Recensione a: Andrea Di Consoli, La collera (Rizzoli, 2012)
Questa recensione è stata pubblicata, in forma ridotta, su «l’immaginazione», n. 274 marzo-aprile 2013.
_____________
Diciamolo subito: Pasquale Benassìa, il collerico protagonista dell’ultimo romanzo di Andrea Di Consoli, è l’autentica impossibilità di avere, del Sud, un’idea dialettica. Uno spazio meridiano, cioè, in cui gli opposti riescano, in qualche modo, per breve o lungo gioco di composizioni successive, a trovare una sintesi, un equilibrio superiore, il raggiungimento di una vetta che alla fine non frani disfacendo tutto. Tanto da piegare il tempo narrativo in una circolarità che è prima dei Lumi e prima di Cristo, e forse pure fuori da ogni possibile paganesimo, se alla fine non soccorre nessuna naturale palingenesi a riscattare un qualsiasi futuro, sia pure individuale. La collera –lo sottolinea Andrea Caterini in un’intervista all’autore– altro non può essere, così, che la definitiva presa di coscienza dell’«impossibilità d’essere liberi dal bisogno, e quindi terrorizzati dalla propria incapacità a riconciliare la vita ai sogni che la animano»; facendoci pensare che i panni di Benassìa siano pure sostenuti da un’amarezza che è dell’autore, anche se Di Consoli davvero difficilmente ci pare romanziere da poter perdersi in qualche modo su strade che sono proprie dell’autofiction. Anzi.
Ma intanto l’eroe di Di Consoli: che è un personaggio duale e caotico di visceralità e ardori, corporeità e spiritualità senza cautele, tanto da decretarne un’irriducibile quanto rivelatrice inappartenenza al mondo. Fin dall’infanzia, dove il giovane Pasquale Benassìa rintraccia i segni e i sogni, misteriosi (e perfidi) del suo destino, e il demone taurino e istintivo della sconfitta, delle macerie, della deiezione dalla storia, delle ragioni del torto (nasce lo stesso giorno della morte di Hitler). Cui miscelare, come instabile nitroglicerina, la gioia «santa», lo stato di grazia di certe visioni miracolistiche che paiono uscite da pagine antropologiche sul mondo contadino e pastorale (l’episodio della “resurrezione” delle pecore del padre). Pulsioni, passioni, aspirazioni ben presto messe alla prova dei «tornanti» cruciali e, per certi versi fondativi, della storia meridionale e italiana che sono gli anni Settanta.
E il fascismo personale che Benassìa crea e proclama, come parte della stessa collera che lo agisce, pare proprio originarsi e scontrarsi con le terrose radici del protagonista: trovando, in questo impasto e urto, la sua furiosa e sulfurea forza polemica. Pasquale è figlio di miserabili contadini calabresi, ben presto irredimibile tabagista catarroso e sovrappeso, ma pure autodidatta talentuoso dalle letture compulsive e disordinate, fantasticatore e visionario, umorale, atipico filosofo dalle singolari teorie eliocentriche ed entropiche (ché nel generoso dispendio fisico di sé e della propria energia intellettuale pare ricordare i tratti biografici di un Avicenna). Così, il fascismo sui generis di Benassìa non si costruisce su nessuna militanza, su nessuna disciplina di partito, su nessuna ora fatale della storia, ma rimane un umore sdegnosamente solitario. Anche quando il giovane calabrese emigra a Torino, operaio alla Fiat, negli anni centrali della contestazione e delle rivendicazioni operaie; di fronte alle quali resta, non a caso, sì contrario, ma piuttosto eccentrico.
