Antonio Celano

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Come sono fatti certi libri, 22 / Curriculum mortis, di Enrico Emanuelli

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Questo articolo è stato pubblicato su «Vibrisse – Bollettino di letture e scritture a cura di Giulio Mozzi» il 7 settembre 2017.


 

https://vibrisse.wordpress.com/2017/09/07/come-sono-fatti-certi-libri-22-curriculum-mortis-di-enrico-emanuelli/

di Antonio Celano
Emanuelli: Curriculum Vitæ

Con quella “novarese” dei Soldati, Zanconi, De Blasi, Bonfantini e Giachino, Enrico Emanuelli può ascriversi a una generazione formatasi alla scuola di un giornalismo intimamente legato alla letteratura. Pur riuscendo poco a incidere sul piano del rinnovamento linguistico e sperimentale, il gruppo dei fondatori della rivista La Libra (che annovera, tra i suoi collaboratori, Piovene, Noventa, Debenedetti, Raimondi ecc.) insiste particolarmente sulla necessaria tensione morale richiesta allo sguardo dello scrittore: risultato da raggiungersi, tra l’altro, attraverso una narrazione quanto più autentica possibile dell’esperienza umana e della vita vissuta.

Un lavoro, sul piano giornalistico, passibile di diventare particolarmente sofferto, da “ruminante”, ma, proprio per questo, sin dall’inizio ben cosciente di una sua netta distanza dalla velocità “digestiva” della pagina di cronaca. In realtà, scrive Vigorelli (in Carte d’identità. Il Novecento in 21 ritratti indiscreti, Camunia 1989), le “tappe della narrativa di Emanuelli sono, e cioè erano, così saltuarie, che più di un critico, anche riconoscendogli altri titoli, lo ritenne spesso un ‘perduto per la narrativa’”. Ciò non toglie che per tutta la vita egli si senta più uno scrittore che un giornalista.

Tuttavia, pur esordendo tra il 1928 e il ’29, a circa vent’anni, nella suaccennata doppia veste, Emanuelli deve la sua prima notorietà alla carriera di giornalista, iniziata come inviato speciale in Spagna e poi in Africa, qui nei panni di inviato di guerra. Un giro del mondo che lo porta in Europa, in Indocina e, ancora, in Unione Sovietica, America, India, Cina, sempre consegnando pezzi formalmente eleganti, puliti e stilisticamente sostenuti da una grande confidenza con i classici italiani e francesi (di cui fu traduttore). Ma anche dando alle stampe reportage che, pur presentandosi come diari di viaggio, hanno la caratteristica di offrire “di tutto, l’inchiesta sociale, la notazione politica, il ritratto degli uomini e delle cose”, con in più l’attitudine di accumulare e interiorizzare quelle esperienze; quasi che, facendole “macerare” dentro a lungo, debbano servire, poi oggettivate, “non tanto a un futuro romanziere quanto addirittura ad un già presente personaggio da romanzo” (Vigorelli).

Curriculum mortis come epitesto

L’intenso girovagare di Emanuelli si arresta attorno alla fine degli anni ’50. Tuttavia, il desiderio di tornare a occuparsi maggiormente di cultura per La Stampa, dove lavora, resta piuttosto frustrato. Dopo la vittoria al Bagutta, nel ’59, con il romanzo Uno di New York, e la rottura con De Benedetti, nel 1963, finalmente approda alle pagine culturali del Corriere della sera. Dalle colonne del Corriere Letterario, dove lo scrittore lavora nella stessa stanza con Eugenio Montale, Emanuelli dimostra non solo una grande apertura intellettuale, ma anche di saper bene leggere i mutamenti culturali del suo tempo accogliendo, sia pur in burrascoso confronto (fermo restante la sua formazione), gli enragé della neoavanguardia. Forse non è, allora, un caso che Emanuelli, da tempo pubblicato da Mondadori, editi gli ultimi suoi due (e più particolari) libri con Feltrinelli. Casa editrice che, sotto la direzione editoriale di Gian Piero Brega ha, in quegli anni – supportato da Nanni BalestriniAldo Tagliaferri come responsabile della narrativa.

In più, scrive bene Luciano Simonelli (in Enrico Emanuelli: mai rubare un pensiero, Milano 2013), che al solito senso dell’ironia, in questo periodo si insinua pure, nello scrittore novarese, “una sottile angoscia” legata al senso del tempo, che si sovrappone a quella. Una constatazione spesso sovrinterpretata dai commentatori, su carta e sul web. Ché giudicare Curriculum mortis un libro profetico (certo complice la sua pubblicazione postuma), pur considerando la lunga malattia al rene destro e la preoccupazione per il cuore accusate da Emanuelli, sarebbe come dire che solo pochi sono in grado di predire che dovranno morire.

Emanuelli muore, infatti, nel giugno del 1967 e la scrittura del libro inizia già nel 1958, sulla carta da lettere del Lexington Hotel di New York, tra l’altro col titolo provvisorio di Ad un mescolatore di Martini dry. Dunque, se mi sembra esagerato parlare di profeticità – prospettiva semmai da accogliersi solo sulla base dell’ultimo titolo posto molto dopo sulla copertina – la verità del contenuto credo stia, invece, nel senso del tempo che, come anche quello dello spazio e della scrittura, in Emanuelli, ha un moto costitutivamente e diuturnamente pendolare.

Un accenno, molto interessante, a Curriculum, si trova nel primo testo consegnato a Feltrinelli e da questi pubblicato proprio nel 1967: Un gran bel viaggio. Tre sono, infatti, le citazioni epigrafi poste al testo: la prima di Herbert Marcuse, tratta da L’uomo a una dimensione; la seconda di Tommaso Landolfi, tratta da Des mois; la terza, quella che più ci interessa, di pugno dell’autore, che così giustifica il suo libro:

Dopo l’aver scritto (e non pubblicato) un centinaio di pagine intitolate Curriculum mortis, bisognava che me ne liberassi, con un esorcismo. Trovai soltanto la via della satira. La percorsi prima di tutto contro di me, presupponendomi scrittore. Poi la percorsi contro qualche cosa che la vita ci prepara, piuttosto che contro altri uomini.

