Antonio Celano

Recensione a: Ugo Riccarelli, Diletto (Voland, 2010)

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Questa recensione è stata pubblicata su «L’immaginazione», n. 253 (marzo 2010), p. 47-48.

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Per una di quelle curiose circostanze che rendono a volte singolare la storia editoriale di un’opera, Diletto – raccolta di racconti che Ugo Riccarelli ha consegnato alle cure del diavoletto Voland – si chiude con un ringraziamento a Valerio Magrelli, per la concessione di alcuni suoi versi, che è un simpatico lapsus. E nondimeno ci si può chiedere se queste storie dedicate al letto non debbano poi tutte trovare un antecedente nell’agrodolce treno magrelliano de La vicevita, mezzo anch’esso così esistenzialmente scomodo, autentica soglia perturbante del nostro vivere moderno.

Il letto, dunque: «Io a letto non sto bene e nei letti è passata una parte della mia vita che non mi piace, così tento di mettere questo fastidio dentro le storie, per poi lasciarle andare lontano da me», dichiara programmaticamente lo scrittore di Ciriè in un’«Appendice» che è pure un carcinoma che il medico annuncia al protagonista essergli nato in mezzo alla fronte. Polisensi e giochi di parole che, del resto, si rincorrono un po’ per tutto il libro: l’«Appendice», appunto, ma pure un numero «50» che è una postazione d’ospedale e un anno di nascita; le decidue avventure filosofiche di un «Desboirtes» che beve e «si beve» soddisfatto Descartes; i «Cartoni» che sono un precario giaciglio di scarti industriali del mondo occidentale e i pugni nello stomaco alla dignità umana dei migranti. Fin su, per li rami, al titolo stesso della raccolta che richiama il diletto dello scrivere di letto.

Un piacere tuttavia senza eros, situazione (oltre che sinceramente scontata) di solito intollerabile su un mobile così tanto caricato di turbamenti e inquietudini. A partire dal mito nel racconto intitolato «Ulisse», dove incontriamo a Itaca un Odisseo prima di Odisseo, e dunque il suo amore per una presaga Penelope già tormentato dal richiamo di brezze d’oltremare. Una fascinazione che Ulisse esorcizza costruendo una possente macchina di autoinganno, il taglio di un olivo secolare che trasforma e modella in talamo nuziale. In altre parole un’ancora senza più nave, la pace abbattuta, una promessa di stabilità che per noi – a conoscenza dei fatti seguiti – subito si colora di un forte senso di malinconia.

Ma poi l’affabulatorio letto riccarelliano non smette di impregnarsi degli umori di altre stanze di vita, dalla culla fiabesca, miracolistica e risarcitoria alla branda ancora un poco di qua dal Muro e dalla Storia. E, come già detto, ai letti d’ospedale, che una certa lunga frequentazione da parte dell’autore ci rende particolarmente veri e familiari. In «50» l’invadente ospite della stanza cede poco a poco la sua iniziale e ostentata sicurezza, lasciando entrare progressivamente il dolore del suo vissuto di coppia e della sua malattia terminale, trasformando il letto d’ospedale in una sorta di luogo dell’abbattimento e dell’abbandono in un finale inestricabile groviglio di amore (per una moglie fulminata nello stesso posto dallo stesso male) e di morte.

Attorno agli stessi temi gira anche «Terapie brevi», ma qui la morte ha le sembianze di una vecchia distesa sul letto con gli occhi rimasti aperti e fissi. Come a dire la disillusione della giovane protagonista che impara a capire, con durezza, quanto sia importante guardare non all’Amore, ma al suo oggetto, in questo caso uno sfuggente marito fedifrago. Tuttavia, se il letto di «Terapie brevi» continua a essere il crocevia ineludibile di amore e morte già attraversato in «50», a restare vacante questa volta è il lettino dello psicanalista al quale la protagonista s’è in un primo momento rivolta per poi sottrarsene, lasciando al terapeuta solo il piacere di poter raccontare i fatti a un collega, riaffermando – malgré soi – la superiorità della narrazione, meglio capace di aderire alla vita in luogo delle vivisezionanti cure analitiche.

Si giunge così, nella disamina dei racconti che paiono più interessanti, alla coppia protagonista di «Malm», un modello di letto Ikea da montare che, per quei giochi di parole di cui sopra, richiama in qualche modo anche qualcosa di decisamente melmoso. La costruzione dell’alcova, comperato per sancire definitivamente la convivenza di una coppia, si ribalta subito, infatti, in una serie infinita di recriminazioni, nervosismi e poi pesanti contumelie. E viene subito il dubbio, nemmeno tanto velato, che il mobile non sia stato che un pretesto per un gioco crudele di cui il risultato non è altro che i pezzi – della coppia, del letto – rimasti sparpagliati per casa come dopo una guerra. Non resta alla fine tra le mani che un monco frammento «T4» a ricordare, sinistro, il modello di un tank d’assalto, un qualche tipo d’esplosivo, la soluzione finale orchestrata ai danni di un amore nato con inemendabili difetti genetici.

Insomma, anche se il tema può apparire occasione ludica, Riccarelli sembra volerci dire che ogni letto è precario, o destinato a restare senza ospite. E finisce per restare vuoto anche quando è abitato da quel «di», quella coppia che (dis)unisce senza eros il letto al diletto. Perché il letto non è mai di Hestia, ma di Hermes, continuamente preda della ventura o dei casi della vita per seguire i quali il giaciglio sempre fatalmente s’abbandona. E del resto Riccarelli senza sosta intreccia le forme del letto con parole che, per loro natura, necessariamente sollecitano la veglia e mai il sonno: «”Ti ricordi la cuccetta che costruisti tu, nel camion Fiat, dietro i sedili?” mio padre annuì. “Mi facevi scendere lì durante i nostri viaggi assurdi per l’Italia, obbligandomi a raccontarti storie perché tu non t’addormentassi […]. Mi sentivo leggero. Mi sentivo bene”».

Alla fine, un breve eterno riposino è concesso solo a Dio.

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Written by antoniocelano

aprile 21, 2010 a 9:55 am

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