Invece c’è, negli occhi del giovane Pasquale, qualcosa di impervio e inquieto: una presunzione di ascesa (forse anche un po’ guascona), la fantasia turbinosa di una guerra dello spirito che si ribella a ogni compassione, a ogni idealizzazione del mondo contadino, a ogni sguardo basso, piantato nel male della terra: «ché lui a Torino non era andato per evolversi da contadino a operaio… ma da contadino a pensatore, a filosofo, a sacerdote della verità». C’è in Benassìa una spinta che è stata anche, per qualche tratto, generazionale, ma nel contempo declinata e deviata individualmente in una fantasticazione irriducibilmente superoministica: «quello che davvero voleva era vivere nella forza, in un pensiero maestoso e inimitabile, e poi innamorarsi di una donna altera e intelligente, e poi studiare e poi farla finita con la commedia triste del socialismo delle lotte operaie e contadine e, infine, ergersi a pontefice della propria leggenda personale». Così, attraverso scombinate letture, il suo mondo trascolora in una sorta di confuso e romantico medioevo interiore: «Pasquale si rifugiava, nel tempo libero, nella lettura di riviste e di libri: soprattutto di storia e, tra questi, di storie monarchiche, manifestando sin da ragazzo una strana attrazione per le monarchie di ogni epoca, più volte trascorrendo del suo tempo adolescenziale a immaginare –in un guazzabuglio senza capo né coda– re, regine, cavalieri, templari e cortigiane». Col risultato, insomma, di un fascismo che subito depone le sue armi più immediatamente storico-politiche, per rivelare, nelle sue origini, un retrogusto letterario e filosofico: nel senso di certe concezioni nietzschiane o certe posizioni stilnoviste per cui la nobiltà può essere una virtù morale individuale blasonata di orgogliosa superiorità, più che indicare una condizione sociale di nascita privilegiata. E con esiti che possono sembrare persino donchisciotteschi, e tuttavia pure sempre cogliendo la verità che, spesso, l’«eterno fascismo degli italiani» altro non sia stato che un personale ritaglio, la declinazione di un’idea collettiva (storica, sociale, politica) dai contorni per nulla rigorosi.
Si genera nello scontro con le radici anche la collera. Che, se per dirla con Bodei, «nasce in genere da un’offesa che si ritiene di aver immeritatamente ricevuto, da una bruciante ferita inferta colpevolmente da altri al nostro amor proprio o alla nostra autostima», l’ira dell’aristocratico Benassìa non può che, all’inizio, rivoltarsi apparentemente in una sorta spirituale di odio di classe rovesciato, contro l’ingiustizia materiale rappresentata dalle origini. Pur sapendo che la collera risentimento non è –sia chiaro– e nemmeno odio: sentimenti notoriamente bisognosi di calcolo, dissimulazione, lunghi tempi di gestazione. L’ira, la collera, sono invece palesi, scoperti, senza remore o rispetti di sorta. Sono fatte di resistenza polemica e immediata, ma pure segnalano sempre la debolezza della breve durata, la fragilità di chi ne è agito, l’amarezza dell’anima e del corpo, le sue ulcere, le sue ipertensioni, le sue lacerazioni. La collera è, paradossalmente, profondamente contadina; è una jacquerie individuale che, in quanto tale, pare sollecitare una contro-risposta parimenti risentita del mondo, tanto che di Benassìa pure è stato detto con acume finisca per diventare un punitore di se stesso: perché noi meridionali «ci proviamo a essere civili, ci proviamo a riconoscere lo stato, ci proviamo ad affidarci al lavoro, ma poi perdiamo la testa e iniziamo a ragionare con la pancia, con l’odio, con il cazzo duro, con il fuoco in mano».