Un libro che, dunque, molto si discosta dalle precedenti opere di Emanuelli per concezione:

L’alto dirigente di una multinazionale viene spedito in uno strano paese Sudamericano, per convincere i poteri forti locali ad approvare un progetto industriale caro ai vertici della società. Ogni particolare del suo viaggio – riunioni, cocktail, compagnia notturna e persino un incidente d’auto – è predisposto da minuziosi promemoria aziendali, scritti con un registro che mescola magistralmente il nonsense burocratico e la satira più raffinata.

Così la quarta della più recente edizione Endemunde del marzo 2013, ancora disponibile in commercio, che avverte il lettore del “protagonista” agito e “teleguidato” che dovrebbe abitare il romanzo ma che, in realtà, resta personaggio solo intuibile, ritagliato mano a mano in una sagoma della quale è il vuoto, come nella quasi contemporanea Decalcomania magrittiana.

Tornando alla prima edizione di Curriculum mortis, a pagina 3 (ideale zona di confine tra l’epitesto del volume e il suo peritesto), si rintraccia una scheda utile all’inquadramento di tutta la gestazione del libro:

Nel 1958 […] Enrico Emanuelli incominciava a scrivere un libro al quale, nove anni dopo, stava quasi per apporre la parola fine, quando, subitanea, lo colse la morte. È stato certo il libro più faticato della sua vita: lo aveva ripreso, rifatto, abbandonato parecchie volte, vero e proprio cammino spinoso di uno scrittore.

Al manoscritto

mancavano gli attuali inizio e fine, ma soprattutto il libro era imperniato sulla figura del negro e sull’angoscia in cui, al calar della notte, cade l’umanità, che si rifugia nel piacere e nel sesso nel tentativo di ‘rinviare la sentenza’. Solo più tardi l’Autore vi introdusse quel preveggente senso della morte che gli ispirò anche il nuovo titolo. Il manoscritto fu ripreso, per l’ultima volta, nei primi mesi del ’67; verso la fine di giugno Emanuelli lo ripose in una valigetta nera, che aveva intenzione di portarsi dietro al mare, per dare al libro l’ultima rifinitura. Ma la morte lo colse prima che potesse partire per le vacanze.

E conclude:

Curriculum mortis è un libro molto privato: rimasto ignoto a tutti; infatti, prima di essere pubblicato, è stato letto solo da pochissime persone, non solo, ma l’Autore non ne aveva mai parlato, quasi per accentuare il carattere di ‘carte segrete’ che hanno queste pagine.

 

Curriculum mortis come peritesto

La prima edizione di Curriculum, volume numero 121 della collana “I Narratori. Collana di grandi autori moderni di tutto il mondo” di Feltrinelli, è materialmente stampato il 9 febbraio del 1968 da La Tipografica Varese e immesso nella rete commerciale in quello stesso mese al prezzo di 1.600 Lire. Si presenta con una copertina cartonata tipografica curata dall’Ufficio Grafico Feltrinelli, e rivestita da una fascetta che riporta l’incipit della quarta di copertina firmata da Guido Piovene, in vita tra gli amici più autentici di Emanuelli.

Nel controfrontespizio, sotto il copyright, appartenente ad Altera Emanuelli (Altera Coppa), moglie dello scrittore, si legge un’altra utile indicazione posta dall’editore:

In questo libro il lettore troverà alcune citazioni da opere precedenti di Enrico Emanuelli: Giornale indiano e La Cina è vicina, pubblicate da Arnoldo Mondadori Editore. L’Editore Feltrinelli ringrazia Arnoldo Mondadori per la gentile concessione.

La quarta di copertina, curata, come detto, da un ispirato Guido Piovene, svela, ricordando la vita di viaggiatore dello scrittore novarese, che

qui tutto ritorna sotto diversa luce. L’osservatorio è posto nell’estremo punto d’arrivo

e la memoria dei fatti appare nei ricordi in una nuova luce:

Passi verso la morte, i ricordi ‘nodi di morte’, figure della vita che mangia l’uomo ‘falange per falange’ come la lebbra della vecchia conosciuta ad Axum. Il curriculum vitae si rivela di trasparenza curriculum mortis. E il carattere principale del libro è forse quello di essere un attimo solo. L’ultima pagina è simultanea alla prima. È un confluire istantaneo di momenti vitali (una notte di Barcellona, la danzatrice di New Orleans, la guida artica, ecc.), che arrivano da ogni parte, rapidi come frecce.

Anche la doppia citazione gemella in epigrafe al libro sembra porsi come una sua estrema confessione/visione, ripetuta preghiera/invettiva recitata al mondo prendendo a prestito da due scrittori. L’effetto è a specchio, variamente rafforzativo, tutto conchiuso – già a partire dalla prima scrittura di Emanuelli – “nel modello del ‘carattere’, del ritratto morale acuminato”, così come già osservato da Bárberi Squarotti (L’orologio d’Italia. Carlo Levi ed altri racconti, Ragusa 2001).

Hypocrite lecteur, – mon semblable, – mon frère! (Ch. Baudelaire, Les fleurs du mal).

You! Hypocrite lecteur! – mon semblable, – mon frère! (T.S. Eliot, The burial of the dead).

Più complessivamente, Curriculum mortis si presenta, dunque, come esemplare punto di arrivo dell’elaborazione intellettuale del suo autore, ma pure come estrema sintesi di equilibrio stilistico. E ha certo più di qualche ragione il giornalista Davide Brullo a scrivere che “Emanuelli riesce a fondere con talento perverso l’avanguardia letteraria alla necessità morale”, il Gruppo 63 con una tradizione letteraria che da Manzoni risale fino a noi (Il Giornale, mercoledì 3 agosto 2016).

