Antonio Celano

Recensione a: Franco Buffoni, Zamel (Marcos y Marcos, 2009)

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Questa recensione è stata pubblicata su «L’Immaginazione», n. 251 (dicembre 2009), p. 49-50.

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Una cappa omofobica aleggia sull’Italia. E dunque imboscate e schiaffeggiamenti a singoli e coppie gay, aggressioni, accoltellamenti. È il clima reso possibile dall’oscurantismo e dall’arretratezza culturale con cui oggi nel nostro paese si affronta il nodo dei diritti omosessuali e, più in generale, della diversità. Complici il Vaticano e una classe politica costretta con fastidio a rivelare la propria inadeguatezza di fronte a un problema di modernità posto dalle direttive europee e dall’azione legislativa in tema di diritti omosessuali promossa da paesi all’avanguardia quali la Spagna.

Sono questioni che investono con forza i rapporti tra collettività omosessuale ed eterosessuale, ma non mancano di spingere in avanti anche il dibattito interno alle singole comunità di riferimento.

Un importante contributo in tal senso lo dà certamente Zamel, libro pubblicato per i tipi della Marcos y Marcos, editore senza etichetta ma da sempre sensibile alle problematiche del mondo omosessuale. Nato in un primo momento come saggio, Zamel è una non fiction novel ricca di dialoghi e scambi epistolari, di cogitazioni storiche e filosofiche intorno al tema. Uno stile peraltro molto indovinato che si richiama a una robusta tradizione filosofica, politica e letteraria, nel contempo permettendo l’analisi e la corretta divulgazione di una gran quantità di temi storici, antropologici e culturali (si attraversano davvero, in poco più di duecento pagine, tutte le vicende di repressione, autorepressione e liberazione attraversate dagli omosessuali nel mondo occidentale).

L’autore del volume è Franco Buffoni, ordinario di Critica letteraria e Letterature comparate nonché giornalista. Poeta affermato (esordisce già nel 1978 su «Paragone») e traduttore tra l’altro di un’importante raccolta dedicata ai poeti romantici inglesi, è uno di quei saggisti capaci di evadere dall’ambito angusto dell’accademia, riuscendo pure come scrittore di racconti e di romanzi.

Già con Reperto 74 (Zona Editore) Buffoni aveva acutamente osservato che oggi «non è alla domanda su cosa sia l’omosessualità o su come si “diventi” omosessuali che occorre rispondere, bensì – e molto più dignitosamente – su come siano le sessualità e su come si vivano e su come si vivessero un tempo». La prospettiva non è ormai più, insomma, l’omosessualità come senso di colpa o malattia, evidentemente da curare, ma «una condizione desiderabile. Una forma di vita, una cultura». Nella matura consapevolezza che ciò «che siamo è molto poco in confronto a ciò che potremmo diventare» e che lo spostamento deciso di accento richiama all’impegno e al tentativo di approdare infine a una visibile e autosufficiente comunità lgbt (lesbo-gay-bisex-transgender) «forte dei suoi valori e delle sue pretese di parità di trattamento giuridico» al tempo capace di rendere improcrastinabili una serie di leggi antiomofobiche in grado di mutare definitivamente il costume comune.

È il discorso di fondo, questo, che coinvolge anche i due protagonisti Aldo ed Edo: il primo, un uomo di mezza età ritiratosi a vivere sulla costa tunisina; il secondo, in Tunisia a seguito di una delusione amorosa, impegnato nel movimento gay per i diritti civili e autore di un libro sulla cultura omosessuale che sta scrivendo. Nonostante la sua maggiore esperienza –è lo stesso Buffoni a descriverlo–: «Aldo pensa, sente, preferisce in modo tradizionale: si deve agire, non se ne deve parlare, se non svagatamente per ingelosire le “amiche”». Aldo è frocio, si pensa come una donna mancata. Edo pensa invece che «il progresso, la nuova frontiera per gli omosessuali è la relazione paritaria tra i gay» in cui a governare è l’amore. Ma sempre con un’avvertenza implicita di modellizzazione, se «in molti giovani omosessuali Aldo e Edo continuano a coesistere».

In realtà la storia è la ricostruzione degli ultimi giorni di Aldo. Dopo aver conosciuto Edo, Aldo, dopo una serie infinita di rapporti occasionali, pare finalmente accettare una relazione più stabile con Nabil, un giovane magrebino che lo ricambia. È la situazione che fa esplodere la contraddizione in cui Aldo si attarda: la cultura omofobica che ha paradossalmente introiettato lo spinge infatti a sentire con fastidio il proprio ruolo sessuale attivo e a chiamare il giovane amante zamel (in arabo la parola è fortemente volgare, è il marchio di una condizione di maschio passivo che la cultura locale semplicemente nega come impossibile). È il peso morale intollerabile, la parola che uccide. Nabil assassina Aldo. Tuttavia, durante il processo, il cortocircuito creato dalla specularità dei due mondi culturali cui appartengono Aldo e Nabil viene totalmente e volutamente nascosto, la pesante condanna comminata per ragioni del tutto accidentali.

Si è detto all’inizio che il libro di Buffoni spinge sia i gay che gli etero a fare i conti con se stessi e con la modernità. Come Edo, l’autore può gridare a tutti: «Aldo! Entra nella modernità! Deciditi!», convinto che «la modernità è una sola ed è fatta di aeroplani e pillole del giorno dopo, di emancipazione femminile e omosessuale, di informatica e di procreazione assistita», e che non si può accettare a pezzetti ingegnandosi a lasciare il resto fuori dalla porta.

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Written by antoniocelano

marzo 11, 2010 a 10:43 am

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