Antonio Celano

Racconti: Con le mani nelle tasche

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Questo racconto è stato pubblicato su «L’Immaginazione», n. 242 (ottobre 2008), p. 6-7.

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Ce ne stavamo mani nelle tasche, alle volte per minuti interi, affacciati ai vetri ampi del capannone. Borse, i cinesi di fronte facevano borse, e li vedevi ostinati come formiche, i visi tirati che s’affaccendavano brigavano cosavano, mai un sorriso, sempre fissi al pezzo o stanchi morti loro e quelle eterne camicine troppo larghe con le maniche tirate su, fino in cima al gomito. Rideva solo quella mamma che se ne stava col piccino, chissà perché, sempre nel cortile di cemento. Girava in tondo e lo ninnava, girava in tondo e questi ti sfornavano scatole e scatole di borse da ingolfarci interi camion, girava in tondo e questi ti portavano fuori tonnellate di strisce di pelle di scarto, girava in tondo e questi ostinati, a catena di montaggio. Quante volte ci avremo discusso sopra, con le mani in tasca? Figlia dei padroni, figlia dei sorveglianti, sorella moglie puttana, so io, di qualcuno?

Mani in tasca guardavamo la roba accumularsi lì dentro anche se i vetri erano lisci di grasso, di fiato, di manate, mai una volta che, tiè!, ci spruzzo il Brill. C’erano cucine, tavoli da lavoro, letti cose oggetti e mai, non uscivano mai, e avevamo l’impressione, noi davanti agli spaghetti scotti e al Tg, che loro continuassero pure dopo le 17, dopo le 18, dopo le 20, dopo mezzanotte, ché il mondo non si poteva fermare se non si fermavano loro e a noi ci girava la testa e ci fumava i coglioni.

E anche quando con le mani sui computer o al pezzo non li spiavamo, loro continuavano e un odore peso entrava e ti diceva che stavano mangiando, un puzzo e sapevi che erano a un certo punto del processo di lavorazione, un olezzo e pensavi, con matematica certezza che questi qua avevano aperto le finestra per arieggiare, ché nemmeno loro forse più ne potevano.

Con le mani in tasca si restava basiti a guardare questa cosa che vedevamo fare quando arrivavano i fornitori. No, mica quelli che a valanga ti scaricano il cuoio i punti e i rocchetti, seee. Arrivavano questi tipi e portavano dei pesci che parevano carpe, ma più lunghe e sfilate. Salivano sul tetto e appendevano all’aria questi cosi. E poi lì a farli seccare e noi si stava male solo a guardarli si stava e menomale dopo un paio di giorni non li vedevi più, scomparsi spariti volatilizzati, i pescioni. Parcheggiavano i camion, portavano su le oche già spennate e le appendevano fuori dalla finestra a dei ganci e qualche mio collega, con le mani in tasca, mi diceva ma porcoddùe, mi diceva questo collega che veniva da fuori, ma allora non c’è mica più rispetto sa’? E santamadonna, che c’è l’aviaria! Venivano i fornitori con i polli che poi sparivano pure quelli dopo due, dopo tre giorni che se ne stavano là a prender aria mentre loro dalla finestra buttavano sotto di tutto, cartoni, tubi, pezzi di borse scartate, buste di patatine, ossi di porco, tutto dalla finestra, nemmeno fossero stati a Shangai.

Dalla finestra guardavamo il muro che ci divideva e solo Liborio se ne fotteva e diceva che per quanto gli riguardava, noi si stava in Italia e loro erano in Cina. E per scherzare diceva che se andavi di là era come se tu entravi e ti trovavi in Cina e avevi fatto un milione di chilometri in due metri e agitava vicino all’occhio pollice e indice aperti a ganascia come se volesse svitare qualcosa, ma era solo per dirti che secondo lui aveva detto una cosa fina, la bestia. O Liborio, e la battuta s’è bell’e capita, ma mica ride nessuno, ché qui siamo tutti sgomenti, sai, tutti sgomenti angosciati, come cazzo fanno questi a campare così. E allibiti guardavamo mani in tasca questo muro che ci sembrava un foglio, eppure era meglio che ci fosse, come quello a Sarajevo, noi di qua loro di là. E poi quando Liborio non c’era ci si chiedeva se Liborio alla fine non aveva ragione non aveva, e ci veniva il dubbio se eravamo noi che non li volevamo tra le palle o loro che se ne stavano chiusi inchiavardati che quasi sembrava c’avessero paura anche di darci fastidio. E tanto più restavano dentro tanto più ci parevano cinesi, tanto più se ne stavano sulle loro tanto più ci parevano più gialli di prima, più formichine di prima, più Fumanciù e Bruslì di prima.

Dalla finestra si sbirciava con le mani occupate in qualcosa di lavorativo che dacci sotto, diomadonna, che questi producono a macchinetta e prima o poi ci mandano via, ci sloggiano pure noi che con le borse false non ci s’incastra nulla. Risparmia e risparmia che le banche dell’Osmannoro scoppiano di ien e poi si comprano il capannone come tutti gli altri che si sono mangiati e ci spediscono via, ché se Hitler la guerra l’avesse fatta così, a tappe, certo avrebbe vinto e basta. Questo lo diceva Arturo, uno quasi alla pensione che se la tirava con la storia e noi però, sulle prime, non ci avevamo capito nulla di nulla di cosa voleva dire.

Invece, se ne sono andati loro.