Da 0 a 0: Curriculum mortis come struttura testuale e paratestuale

Del resto, Curriculum mostra subito, a ogni eventuale lettore, la sua inconsueta struttura: da pagina 9 a pagina 40, i capitoli si susseguono veloci in un loop chiuso che, a partire da 0 e giunti alla decima stazione, si richiude su un ultimo capitolo 0: dalla nascita alla morte o forse oltre: dal nulla al vuoto; le pupille del testimone passibile di maledizione del Levitico 5,1 citato in apertura del libro.

E tuttavia il testo appare fitto di richiami a una seconda sezione del libro composta da quarantuno Note di vario genere che procedono da pagina 43 a pagina 160. Questi più o meno lunghi approfondimenti o esplicazioni tendono, nel loro complesso, a rallentare la veloce corsa della prima sezione del libro attardandosi su ricordi, stati d’animo, ritratti e paesaggi umani, dialoghi, luoghi spesso ispirati da notevole forza espressiva ed emotiva. In altre parole, come accennato, riprendendo quella magmatica esperienza di viaggio e di vita che è propria di Emanuelli.

La prima sezione appare, infine, annotata a margine. Dovrebbe trattarsi solo di brevi e veloci sommarietti dei paragrafi ai quali sono posti accanto ma che, spesso, sanno proporsi a loro volta quali lampi ricchi di ulteriore senso orientativo di ciò che si sta leggendo.

Anche per cogliere meglio quanto appena detto, seguiamo pure a lungo il Piovene della quarta di copertina, còlto a misurarsi con la struttura bipartita dell’opera:

Nella prima, che ha la cadenza del poemetto in prosa, l’allusione lirica a un fatto, il consuntivo, la sentenza; nell’altra, più lunga, le note dove il fatto da cui è scoccata l’immagine è rievocato per disteso. […] Quell’ottimo scrittore che è sempre stato Emanuelli si è trasferito interamente in una dimensione poetica e, alla vigilia della morte, è andato oltre se stesso. È in presenza delle proprie larve: la prima larva è lui, testimonio del mondo involontario e non richiesto, tra mille altri testimoni involontari e non richiesti, nei quali, come in lui, la vita si brucia, ognuno con le proprie scelte e mitologie illusorie. Nessuno ha un destino: “una stessa vita la si adatta a un numero infinito di storie”. Ma questa spuma umana è l’unica vera storia: mentre è inutile e irreale quella che chiamiamo la storia, vacuo pretesto di torture, esecrando museo d’orrori. Eppure bisogna guardarsi dal ricondurre il libro a una nuova versione del vanitas vanitatum e ad una riscoperta che la vita è cenere. Non fosse che per ragioni stilistiche. Il colibrì della memoria, ed il colibrì della vita, continuano a svolazzare sull’eruzione delle immagini effimere, struggenti, dolci, repellenti, atroci, splenetiche, enigmatiche più che vane. La testimonianza è mancata, rimane il brulichìo della vita. L’uomo che ormai convive con la propria morte, e forse presagisce il proprio momento finale, vede gli uomini di cui ha voluto essere testimonio come suoni nel grande stormire dell’universale, che conduce per loro mezzo il suo discorso incomprensibile, tenuto su un registro che non conduce all’orecchio.

Forse quell’”esperanto medianico” di cui scrive l’autore in un’annotazione a margine di pagina 37, perché

soltanto nel nostro silenzio, là dentro, usiamo tutti la stessa lingua. Medianicamente i nostri silenziosi pensieri vanno e vengono tra me e loro, tra loro e me, ora suono ora eco e l’armonia esiste.

E insomma, in ultima analisi, cosa è Curriculum mortis? È il funereo colibrì delle grotte di Furnas a Rio De Janeiro, con il quale Emanuelli gioca una sua particolare mimesi totemica: “fatemi volare a mio piacere, ora in avanti ora all’indietro, come un piccolo, nero colibrì” (pagina 19 e nota, ma poi diversamente ripreso anche a pagina 30). Oppure lo shaker che il nero Joe, vestito di bianco, agita; o la presumibile andatura ubriaca di Erkki Kokko, il lappone sdentato, ex cercatore d’oro sul Lemen, “succhiatore d’alcool denaturato”. Curriculum mortis è il meccanismo di un grande orologio a pendolo, sempre in moto tra la vita e la morte; tra i tempi e gli spazi e tra il tempo e lo spazio; tra i libri e gli articoli letti e scritti; tra i viaggi compiuti e i lunghi ritorni; tra la poesia e il montaggio reportagistico/esistenziale; tra il singolo e la comunità dei vivi e dei morti.

Curriculum mortis vinse il premio intitolato a Grazia Deledda.

Enrico Emanuelli

 

 

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«La lupa che ci spiega la vita». Recensione a Cuore di Lupa di Pierre Jouventin

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Questa recensione è stata pubblicata con lo pseudonimo di Maurizio «Dodo» Voltolini nella rubrica Libri di «Diana» n. 9 del 22 maggio 2013.


 

Nel 1975, in Francia, una trasmissione televisiva si schiera contro il destino degli animali negli zoo mostrando filmati che ritraggono dei lupi in gabbia. Subito si moltiplicano le proteste dei cittadini contro la segregazione di quella specie animale. Di conseguenza, nessun direttore di parco animale osa più comprarne e, paradossalmente – ma dovremmo stupircene? –, proprio le reazioni degli improvvisati paladini della libertà animale rischiano di provocare l’eutanasia dei nuovi nati in cattività (che intanto non si possono più tenere o vendere ad altri zoo).

È così che, spinto dalla moglie e non ancora vigente alcuna legge contro l’adozione in casa di animali selvatici protetti, l’etologo ed ecologo Pierre Jouventin, allora direttore del CNRS francese, fa prelevare una cucciola di lupo dallo zoo di Montpellier. A tutta prima l’esperimento pare folle. Lo stesso Pierre confesserà solo molti anni dopo, al momento di scrivere il libro: “La mia formazione in ecologia e in evoluzione animale mi aveva insegnato che non si può capire un essere fuori dal suo ambiente naturale”. Invece, la convivenza, prolungatasi cinque anni all’interno del “branco umano” dei Jouventin, non solo rivela importanti aspetti dell’etologia della lupa chiamata, non a caso, Kamala (dal nome di una delle due “bambine-lupo” ritrovate nel 1920 nei boschi di Midnapore), ma finisce per aprire una lunga e profonda riflessione dell’etologo sulle radici animali dell’uomo e sul concetto di intelligenza. Con la sorpresa di ritrovare più corta la distanza tra il Canis lupus e l’Homo sapiens sapiens.

