Antonio Celano

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Recensione a: Simone Lenzi, Sul Lungomai di Livorno (Laterza, 2013)

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Lungomai

«Castelluccio-Livorno, andata e ritorno!»: questo lo sms inviatomi da un amico fraterno la volta che mi ero lamentato troppo di aver sciaguratamente scelto, per viverci, la città meno adatta alle mie aspirazioni, parendomi di non aver fatto un passo dal mio paese natìo. Come a dire che ero fuggito da fermo, paradossalmente replicando altrove un posto di cui pareva essermi liberato, ma che invece avevo modellizzato e introiettato (ché un amore profondo, avrei capito dopo, spesso è frustrazione o un’idea ossessiva).

Tentando di evaderne «a mano armata, con la pistola in pugno» – per usare i termini di Francesco Permunian – ero finito, così, nuovamente in provincia. E tuttavia, al contrario del grande scrittore veneto, allora poco distinguendo l’essenziale differenza tra l’abitarci e il «restarne prigionieri». Una distinzione, al contrario, sempre ben presente al Simone Lenzi di Sul Lungomai di Livorno (Contromano Laterza, 104 pagg., 12 euro), dove l’autore, non senza un certo distacco, si confronta con un provincialismo, quello labronico, di natura invece ombelicale e centripeta. E se Lenzi non è certo mai stato «uno di quei provinciali che si lamentano del fatto che nella loro città non ci sia nulla, che non succeda niente» pensando, anzi, che questo possa essere un vantaggio su cosmopoliti condannati a «vivere sempre in mezzo all’attualità, fra mille stimoli che finiscono per non produrre più alcuna reazione», tuttavia non manca di prescriversi salutari distacchi pendolari dalla città per periodi di una qualche lunghezza. Perché non essere provinciali, in fondo, è tutto qui, in un restare attenti e curiosi su una soglia sempre aperta e permeabile, rifuggendo sia gli autocompiacimenti per il luogo comune, sia per ogni invettiva che finisca, inesorabilmente, per costruirsi come retorica organica a quegli stessi cliché. Ciò a dire che la verità, come l’uccello dalle piume d’oro della poesia di Wallace Stevens, si può cantare solo con voce straniata.

Così, evitando facili e pittoresche suggestioni, Lenzi insegue il senso di una città attraverso tre traslochi che sono altrettanti quartieri della sua labronicità. Un sostare e un ripartire che ha il vizio filosofico di raccogliere lungo il percorso un segno, un’abitudine, un gesto capaci di riflettere la natura più complessa del mondo. È il caso del box per i cani di Piazza Magenta dove l’autore, in un momento piuttosto tormentato della sua esistenza, si lascia portare dal cane a sgambare un po’, sbandato tra altri sbandati, cinofili o no. Un recinto che subito diventa chiusura, abitudine, nostalgia che invita al continuo ritorno. E che dunque si fa metafora cittadina quasi infrangibile di un’indolenza, di uno sbadigliato «lasciar perdere» che spinge inesorabile fino allo scialo di sé, allo spreco di ogni talento e aspirazione costruttiva. Qualcosa che forse già Carlo Coccioli, sbarcando dalle Americhe, tuttavia con addosso il sole dorato di Zuma, aveva percepito nelle sorgenti vitali e apocalittiche di quest’aria «eterno fior di mare» che «vola e rivola da Montenero ai Quattro Mori, vola e rivola, non si stanca mai». O probabilmente è solo il volto di donna che si indovina guardando il profilo dell’isola appena al largo della costa cittadina, non a caso chiamata Gorgona, a rendere i livornesi pietre su pietra, rocce su roccia, su una lingua di costa sospesa ineffettualmente tra terraferma e mare.

Simone Lenzi ha il pregio di narrarci queste cose quasi dappertutto con stile distaccato, leggero eppure pensoso (non trascurando, sia detto, i lati più amabili di chi abita questa porzione di Toscana). Persino quando si aggira in una città stratificata di ruderi lasciati indietro da una storia che ha proceduto, cercando a tentoni qualche sbocco, come lungo una spezzata. Sempre comunque capace di reincarnare fantasmi in un cortocircuito del tempo che ricorda certe pagine di Amis, in maniera che una fabbrica della Coca-Cola, per dire, possa invertire, con fantasia, la freccia del tempo, ricostruendosi, riaprendo le porte, riconsegnando a un quartiere i suoi impiegati, i suoi operai, ciò che identitariamente aveva perduto. Oppure far rivivere i fasti dell’Hotel Corallo e delle Acque della Salute attraverso l’esilarante ricordo dello zio Aldo, appassionato ballerino d’antan. Sorgenti termali che, tuttavia, finiscono per richiamare in superficie rigurgiti ctoni e oscuri, che a questo punto increspano la scrittura di maggior inquietudine, con richiami più o meno espliciti ad animali e presenze che furono di un Poe o un di Lovecraft. Non è questa la Livorno bagnata dal sole e dal mare, ma quella più periferica, impregnata «sotterra» di «limo vile infecondo» (che pure le terme, oggi neglette, resero per un breve periodo utile e benefico), dove nei giardini delle monofamiliari le piante crescono stente o sorprendentemente rigogliose, ma dai frutti immancabilmente immaturi, come attingendo a una vitalità troppo guasta o troppo viva, aberrata e fatua.

Si tratta di toni narrativi paradossalmente non in contrasto tra loro. Perché, se è vero che le pagine del Lenzi possono essere accostate, con qualche ragione stilistica, al concetto calviniano di leggerezza – s’è sottinteso –, pure di Calvino vivono il paradossale assillo per cui «il primo libro sarebbe meglio non averlo mai scritto», le opere successive essendo solo conferme o approfondimenti o correzioni o smentite della prima; ché si coglie nuovamente, come nell’opera prima La generazione, sia pure su un piano necessariamente diverso, il tema dell’amore inefficace: una città dove tutto ciò che capita può radicarsi, rampollare, crescere, e sfumare senza affanno, «perdendo», d’un tratto, «il filo di quello che vorresti fosse il tuo futuro».

Radici ineffettuali, ma lunghissime, che affondano per altri versi fino all’Ottocento del Targioni Tozzetti, citato cantore e retore di una «Bella, la mi’ Livorno» solare e accogliente, ma già compiaciuta e ombelicale centro del mondo; proprio mentre in quegli anni Henry James, certo meno conciliante, va svalutandola al rango di «Toscana in tono minore». Radici forti e paralizzanti quanto le catene che avvincono le braccia dei Quattro Mori, simbolo monumentale della città. E che non si vedrebbe l’ora fossero finalmente spezzate se i livornesi, a questo punto unici innamorati «nemici di loro stessi», non se ne restassero incatenati a quello che Lenzi, riprendendo da una canzone di Battisti, chiama, con gioco di parole ironicamente lucido, il «Lungomai» cui ogni livornese resta affisso. In attesa di aprire, chissà un giorno, la porta.

Written by antoniocelano

giugno 10, 2013 at 10:16 pm