Una mattina, mani in tasca, dai cinesi è arrivato uno di qui. Berciava di continuo, i capelli radi lunghi ricci untuosi, le scarpe gonfie e storte attorno agli zamponi screpolati. E le mani dalle tasche le abbiam levate, ché quello doveva essere il padrone, ma quello vero, del capannone in affitto. E parlava con l’unico cinese col macchinone laccato che fumava come un ossesso e tutti gli altri intorno gli sorridevano gialli, soprattutto quando al bar pagava il conto e loro capo chino e sorrisi di gruppo. E in un giorno, in un baleno, così poi la raccontava agli altri Arturo, son spariti come i Tatari nella notte delle purghe staliniane e qualcuno del magazzino gli ha detto: cazzo racconti, fascista che sei di merda, maremmalurida. Ma a parte il fatto di difendere Baffone per pura sintonia, erano incazzati solo perché sapevano sega loro chi fossero i Tatari e la Crimea – le capre – e i camion pigiati di gente muta e rassegnata. Partiti come gli zingari. Carriaggi e masserizie e mogli e piccini e monchi storpi zoppi (che pure quelli lavorano) come dietro al flauto magico. E il capoccia con l’unto in testa e lo zampone deforme rideva con la buzza che sobbalzava aguzzina, sobbalzava, e srotolava uno striscione LOCALE IN VENDITA 055/114671 STUDIO RAGIONIER DEGL’INNOCENTI, CAMPI BISENZIO (FI).

Con le mani in tasca il giorno dopo guardavamo oltre e oltre lo sporco del vetro c’era solo il vuoto. E nel vuoto saltavano topi che sembravan cani, ma all’improvviso ci parvero meglio i cinesi, che eravamo pure tristi e pensavamo a quel bambino in quale squallore avrebbe ninnato con gli occhi che quando sono chiusi sono ancora più a mandorla di quando sono aperti, povero tittino. E chi ha pensato che chissà quando poteva fare lui un figlio, chi alla rata del mutuo o al cocoprò, chi che parliamo tutti il pratese il sestese o il fiorentino e ce la tiriamo a bestia ma alla fine per metà siamo tutti terroni anche noi, pure gli studenti del polo scientifico nuovo che hanno fatto a due chilometri da qua.

Però, nemmeno una settimana dopo qualcuno ha urlato oh! oh-oh-oh, i marziani! e c’erano questi omini con le tute bianche e le mascherine e le bombole per la disinfestazione che si aggiravano nel caldo tropicale del padiglione che uno per l’afa s’è pure sbottonato tutto, s’è sdraiato su una panca, sveniva e forse voleva anche morire, ma gli astronauti amici suoi glielo hanno impedito e l’hanno rianimato, diobòno. Sembrava una scena di un film tipo quelli con tutta la gente nel treno piombato che pare sudata distrutta per il virus sfuggito. Poi, dopo due mesi di chiuso, da quel vuoto altri omini hanno cavato camion di roba inutile, pezzi di ferro tubi di metallo borse difettose vetri rotti scatolame scatoline scatolette scatoloni scaldabagni vecchie brande immondizie a non finire. Una settimana ci hanno messo, e quando hanno finito, con le mani in tasca se ne stavano in cortile e si dicevano l’un l’altro uff, l’è finita, maremmatrògola!

Giorno per giorno, con le mani nelle tasche, abbiamo seguito tutta la ristrutturazione. Venivano uomini giacchecravatta che parlavano sul tetto, dietro le vetrate o giù in cortile, una mano in tasca e l’altra che gesticolava. Il giorno dell’apertura a frotte bimbe bellissime cosce autostradali e litri di profumo e culi da disturbo, belle belle che non lavoravi più nulla e tutto uno spreco ché lo stilista leopardato, pare, è buco perso. Allora hanno messo i vetri fumé. Però mani in tasca, mani in taschissima, abbiamo scoperto, un giorno, che tutta la truppa di slave e rumene e bulgare e polacche e ucraine e chi più ne ha più ne metta, andava in bagno al piano terra e i vetri lì non li avevano oscurati no, che sembrava un film di Alvaro Vitali. E allora un responsabile indignato è andato di là a parlare in Cina… ma mica è più la Cina, fava di un Liborio che non sei altro. Certo, è sempre come andare a casa di cristo, ma adesso pare una babele che non ci si capisce più e ti devi portare trentacinque vocabolari tascabili bilingue. Insomma, un responsabile è andato dove doveva andare e glielo ha detto, guarda che si vede tutto, ma il dirigente loro, che cinese non è ma capisce una sega nulla lo stesso, ha fatto un breve sondaggio tra le bimbe, è tornato e ha dichiarato papale papale che guardate che loro non vi vedono mica. Sicché Arturo, mani in tasca, ha spiegato che era né più né meno come lo sbarco in Normandia quando gli americani le prendevano da orbi, maremmassassina, e i tedeschi le tiravano e ci coglievano senza mirare che erano più in alto e la rifrazione li aiutava. Manco a dirlo stavolta nessuno ha detto nulla e gli abbiam creduto, ché soldatoràian s’è visto tutti, ma è piombato il padrone (quello nostro) mani in tasca e ci ha detto: cazzo sono quelle mani nella tasca e vi licenzio se non fate un cazzo, dio d’un dio. E se n’è tornato via, avendo esaurito la sua funzione. Tempo due giorni c’erano i vetri sprangati, ma non giù nel cesso dello stilista, no, da noi, e insomma, mani in tasca o no, a quel punto fuori non abbiamo più visto nulla e pedalare.

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Written by antoniocelano

marzo 11, 2010 a 12:42 pm

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