Tuttavia, ogni storia del lupo deve sempre fare i conti prima con quella della sua domesticazione. Con importanti rettifiche di quanto credettero sia Darwin che Lorenz sulle origini del cane, dato che le sequenze del DNA hanno oggi dimostrato, contro ogni evidenza morfologica, che cani e lupi mostrino tra loro differenze solo per lo 0,2% del patrimonio genetico, tanto da far vacillare alcune certezze classificatorie. Fatto sta che molte di queste differenze si è pure a lungo presunto risultassero da una maggiore intelligenza (concetto, del resto, già difficile da spiegare, frammescolato com’è di istinto, esperienza – cioè tradizione culturale – e astrazione logica) del cane, che invece ha solo il beneficio di stabilire meglio e più in fretta, grazie alla più lunga convivenza con l’uomo, “le associazioni tra un avvenimento e il vantaggio ottenuto per arrivare più rapidamente al risultato”.

Invece, sottolinea Jouventin, è proprio oltre ogni sovrastima antropomorfica (una volta decadute certe interpretazioni religiose sull’anima, il macchinismo animale cartesiano e recuperato dalla scienza il concetto di biòs greco) che si possono cogliere sorprendenti analogie tra uomo e lupo. In realtà, quest’ultimo pare abbia “un’organizzazione sociale modulabile in funzione delle circostanze” e una forte gerarchia recentemente riscoperte dai biologi, ma che i grandi popoli cacciatori amerindi e mongoli già conoscevano. Così come Charles-Georges Leroy, “intendente di caccia del re” e collaboratore dell’Encyclopédie, il quale, già alla fine del Settecento, esaltava il ruolo dei cacciatori sui temi della comprensione dell’intelligenza e del comportamento animali, sbeffeggiando invece “l’ignoranza dei filosofi da salotto e dei naturalisti da laboratorio”. Anche perché è proprio la caccia – questa volta dei lupi – a esaltare la grande capacità di coordinazione, cooperazione e complessa comunicazione gerarchizzata in grado di mettere a disposizione del branco le conoscenze acquisite e la condivisione delle prede. Un atteggiamento, soprattutto quest’ultimo, che le grandi scimmie, cacciando poco, raramente esprimono. Salvo, come è noto, l’uomo: che, tra l’altro, anch’egli bracca la preda per lungo inseguimento attraverso lo sviluppo della corsa di fondo.

Un peccato, dunque, che oggi Jouventin, in nome di una ritrovata immagine positiva del lupo, alla fine sia disposto a rimangiarsi alcune di queste evidenze, qualora il lupo, di recente tornato più consistente in Francia, cominci a sostituire alla caccia la più facile aggressione alle greggi. Fatto sta che, nonostante i distinguo di Jouventin (che cade pure in più di qualche contraddizione nello spiegare il rapporto tra politica locale e peso socio-politico degli allevatori), poco importa ai pastori che l’aggressione alle greggi siano compiute da lupi o cani rinselvatichiti i quali, comunque considerato il danno, provocano la richiesta di un allentamento dei vincoli protezionistici al di fuori dell’autorizzazione restrittiva di cattura concessa all’ONCFS.

Dal canto suo, l’etologo plaude a quel 76% di cittadini a favore della protezione del lupo contro “il profitto”. Ma davvero vorremmo che un così delicato problema fosse gestito proprio da chi sostituisce, alla rancorosa demonizzazione del lupo, una sua acquiescente idealizzazione, magari tanto scandalizzata dagli zoo quanto ignorante della ricaduta ecologica causata dalla definitiva scomparsa delle greggi nei campi?

Rece Jouventin

 

Written by antoniocelano

gennaio 27, 2017 at 4:29 pm

Erri De Luca:Il peso della farfalla

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Questa recensione è stata pubblicata con lo pseudonimo di Maurizio «Dodo» Voltolini nella rubrica Libri di «Diana» n. 4/2013.

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Benché Erri De Luca sia nato a Napoli (nel 1950), ha dedicato molte delle sue pagine alla montagna e ai suoi ambienti. Senza trascurare la caccia. Illuminanti, ad esempio, le pagine del racconto “Una cattiva storia”, tra l’altro tratte da una raccolta dal titolo concettualmente intrigante: Il contrario di uno. Due non è − ci dice infatti lo scrittore partenopeo – una banale sommatoria aritmetica, perché “due non è il doppio ma il contrario di uno, della solitudine. Due è alleanza, il filo doppio che non è mai spezzato”. E che a maggior ragione si rinterza qualora i due protagonisti di una storia non siano necessariamente amici, bensì rivali. Proprio come accade in Il peso della farfalla.

Con poetica asciuttezza, a volte mitigata dalle “sonorità” tipiche dell’epica classica, altre volte esaltata dalla spoglia sentenziosità propria di certi passi delle Scritture, De Luca apre il sipario di questo suo racconto lungo sulle cime dominate dal camoscio. Qui regna, ancora incontrastato dopo lunghi anni, un maschio di eccezionale forza, solitario e senza regole dopo aver perduto la madre per mano dell’uomo e la sorella per l’artiglio dell’aquila. È divenuto “re in un giorno e in duello” sventrando con un colpo formidabile il maschio dominante del branco e chiunque gli si opponga.

