove noi conducevamo gli esperimenti c’era questa donnina piuttosto cadente, una pena – guarda – che aspettava sempre seduta su una sedia vicino a una siepe. Mentre noi facevamo tutte queste corse, questa si prendeva ogni camionista, ogni passante, ogni persona che passava di là, insomma, e se li portava dietro la siepe. E mentre noi ci affannavamo di qua, loro sospiravano di là e certe volte, sì, insomma, berciavano anche un po’ e pensavo chissà se passa ora qualcuno e ci vede… qua ci prendono tutti per pazzi fuggiti. Meno male che di vespe là non ne sono mai sciamate. Però la donnina ci seguiva interessata – guarda – anche maliziosetta. Una volta che m’ero avvicinata un po’, l’ho sentita canticchiare: «Zon zon… ti porto i baci del fiore a te fedeleee, Zon zon… dammi il tuo mieleee. Dice che tu gli piaci e che piacerti spera, Zon zon, dammi la ceraaa…» e mi prendeva in giro con un gesto pesante della mano e il sorriso indecente rivolto al collega. Allora anche lui, ogni volta che l’avvistava, faceva l’ironico: «Occhio e lavora, che oggi controlla l’ape regina!».

Qui ora non faccio più ricerca. Non vengo per quello, insomma. Mi occupo di risorse umane per un’azienda tedesca che noleggia cassette in plastica per la frutta. Sai quelle da mercato, di plastica colorata… quando le recuperiamo, alla fine del ciclo, si stoccano, si lavano e si sterilizzano con procedimenti particolari, tipo la fumigazione dei container che importano dall’estero. Restare all’Università era un casino. Ho dovuto scegliere, insomma».

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Written by antoniocelano

maggio 7, 2011 a 10:38 am

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