Antonio Celano

Recensione a: Valerio Aiolli, Ali di sabbia (Alet, 2007)

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Questa recensione è stata pubblicata su «L’Immaginazione», n.  240 (giugno-luglio 2008), p. 48-49.

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Non sono molti i romanzi storici dedicati alle vicende del colonialismo italiano. Recentemente qualche pagina dell’ultimo Riccarelli, la prova di Carlo Lucarelli e poco altro. Gianfranco Franchi, addirittura, volendo procurare termini di paragone in grado di aiutare qualche internauta a orientarsi nelle tematiche affrontate dal fiorentino Aiolli, ha dovuto ricordare Tempo di uccidere, il capolavoro uscito dalla penna di Ennio Flaiano ben sessant’anni orsono.

Certo, la fase colonialistica italiana fu lungi dall’essere una marcia trionfale, sempre così troppo politicamente sofferta, tarda e poco caparbia (soprattutto dopo le disfatte subite), mai tutto sommato impostasi oltre una rapsodicità priva di una solida regia strategica che andasse al di là di qualche bel proclama di conquista di lande marginali in continenti esotici. Tuttavia non risparmiò violenze e sofferenze, rappresaglie e resistenze sia ai popoli aggrediti che a un esercito, al solito, male armato ed equipaggiato. Una fase, insomma, feroce e incrudelita sullo scenario delle operazioni, strategicamente velleitaria ed economicamente poco remunerativa. Tanto da suscitare episodi di rimozione storica costruiti intorno alla sollecitazione di percezioni autoassolutorie, poi confluite nel più complessivo «mito del bravo italiano», colonialista tutto sommato bonario e incruento.

È troppo presto per stabilire se le rinnovate riflessioni dei narratori sulle vicende del nostro colonialismo costituiscano una tendenza duratura o una solida nicchia all’interno della ritrovata vitalità del romanzo storico. Né questa può dunque essere la sede per comprenderne, eventualmente, le origini e i perché più profondi. Al massimo, su un piano ipotetico e più legato alla cronaca, si potrebbe forse richiamare il nostro coinvolgimento militare nelle vicende intervenute sullo scacchiere iracheno-afghano, che possono aver contribuito a rimuovere localmente qualche blocco mnemonico e psicologico nella realizzazione di ambientazioni storiche meno comode e scontate per il lettore, meno disposte a fuggire dai nodi irrisolti della nostra identità culturale e nazionale.

Sennonché il richiamo al concitato andamento tattico della guerra in Iraq e in Afghanistan torna qui comunque utile anche per chiarire il fatto storico attorno a cui ruota tutto il romanzo di Aiolli, fondato intorno a un noto episodio di «fuoco amico»: l’abbattimento avvenuto il 28 giugno del 1940, nei pressi di Tobruk, del Savoia Marchetti S. 79 pilotato da Italo Balbo.

Aiolli dunque sceglie per il suo romanzo non solo un’ambientazione, ma una figura storica ben precisa, un pioniere del volo compromesso col regime e tuttavia dalla stazza caratteriale autonoma, a volte in urto col duce e, per certi versi, contraltare al suo mito. Tanto da essere sbrigativamente «promosso» governatore della Tripolitania e della Cirenaica. A Balbo, l’Autore giustappone nella cabina di comando, al momento della fatale partenza, Settimio, una figura del tutto virtuale. E un po’ tutto il romanzo pare avere questo andamento giocato per contrasti, una costante tensione tra il pesante e il leggero, tra la storia e la quotidianità, tra la gravità e il volo. Su tutto la sabbia del deserto, duale nella sua stessa essenza: materia di sogno, volatile al primo alito, eppure gora, pantano da non poterne più uscire vivi.

Settimio è il figlio nato da una relazione proibita tra la moglie di un ufficiale e un tenente appassionato di storia del volo. La relazione si sviluppa nel 1915, all’interno di un fortino coloniale mal costruito per la difesa, dove gli italiani sono costretti ad asserragliarsi. Intorno, impalpabili e pericolosi come la sabbia del deserto, i nemici, gli «arabi» decisi a vendicare la violenta giustizia sommaria prodotta dall’insipiente condotta bellica delle truppe italiane. All’interno del fortino, tutta la difficile dinamica sociale tra ufficiali e soldati, tra italiani e ascari, tra uomini e donne, tra militari e civili: è l’allegoria di una società poco moderna e autoritaria, rigida nei suoi compartimenti stagni, incapace di sollecitare ogni qualsivoglia spirito di sincera collaborazione. La locale Caporetto è dunque inevitabile ma, prima che si consumi la tragedia, la donna fugge riuscendo poi a consegnare, in Italia, il frutto della relazione a Lucia, consorte legittima del tenente. Con quest’ultimo si spegne intanto il tentativo di una storia del volo che da tempo il militare va scrivendo per appunti, in attesa di un momento più propizio di pace che per l’uomo non arriverà mai.

Lucia cresce come suo il bimbo che ben presto rivela, sulle orme del padre, un’irresistibile passione per gli aerei che lo porterà al fianco del governatore della Libia nell’ultimo decollo. Sia per il tenente che per il figlio Settimio vale insomma l’avventura del volo, intellettualmente o praticamente perseguita, come aspirazione profondamente radicata nell’animo umano, conquista ardimentosa di nuove frontiere. Sforzi tuttavia sempre pervertiti o tarpati dalle dure ragioni della guerra, anche quelle che spingono a ingaggiare battaglia per proteggere la vita.

E del resto Balbo è ora il padre putativo di un uomo rimasto orfano e senza certe radici, così come un’Italia mutilata dalla Grande Guerra si abbandonerà alle mani autoritarie di Mussolini. Un’Italia dalla società nel frattempo semplificatasi, che coltiva sogni di rinnovata agiatezza economica, del tutto disposta a tollerare una buona dose di repressione purché i nemici della quotidianità non si palesino davanti alle sue mura. Pochi si salveranno da quest’inganno. Tra questi Lucia che, a un certo punto, partito il figlio e rimasta sola, decide di riappropriarsi del passato, improvvisamente stanca di «quella vita per interposta persona [il duce, appunto] che fino a quel momento era stata naturale e bella e giusta [e] di colpo le sembrò inutile e vuota e soprattutto falsa». La quotidianità esce allora da una riposta zona d’ombra per farsi vita vissuta in prima persona e perciò arma e strumento proto-resistenziale. Non più fragile fortino illusoriamente tranquillizzante, ma luogo che, nonostante la paura, coraggiosamente ricollega il quotidiano con la storia. Che non è ancora rivolta e tuttavia è già spazio di riappropriazione di un’identità malamente ad altri consegnata.

Ali di sabbia è un romanzo dalla scrittura senza sussulti, dolce come le colline fiorentine dove vive l’Autore, anche di fronte al dramma e alla tragedia o quando la storia forza le trincee difensive della quotidianità, portandovi la morte. E Aiolli gioca col tempo dei personaggi e degli avvenimenti, spezzandolo e risolvendolo in una narrazione che, altrimenti, avrebbe potuto correre il rischio di rivelarsi didascalica.

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Written by antoniocelano

marzo 11, 2010 a 12:29 pm

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