Sulle sue tracce un uomo (il cacciatore di frodo − tra sopravvivenza e sfida all’ordine − che gli ha già portato via la madre) di storia e personalità simili, ritiratosi tra le montagne dov’era nato “dopo la gioventù passata tra i rivoluzionari, fino allo sbando… Aveva abitato malghe abbandonate, bivacchi di alpinisti. Poi qualcuno gli aveva lasciato un riparo di pietra in cima a un bosco e lui se l’era adattato addosso”. Nel vicino villaggio l’uomo è pure un mito dell’alpinismo che per certi versi ricorda, nelle sue imprese e per lo stile, certi nomi che attorno alla fine dei ’70 aprirono, anche in Italia, nuovi approcci nel “Free solo” e nuove vie di ascesa. E tuttavia l’alpinismo per l’uomo resta “una tecnica al servizio della caccia”, per giungere dove altri non possono: se per questi scalare una parete a mani nude “era un’impresa fuori esempio, per lui era un espediente per non farsi fiutare dai camosci. Nelle imprese la grandezza sta nell’avere in mente tutt’altro”. Verissimo.

I due si cercano, si rispettano, si temono, sempre nell’attesa di un finale scontro, ancora non scritto, che plachi definitivamente le inquietudini dell’animo di uno dei due. Ma nel far così, ogni anno e ogni rivale o preda, hanno aggiunto sulla vita di ognuno una farfalla bianca e leggerissima. Sentono chiaramente che la loro stagione di dominio sta per consumarsi, pur ignorando quando il posarsi delle ultime ali farà diventare insostenibile il peso delle altre intanto accumulatesi. Sanno che “in ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove. Sono una quota sperimentale che va alla deriva. Dietro di loro la traccia aperta si chiude”.  

Il momento del duello arriva fulmineo. “Il re dei camosci seppe improvvisamente che quello era il giorno” dopo venti lunghi anni di regno incontrastato: “le bestie sanno il tempo in tempo, quando serve saperlo. Pensarci prima è rovina di uomini e non prepara alla prontezza”. Attacca, così, sorprendendolo, il vecchio cacciatore, per poi risparmiarlo, ormai stanco di vita, lasciandosi raggiungere dallo sparo e poi dall’inusitato estremo saluto del suo branco, che è come un miracolo davanti agli occhi del cacciatore.

“L’uomo guardava, l’arma ancora in spalla, il corpo sui gomiti. Abbassò il fucile. La bestia lo aveva risparmiato, lui no. Niente aveva capito di quel presente che era già perduto. In quel punto finì anche per lui la caccia, non avrebbe sparato ad altre bestie”. E ancora: “il presente è la sola conoscenza che serve. L’uomo non ci sa stare nel presente. Si alzò e scese lentamente alla bestia uccisa”. Ma l’epilogo, il filo che tra i due finalmente si recide, non può stare qui. Toccherà a una farfalla bianca (il bianco che è il colore della morte e, in qualche modo, del rinnovamento) chiudere, mentre l’uomo scende a valle con la preda sulle spalle.

La donna che intanto, dopo aver fatto breccia nella sua ruvida resistenza (ormai meno forte a causa degli anni), attende il vecchio al riparo in quota per scrivere la sua storia, resta ad aspettarlo.

Il peso della farfalla è un mirabile racconto in cui l’uomo e la bestia ballano ancora insieme la vita, le regole, il rispetto per l’ambiente e la natura interiore di ogni essere. Diremmo quasi, con le regole, la rettitudine e l’integrità di un Eden perduto e ritrovato dopo aver errato (nella sua doppia accezione). Un creato dove i conti si pagano laddove si è preso; dove sguardo, parola e gesto ancora restano in misurato equilibrio. Un mondo che è necessariamente come deve essere, fatto come certe Scritture ebraiche o cristiane − si diceva. In cui credere. Perché un altro, infine, non ci trascini via, ancora una volta, con la forza del suo mondano, cinico, ateismo.

 

Erri De Luca su Diana

Italo Calvino e Baccinin nei gerbidi

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Questa recensione è stata pubblicata con lo pseudonimo di Maurizio «Dodo» Voltolini nella rubrica Libri di «Diana» n. 7 (2206)/2013.

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La raccolta di racconti “Ultimo viene il corvo” fu data alle stampe da Italo Calvino, per i tipi dell’Einaudi, nell’agosto del 1949. Raccoglieva trenta racconti brevi, diversi già apparsi su quotidiani e periodici, scritti tra l’estate del ’45 e la primavera del ’49. Di questi trenta racconti, alcuni furono ricollocati in successive raccolte, altri scartati e sostituiti con scritti posteriori. Dal ’76 in poi, infine, si tornò all’esatta riproduzione della prima raccolta, ché tutti i racconti furono in ogni caso ritenuti validi per la ricostruzione di un clima e di un’epoca. È infatti la stagione migliore del neorealismo, quella più immediata, espressiva. Come scriverà lo stesso Calvino, in un quadro condiviso che era stata l’esperienza collettiva e devastante di una guerra: “si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva avuto storie drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca”. Di qui pure il recupero positivo del parlato, delle espressioni dialettali, di una certa “mimica dei personaggi”. Ma che in Calvino hanno già qualcosa di nuovo, una scrittura urgente, senza compiacimenti eppure ironica, favolistica, quasi l’autore avesse già ben chiari quegli elementi stilistici di leggerezza, rapidità ed esattezza che sono il lascito più tangibile della sua successiva produzione.

Ingredienti che è possibile trovare anche nei racconti rusticali dedicati a episodi di caccia: basti pensare al capolavoro che ancora oggi dà il titolo alla raccolta, ad esempio, oppure all’ironica favola “Il bosco degli animali”. Brani che pongono, però, questioni morali per cui la perizia nello sparo o nel raggiungimento del bersaglio mai si slegano dall’episodio resistenziale ai tedeschi.

Racconto, invece, pienamente ispirato a un episodio venatorio è un altro piccolo capolavoro: “Uomo nei gerbidi”. Albeggia, dalla costa si scorgono le coste della Corsica, segno che il tempo sarà buono. Due cacciatori, padre e figlio, si inerpicano alle spalle del paese. Come in altre storie di Calvino, si intuisce tra i due una difficoltà di relazione. Tuttavia il padre presto lascia il ragazzo a un incrocio tra sentieri, dice: “Io andrò all’altro passo. Quando arrivo fischio e tu slegherai il cane. Tieni aperti gli occhi che è un momento a passare la lepre”.

