Antonio Celano

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Felice Piemontese, Fantasmi vesuviani (Hacca, 2009)

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Uno sciamano, un medium. In stretta catena con la Ortese de “Il silenzio della ragione” e il sorriso smorzato di Franco Cavallo, in Fantasmi vesuviani (Hacca 2009, pp. 112, 10 euro) la trance di Felice Piemontese rievoca quasi mezzo secolo di vita culturale partenopea – e ne ricostruisce l’epica – ridando voce e colore agli intellettuali (morti e ancora vivi) che cercarono di svecchiarne il genoma culturale. E dunque Luciano Caruso, Domenico Rea, Luigi Incoronato, Tullio Pironti, Fabrizia Ramondino, Franco Capasso, Lucio Amelio… un ambiente ricco e vivace di personalità, ma strutturalmente fragile e autoreferenziale, incapace di resistere alla disgregazione, alla maledizione che Napoli muove con “i suoi eserciti di nuvole, d’incanti” perché gli uomini ne siano distrutti, “storditi e sommersi” (così, più o meno, la Ortese).

Pittori, poeti, scrittori, giornalisti, galleristi, sempre in tormentato rapporto con il reale e alla ricerca di una difficile via d’uscita dalle strettoie del neorealismo. In definitiva non più di una manciata di aerei lanciati contro l’invincibile King Kong “dell’establishment culturale della città, pronto a difendere con le unghie e coi denti i propri miserevoli privilegi”. Un gruppo di uomini peraltro incapaci di far sistema contro gli “epigoni crociani”, gli “spiritualisti ottusi”, i “vedutisti attardati, estenuati continuatori della tradizione ottocentesca”, che si spartivano “i ridottissimi spazi disponibili in una città che sembrava chiusa per sempre a ciò che di nuovo accadeva nel resto del mondo”. A partire da quell’accademia dove si infranse il magistero anticonformista di un Giancarlo Mazzacurati, studioso di scrittori irregolari (Svevo, Joyce, Smollet) e irregolare egli stesso, corpo estraneo e rigettato dalla città, con cui ruppe drasticamente trasferendosi a Pisa.

Come lui, Luciano Caruso, entusiasta riscopritore del Futurismo, sarcastico fustigatore di certi autocompiacimenti partenopei (difetti inclusi, anzi soprattutto), anti-individualista e animatore di riviste dedicate alle questioni del situazionismo e della neoavanguardia. Ospite sgradito della città pensò, male, di trasferirsi a Firenze, luogo notoriamente ingrato con i non indigeni e, nel 1976, già abbondantemente dimentico della sua importante stagione avanguardistica cui avrebbe fatto seguito il lancio di quel Rinascimento di cartone con cui oggi balocca (e spenna) – con innegabile profitto economico, sia detto – i turisti.

Un destino di rottura che non ha risparmiato le donne. Oltre alla già citata Ortese, la Ramondino, improvvisamente approdata alla narrativa rispetto ai suoi abituali percorsi di solidarietà sociale e politica. Ma poi annegata, è il caso di dire, in una progressiva solitudine e insofferenza per il caos partenopeo che la spinsero verso Itri e la sua tragica fine.

Fughe via dalla città e dalla vita che consentono all’autore di Fantasmi vesuviani di evocare accoratamente la figura di Franco Incoronato “il cui suicidio” – come ha scritto Di Consoli – “nella formazione morale di Piemontese ha probabilmente contato più della militanza politica e giornalistica, e dell’esperienza neoavanguardistica”. Povero e con una vita familiare complicatissima e difficile, cercò a lungo una via d’uscita dal neorealismo sintetizzatasi, nel 1963, in un romanzo (Compriamo bambini) cui non arrise il successo sperato e che contribuì a sprofondarlo in una depressione che gli costò prima la casa di cura e, nel ’67, il suicidio. Una figura alquanto diversa da quelle che, con lui, animarono il fittizio “Gruppo degli scrittori napoletani”: l’esecrato “scrittore per signore” Michele Prisco e il geniale ma incostante Luigi Compagnone, epigrammista folgorante e fautore, per la città, di un “assessorato al pessimismo” ancor oggi necessario. Personalità potentemente egocentriche come, del resto, Domenico Rea, tanto capace di stupire con prove di intensità espressionistica quali Una vampata di rossore quanto di sorprendere con atteggiamenti di infantile esibizionismo e di ossessiva sessualità.

È un mondo, quello evocato da Piemontese, dove si aggirano figure francamente bislacche e grottesche, sebbene capaci di mostrare possibili spiragli di antinapoletanità. Personaggi che si rincorrono tra librerie, gallerie, piccole case editrici, redazioni locali di quotidiani (gustosissima la rievocazione di Piemontese dei matti e dei disadattati che si radunano nelle stanze della redazione napoletana dell’Unità), teatri avanguardistici spesso deserti o visitati da un unico imbarazzato spettatore. Fantasmi tra cui vanno certamente ricordati l’editore Giuseppe Recchia, capace di distruggere il patrimonio “di tre o quattro tra mogli e compagne” e di ridurre “sul lastrico soci benestanti attratti, chissà perché, dal fascino dell’editoria”. Il tenace ed esuberante gallerista Lucio Amelio, personaggio di caratura internazionale, ma dalle discontinue fortune locali, dove alternò successi a cocenti delusioni prima di morire di Aids nel ’94. Il pirotecnico editore-boxeur Tullio Pironti, troppo personaggio per impedire che i suoi libri passassero in secondo piano permettendo, nel contempo, di ingenerare false idee sull’effettiva consistenza delle passioni letterarie a Napoli. Ma si potrebbe parlare ancora del raffinato musicologo De Sio (“un personaggio proustiano”) e delle carovane al seguito di Elsa Marotta, organizzatrice, dopo la morte del marito Alberto, dell’itinerante premio “Libro dell’anno”, tanto originale quanto incongruente.

Gruppi ed esperienze che finirono per partorire qualche personalità alquanto spregiudicata e “rumorosa” come quella di Bonito Oliva, poi approdato alla corte di Bassolino, “pronto a spendere enormi somme di denaro pubblico per far arrivare in città i cascami di ciò che è lecito definire, a questo punto, ‘il grande imbroglio’” che sopirà le capacità critiche di un’intera generazione di intellettuali.

“Non c’è dunque un futuro / non è rimasto niente / solo un brusio che si spegne / solo qualcuno che si pente” chioserà, alla fine, un disperato Franco Cavallo. Siamo al disagio della realtà. E tuttavia, se certo Piemontese ci appare abbastanza smagato da non illudersi su radicali futuri cambiamenti dell’attuale situazione, tuttavia una possibilità di salvezza dal disfacimento ci viene intanto dalla sua memoria e dalla sua scrittura che, mentre rendono il dissolvimento di un’intera stagione intellettuale partenopea, nello stesso momento possono come scongiurarne il definitivo compimento

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Written by antoniocelano

marzo 30, 2012 at 8:00 am