Antonio Celano

Recensione a: Giancarlo Ferron, La mia montagna (Biblioteca dell’immagine, 2009)

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Questa recensione è stata pubblicata su «Il Quotidiano della Basilicata» il 30 giugno 2009.

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Giancarlo Ferron è un guardiacaccia: pratico delle montagne dell’Altipiano di Asiago, oggi lavora sul Monte Pasubio e sulle “Piccole Dolomiti” vicentine. Come scrittore ha subito esordito con un successo, “Ho visto piangere gli animali”, pubblicato dalle Edizioni Biblioteca dell’Immagine, una piccola grande casa editrice di Pordenone che ha visto transitare nel suo catalogo scrittori della stazza di Mauro Corona, Marco Paolini e, più indietro nel tempo, David Maria Turoldo. Nata nel 1985 la Biblioteca dell’Immagine si distingue, infatti, non solo per le sue pubblicazioni improntate al rispetto del paesaggio, degli animali, dei boschi e della montagna, ma pure alla valorizzazione delle radici e delle tradizioni.

Nella sua nuova prova Ferron si cimenta con un genere che va da qualche tempo diffondendosi in Italia: la guida spirituale alla montagna.

Un significativo esempio di questo diverso modo di leggere l’escursione, ma in ambiente appenninico, apparve nel 2007 ad opera di Andrea Bocconi, uno psicoterapeuta di formazione psicosintetica. Il volume, intitolato “Di buon passo” (edito da Guanda) era l’interessante tentativo di provare un lungo viaggio a piedi lungo i sentieri del medioevo tra Toscana e Umbria. Rapiva, dell’opera, la fondamentale differenza con una normale guida tesa a illustrare con tipico gergo le vie, i luoghi di ristoro, le emergenze artistiche, in un quadro di affidabilità su cui il turista può contare nei suoi spostamenti. Lo scopo dell’esperienza di Bocconi era invece improntato al recupero della dimensione del tempo e delle proprie radici storiche attraverso il paesaggio odierno, nella convinzione che oggi nessuno “sa quello che c’è a trecento metri da casa sua”. Tuttavia il “pellegrinaggio” non doveva la sua fascinazione alla descrizione del paesaggio attraversato, bensì al suo ridislocarsi su un terreno fatto sì di sentieri, fiumi, ostacoli e cime, ma del tutto interiori. La mappa poteva così disegnarsi nell’anima lasciando in secondo piano i luoghi appena attraversati.

Rispetto a questa tradizione, Ferron rivendica un posto suo. Apparentemente “La mia montagna” si presenta un po’ più come guida: corredata di bellissime foto – eccezionali quelle di alcuni contrafforti alpini –, di box con itinerari, di sommarie indicazioni di luoghi e spostamenti. In realtà, però, il tutto è liquidato in pochissime battute. Ferron stesso ne dà una convincente spiegazione: “Questa non è una guida turistica, ma è una descrizione del mio territorio. È un qualcosa che passa attraverso il sentire e il guardare di un uomo selvatico territoriale; è una condivisione di emozioni, pensieri e visioni dedicata agli amici della natura”. Ed è a questi amici che l’autore vuol rivelare ciò che conosce della montagna perché, giustamente, Ferron del turista “mordi e fuggi” non sa che farsene: “Siamo talmente abituati a sentir parlare di cose e posti straordinari che l’aggettivo stesso ha perso il suo significato: oggi tutto deve essere super, iper, mega, ultra, globale, spaziale, galattico, futuristico; mentre la normalità non esiste o ce la fanno apparire banale”. Andare per sentieri di montagna diventa così parlare di un camoscio, descrivere un faggio maestoso, cercare gli amici che gestiscono i rifugi, incontrare una donna che ha abbandonato l’ufficio per tornare a pascolare tra le antiche malghe, farsi rapire dalla vista della luna. Il territorio, insomma, come rete di relazioni, che l’autore ci restituisce con linguaggio semplice, che il camminare a piedi per i monti necessariamente spezza e sfronda di ogni orpello inutile. Una montagna come diretta esperienza da raccontare senza presunzione di imporla a nessuno.

Il libro non è nemmeno una guida come se ne possono leggere di dedicate in genere qui ai nostri luoghi, perché non sovrappone il lavoro intellettuale dello scrittore alle conoscenze del lettore. Non c’è traccia di scrittura ad alta resa letteraria, “pittoresca”, non c’è un lavoro di archivio sulle emergenze storico-culturali di un luogo, non si parla di morfotipi geologici, i nomi scientifici delle piante sono solo in calce alle foto poste a corredo. Insomma, scrittori come Ferron hanno dalla loro la circostanza, nonostante la loro grandissima competenza, di non dover colmare alcuna distanza con un territorio in cui non sono nati, né di dover farla colmare a chi poco conosce quei posti perché non indigeno. Non sono ossessionati dall’obiettivo di dover far gareggiare in bellezza o fascinosità il proprio mondo con quello altrui, né di attrarvi torme di possibili visitatori, né di crearne il mito.

È dunque qui che Ferron accentua definitivamente lo scarto con l’impostazione tradizionale delle guide, ma anche con scrittori come Bocconi. Sì, perché il territorio, l’amore per il proprio territorio rimane sempre ben presente al guardiacaccia di Castelnovo di Isola Vicentina. In una lunga escursione in solitudine, a un certo punto il territorio lo attrae e lo affascina spingendolo a camminare scalzo per i prati per sentire più intensa l’energia materna della Terra, fino a cogliere “in uno strato profondo del mio essere che in questo luogo gli uomini antichi le hanno dedicato danze e rituali sacri”. È un viaggio solitario dove l’anima espelle le residue scorie metropolitane, dove l’autore si abbandona agli incubi nelle vecchie trincee-ferite scavate durante la Grande Guerra sul Pasubio, dove alla fine, ridotto a una sorta di bestia selvatica, inizia a essere percepito dagli altri animali come uno di essi. È un’esperienza profonda, al limite di se stessi che, come per Bocconi, costituisce una morte e una rinascita. Ma laddove per lo psicoterapeuta lucchese l’esperienza era stata mistico-esoterica, in Ferron la rinascita è totalmente mistico-totemica: “Quando sono fermo sulla vetta mi pare di essere una roccia. Se ascolto il vento sulla faccia immagino di sentirmi come un albero. Se cammino sono uomo e animale, nello stesso tempo. In ogni caso percepisco di essere vivo in una dimensione più concreta e profonda. È cosa buona”.

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Written by antoniocelano

marzo 11, 2010 a 4:50 pm

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