Intanto, mano a mano il sole si alza, prendono forza i colori, il paesaggio si fa riconoscibile, si scorge “la nera nuvolaglia degli uliveti” e un bosco spelacchiato e bruciato. Tutto è come quando gli occhi si riaprono alla luce: lame di foschia sul mare impediscono di cogliere pienamente l’orizzonte, mentre la città, di sotto, emerge dalle ombre. Il luogo, Colla Bella, finalmente si mostra per quello che è, una terra scabra, di erbe dure, di rade piante stentate.

In cima a questi gerbidi c’è la casa di “Baccinin il beato”, un contadino anch’egli con la passione per la lepre: un uomo “magro che per vederlo bisognava si mettesse di profilo”. Non è un caso, dunque, che, in un numero dell’”Unità” del ’47, il racconto prendesse in un primo momento il titolo di “La casa di Baccinin”. C’è sempre, in Calvino, una stretta rispondenza tra l’uomo e il paesaggio che abita. E come lo stesso scrittore aveva già fatto notare, il contadino ligure è solitario, scontroso, proprietario e schiavo di fasce di terreno strappate alla costa. In perenne lotta con tutti, dal governo alle erbacce, persino con se stesso, questo lavoratore, aggiunge Andrea Dini, resta però ammalato di terra, ossessionato dalla “roba” tanto quanto un contadino del Sud.

Baccinin vede il giovane, scende da lui, gli chiede se la guerra è finita, anche se è finita da un pezzo. Ma forse ha timore delle sue personali o di quelle che pensa verranno. Baccinin rimastica continuamente le parole, le ripete; pone domande retoriche di cui sa già la risposta, che è “Scarogna, scarogna”: i carciofi non hanno preso, le fave son seccate, come cacciatore è uno “schiappino”, manca sempre la lepre e, quando la prende, la cagna scappa. Anche sua figlia Costanzina è “selvatica come una capra” e ha la faccia, la bocca e gli occhi a oliva. È immersa nella vita dei campi ma, come il ragazzo, è diversa dal padre: la notte, quando spariscono le luci della città, ha paura, ricorda ancora le bombe. La città l’affascina, l’altra sorella se ne è già andata.

Pendolando tra la casa e la posta, Baccinin finisce per frapporsi tra il giovane cacciatore e il cane che torna dietro la lepre. Staziona, chiacchierando, all’incrocio, come inconsapevole di ogni gioco di squadra, incapace di partecipare, di collaborare, di uscire dalla sua condizione ostinatamente isolata. E così la lepre balza via. Spunta il padre sacramentando dietro al cane. Chiede se qualcuno l’ha vista, ma Costanzina è già su, alla casa, e Baccinin non s’è accorto di nulla. Il giovane, che non ha chiesto al “beato” neppure di scansarsi, tace. Il gruppo si disperde, ognuno distante e silenzioso.

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Piuma di fagiano: un racconto di Enzo Siciliano

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Questa recensione è stata pubblicata con lo pseudonimo di Maurizio «Dodo» Voltolini nella rubrica Libri di «Diana» n. 15-16 del 31 agosto 2012.

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Scritto e pubblicato dieci anni prima che il grande Enzo Siciliano morisse, Piuma di fagiano – la storia del contadino Santino che non sa smettere la sua passione per la caccia – è senza dubbio uno dei più bei racconti venatori del secondo Novecento, dalla curiosa genesi editoriale e letteraria.

Pensato appositamente per il volume numero 42 della collana “Racconti brevi”, Piuma di fagiano è stampato, nel settembre del 1996, dalla fiorentina Pananti in soli 300 esemplari fuori commercio arricchiti, sull’antiporta, dal particolare di un disegno di Venturino Venturi. Esaurita la raffinata plaquette, l’esperimento è ripreso nel 2002 con un’edizione commerciale tirata in 50 (+ XV) copie dall’editore Motta di San Marco in Lamis e giustapposta, per la bisogna, a un’acquaforte acquatinta di Piero Guccione (“La maschera e l’ibisco”). Per la lettura da parte di un pubblico più vasto si deve attendere, invece, che l’anconetana Italic rimpolpi con nuovi racconti, nel 2009, Cuore e Fantasmi, una raccolta di Siciliano già pubblicata da Mondadori nel 1990.

Le radici letterarie e umane della genesi di Piuma di fagiano vanno ricercate, tuttavia, anni prima, quando Enzo Siciliano decide, nel 1971, (anticipando future tendenze in anni di caotici inurbamenti e scandalizzando Moravia) di acquistare un casale nei pressi del Vertano, tra Terni e Perugia: landa già nota per essere prediletta più dai cinghiali che dall’umano genere.

Qui – come ebbe a raccontare Paolo Conti, tra intervista e ricostruzione, su una pagina del “Corsera” guarda caso del ’96 – la famiglia Siciliano fa l’incontro con Santino, nel ’71 neanche sessantenne: contadino “dalla fantasia lieve”, il cui intercalare affascina Siciliano tanto da aiutarlo a meglio comprendere Jacopone da Todi durante un lavoro sul grande poeta medievale. Ammalato di caccia (cinghiali, lepri, quaglie, fagiani) Santino, da buon contadino, sa far quadrare queste avventure con la pratica “quotidianità del pollaio” e della difesa degli orti in una lotta con volpi, faine e donnole senza esclusione di colpi (anche bricconi); fino a essere “capace di rimanersene acquattato una notte intera su un albero per spiare l’arrivo di un cinghiale pronto a divorargli un filare di granturco o a sterrargli le patate ancora verdi”.

Nel 1996, Siciliano ha 62 anni e “sappiamo com’è”: come prima non accadeva, “la mattina ci si sveglia prima di svegliarsi. S’imbianca la coscienza di una luce allarmata e dolorosa” che non è altro che il tempo. Santino invece è ormai un ruvido vecchio di 83 anni, “magro: l’età sembra avergli divorato tutto il superfluo dello stomaco, del punto vita”, e la cintura spessa regge su “calzoni con qualche piega di troppo”. Eppure, come ha scritto recentemente Andrea Caterini, l’uomo è “voce” schietta, “segno malandrino di una vitalità che non desiste” che imprime, dice Siciliano, un “sentimento di scommessa con il quale guadagna nelle sue giornate un minuto sull’altro”.

Come se fosse armato ancora del magnetofono con cui, tra il ’67 e il ’71, aveva iniziato a  intervistare Moravia, Siciliano incalza questa volta ben altro protagonista. Sa che il suo contadino, come i contadini, è capace di elusione: traguarda nel campo di pannocchie una coppia di fagiani e non lo dice. Siciliano indovina, poi chiede: “vola il fagiano?”. Ne riceve “un sorriso sfumato di avidità, un sorriso pungente e ardito”. L’uomo risponde: “S’alza e poi dopo s’abbassa”. Come i contadini è incapace di allusione e il volo del fagiano è quello esplicito del suo sesso, di una voglia che “c’è, e punge. Ma.”. Il fagiano “‘va su, appena appena, delicato dapprincipio. E poi cade giù’. E quando dice ‘cade giù’, ride ancora. La sua felicità, diresti, è tutta affondata nel passato: eppure il presente, la manchevolezza del presente, gliela rende sempre salda, gliela fa concreta, attiva”. Perché la radice di noi stessi è il sesso, e il sesso è il tempo.

Dunque, mentre lo scrittore è assorto su una sedia avviluppato dal peso dell’età, da certe distrazioni, sente lo sparo. Una fucilata che rasserena l’aria. Il vecchio risale la collina come danzando. “‘Santino, ho sentito uno sparo.’ Lui, ‘quale sparo?’ ‘Sparo di fucile.’ ‘Ma la caccia è chiusa.’ ‘Appunto’”. Santino allarga le mani, le mostra nette dell’arma: “E che vi dico?… Si sarà schiantato un salice giù alla forra?”, “quando si schiantano fanno un botto come una fucilata”. Santino ha ora una stanchezza improvvisa negli occhi, va via tradito dalla coda del maschio che saluta dalla tasca posteriore del gilet. Ecco, Santino ha provato a congelare per sempre il tempo della sua vitalità in quel volo. Siciliano – con una voce umana, urgente – è rimasto a misurarne il mistero teso tra quel vecchio e la propria interiore ricerca.

Cuore e fantasmi Piuma di fagiano

 

Un racconto di Maurizio Corgnati

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Questa recensione è stata pubblicata con lo pseudonimo di Maurizio «Dodo» Voltolini nella rubrica Libri di «Diana» n. 18 del 28 settembre 2012.

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Cosa resta, oggi, nella memoria dei lettori, di Maurizio Corgnati? paradossalmente – se ne intuirà il perché – poco o niente; tranne, forse, la sua decennale, burrascosa vicenda d’amore con l’allora “Pantera di Goro”, la cantante Maria Ilva Biolcati, in arte Milva, lungo gli anni Sessanta. Ma non è da escludere, come pure è stato detto, che abbia pesato il fatto che Corgnati (1917-1992) sia stato, in vita, tante cose, benché laureato in legge: giornalista, regista teatrale e televisivo, grande gastronomo, appassionato musicologo, critico d’arte ed esperto d’antiquariato ma, più di tutto, – come scrisse di se stesso – “obbligato” ad andare a caccia “da una forza sorella a quella che spingeva Dostoevskij al tavolo da gioco”. Scontando, dunque – come ricostruito da Beppi Zancan –, di non poter “essere definito uno scrittore a tempo pieno”, pur conoscendo tutto della scrittura. Dimostrazione ampiamente datane in saggi e libri dello spessore de “Il tarlo”, letterariamente ambiziosi e dal “linguaggio complesso e studiato”.

Sfaccettature e capacità che, però, non passano inosservate a uno dei più grandi intenditori di cose editoriali del secondo Novecento, quel Raffaele Crovi che ne scovava, postuma (siamo già nel 1995), una raccolta di racconti per la collana – precisione del caso! – Fantasia & Memoria, la più importante della casa editrice milanese Camunia, fondata dallo stesso Crovi nel 1984 e interessata, tra l’altro, alla mescolanza tra linguaggi di diversa provenienza.

Il libro – è stato notato sempre da Zancan – non è una comune raccolta di racconti, quanto di “brani autobiografici”, ma senza una precisazione circostanziata di fatti, senza nessun intento ricostruttivo o storico. Si tratta di una sorta di frammenti (scritti dall’autore poco prima di morire dopo una lunga sofferenza) dove si incrociano volti e amicizie, campagne, laghi e fiumi, animali e tanta passione venatoria: insomma, “tutta quella parte della vita che non è ufficiale ma scorre nei momenti più liberi che ci sono concessi. Quella parte della vita che può sembrare accidentale, che compare dove non era attesa, né dal cane né dal cacciatore”, come la beccaccia del racconto che dà anche il titolo, dall’atmosfera misteriosa, a tutto il libro.

Il fatto è che si ha l’impressione che, per Corgnati, la realtà, tutta la realtà esterna, spazio e tempo, pare non possa esistere oggettivamente, ma solo come parto della mente. Poco prima di morire – la storia è riportata da Marisa Fumagalli in un “Corsera” del marzo ’92 – lo scrittore, rivelando a Ludovico Terzi di aver elaborato a casa una ricetta per cucinare il cinghiale togliendogli il gusto di selvatico, gli dice, in ospedale: “Stanotte ho ripensato al cinghiale… l’ho assaggiato… no, non è ancora a puntino”. Tuttavia, tutta la realtà è ricostruita dalla memoria (necessariamente imprecisa o espressiva) che, come un acquerello, può rapprendersi precisa nel colore oppure confondersi col sogno o sconfinare nel fantastico, liberare sensazioni (il profumo di una cartuccia sparata al mattino dal padre, ad esempio), scoprire misteriosi passaggi per luoghi sconosciuti, o abbandonati.

Con un linguaggio completamente diverso dai precedenti libri – sempre colto, certo, ma allo stesso tempo colloquiale, urgente e intimo come se raccontasse a se stesso e a pochi amici – Corgnati ricorda, allora, la mattina di un 3 novembre. Il giorno prima ha nevicato e poi piovuto, bagnando le colline, ma gli indugi sono rotti da un sole che sale e scalda, e dagli occhi dei cani, forse un bracco e una setter, che ridono di voglia tra i castagni e le querce, “una vigna ogni tanto”, i fazzoletti di felci. L’anno è irrecuperabile, ma importa se il tempo, appunto, lo si ha ormai dentro come fosse ora, qui, sempre presente? La setter giunge sparata, consente al bracco e il sangue è già in tumulto: “Fulmineamente, tutte le ipotesi” sul piazzamento più favorevole per le starne, per la lepre. “Ma no, son tutti arzigogoli inutili… lo fai apposta a pensare ad altro perché non vuoi dirti quello che è” e che anche i cani sanno: una Regina, preziosamente rara da quelle parti, una beccaccia che prima non c’era e inventata, per un errore?, dai cani. È a questo punto che il tempo e lo spazio si distorcono (la realtà torna dal passato con un volto inedito) e la beccaccia – in una pagina davvero memorabile di letteratura – nella sua invisibilità, ma per il fatto stesso di esistere, obbliga il cacciatore “e i cani e il bosco e il tempo alla definitiva immobile perpetua infinità”, in una zona d’ombra che è opaca eppure placata, quasi desiderabile. Fino all’improvviso rombo metallico, i nervi che sparano, la beccaccia abbattuta: “tutto intorno alla sua morte” può così rinascere alla vita, “in un’orgia di rumori e di moti, mentre i cani freneticamente” cercano “la preda puntata dall’altro”. “Solo la Regina, la beccaccia, poteva salvarci”.

Rece Corgnati

 

 

Recensione a: Mary Gibilaro, Lo spostamento dei cirri (Edizioni La Zisa, 2013)

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Mary Gibilaro Cirri

Lo spostamento dei cirri, prima breve prova narrativa di Mary Gibilaro (Palermo 2013, 64 pp., 8.00 €), è un libro duale, eppure senza sponde opposte e nemiche; anzi luminoso, come nel carattere della sua autrice, nata a Santa Croce Camerina (RG) nel ’66, ma di adozione labronica ormai dall’82. Come a dire, già qui, due terre, due coste, due culture attraverso cui pendolare nel continuo rincorrersi, sulla superficie del mare, di presente e di passato. Un libro duale – dicevo – sin dal titolo, se i cirri possono spostarsi precipitosi verso le burrasche della vita oppure lentamente scivolar via ad annunziare la ristabilita bonaccia.

Ma così anche la natura di Lara, la protagonista di questo romanzo-lampo, che riesce a trovar forza e radice grazie al terreno personale di esperienza che l’autrice le dispone, trovando le giuste proporzioni per un calco unico del personaggio femminile, sempre credibile, capace di testimoniare di sé in prima persona. Lara (figlia musicista di un fanalista) che prende vita, nel racconto, proprio nell’atto di dar vita al piccolo Mariano e poi, qualche tempo dopo a Giorgio: onde arrotolate da un mare tranquillo. Ma poi, appunto, quel «qualcosa» di innominabile al midollo del primogenito, la velocità dei cirri intervenuta a spezzare la tranquillità del quotidiano, il mare corrugato, il rischio disperante che i genitori, che una madre possa sopravvivere al figlio.

E dunque in ogni nuovo capitolo, alla donna non resta che rifugiarsi in immagini che possano intervenire, in qualche modo, a lenire il dolore. A cosa ci troviamo di fronte? È la memoria che ricapitola la vita nel tentativo di un senso, prima della morte, per prepararsi a quest’ultima, sia pure di un figlio? Non solo.

Accanto al capezzale del bimbo, ammutolita dalle prescrizioni dell’ematologo, Lara attinge alla memoria musicale del mare, ritornando bambina al faro affidato alle cure del padre: riemerge, così, una struttura forte, alta, avvolgente, luminosa, capace di scongiurare gli scogli o di preannunciare il rifugio sicuro di un porto; al limite, il doppiaggio di un Capo per acque diverse. Ma pure una costante soglia di attenzione, la responsabilità che un’avaria del faro, il sopravvenire del buio, imporrebbe di fronte al naufragio.

E tuttavia è da notare come queste immagini positive progressivamente crescano, tolgano terreno alla narrazione della malattia di Mariano, come riuscendo a cicatrizzare il male. Il ricordo della ristabilita luminosità della torre, dei rossori spettacolari sulla costa sicula al tramonto diventano, così, il simbolo di una fede mai scossa nella vita che respinge il buio e riguadagna la speranza. Quasi come se le immagini fossero la traduzione di un altro linguaggio, sussurrato appena dietro i cirri da un angelo lì accampato.

Non è un caso, dunque, che tutto il libro si svolga con l’ausilio di una lingua sempre piana – in alcuni punti ancora, certo, letterariamente bisognosa di affinarsi e precisarsi – e di toni distaccati, che mai calcano sull’espressività o la disperazione, pur allo stesso tempo restando positivi, caldi e partecipi. Così, la narrazione delle vicende di Lara, evitando un qualsivoglia «effetto» sui lettori, si propone di precedere questi ultimi nell’esperienza, fornendoli di un portolano che possa accompagnarli «ad accettare ogni doloroso passo di quel nostro difficile cammino, non proprio come una lotta ma come uno svincolo nella strada della vita» pur se certamente molto accidentato.

Le vicende di Lara – sembra dirci Mary Gibilaro – non sono fatte per farci indugiare nel dolore, ma per narrarci una fede e sostenere una speranza per chiunque possa, a un punto, imbattersi in acque tempestose per la vita. Anche per questo l’autrice ha deciso che il ricavato del libro sarà devoluto all’AIL, Associazione Italiana contro le Leucemie.

Written by antoniocelano

gennaio 21, 2014 at 10:48 am