Tuttavia c’è qualcosa di più nella storia, qualcosa che travalica la sconfitta delle aspirazioni di partenza di Benassìa per colpire al cuore il suo protagonismo. Un risultato che a mo’ di zavorra, anche con risultati sottilmente paranoici nel lettore, pare in agguato fin dalle prime pagine del libro, subdolo e pronto a ingoiare nuovamente Pasquale nello sfondo meridiano da cui faticosamente cerca di affrancarla. Un peso, insomma, che prende le forme del suo coetaneo Germano Altomare (barista coinvolto in un losco giro gestito da siciliani) che, paradossalmente lo spinge a partire dal suo Paese dei Mori verso Torino. Pasquale Benassìa, dopo un viaggio attraverso l’Italia a bordo di una vecchia 500, approda, così, alla Fiat, dove si impiega logorandosi di lavoro come meccanico, tuttavia, come prevedibile, sprezzando i suoi colleghi meridionali (o di sinistra) e ingraziandosi il caporeparto Marini (piemontese e di destra). Inizia in questo modo quella che gli pare la scalata verso la vetta definitiva delle sue aspirazioni pur già comprendendo, sempre tra i fumi della collera, che anche il Nord, «stordito e istupidito dalla fame di soldi», non potrà essere che un’altra illusione. Sono affermazioni che preludono all’incontro con la siciliana Simona, capace di affogare Pasquale – nonostante i sensi di colpa per la sua fidanzata, Magda Beccaria (un’insegnante torinese) – in un gorgo di sensualità consumato in una camera d’albergo a ore. Un amore la cui meccanica confonde delle sue opacità i sensi e la mente sbigottita di Pasquale, rivelandone pure l’angosciosa incapacità di accedere al mistero della donna. Così come oscura e inconoscibile rimane la ragione della persecuzione da parte del gruppo di siciliani al rifiuto dell’incauto Pasquale, attirato nel bar dal solito Altomare, di fare, per loro, una non meglio esplicitata consegna. Fatto, tra l’altro, non si sa se e quanto legato alla «faccenda» di Simona, che nel frattempo s’è dissolta nel nulla.
Vicende che lasciano irrompere con forza nel libro –come ha notato Aurelio Picca– il romanzesco, col rocambolesco ritorno al Sud, sotto scorta, di Pasquale. Un rientro che ha la stessa repentinità di un’ancora gettata di colpo in fondo al mare e che lascia Benassìa in balia dell’assurdo. Faccende che lo avvincono nelle spire delle paure e di una vita allarmata, all’inizio appena lenita dal ritorno in famiglia o grazie al sostegno (tra l’altro collericamente tradito) dell’amico Anile o dell’incontro con la carne accogliente di Teresa. Terrori tuttavia definitivamente estinti solo dall’obolo umiliante (e che a Torino s’era voluto evitare) pagato ai taumaturghi moderni del familismo politico, dello scambio di favori, di quella mafia per ironia della sorte così affezionata a certa destra. Pure con la beffa di essere coinvolti, da protagonisti, in importanti fatti di cronaca, tuttavia tanto agghiaccianti da non poterne fare neppure menzione se non al rischio della galera o della vita.
Faccende e derive che non possono che consumare definitivamente ogni collera, se per dipendere da nessuno –dice Di Consoli– alla fine si finisce per dipendere da ognuno. E consumano anche Pasquale, che si spegne già quasi dimenticato da tutti, la sua nera anima di filosofo trasmigrata in un cane randagio che lavora rabbioso coi denti un osso di bue gettato per strada. Perché, per Andrea Di Consoli, ci pare, a differenza di altri intellettuali meridionali, la verità del Sud (quel Sud con il quale pure mai si riesce a farla definitivamente finita) non è mai fuori portata o abilmente nascosta, ma più semplicemente buttata via o dimenticata, non servendo a nessuno.
L: Livorno
Alla stazione di Livorno ci arrivai la prima volta una notte del ’77. Dal treno, scendemmo io, mio padre e uno dei suoi cani. Sul marciapiede fantasma, forse senza pensiline, ci schiaffeggiò un umido salmastro e il puzzo di piscio che saliva sonoro dai binari, nonostante il freddo. Più avanti, sulla stessa banchina, bivaccavano solo tre capelloni (così, almeno, in quell’Italia in preda al panico morale) buttati per terra. Parlottando, si scaldavano alla fiamma generata dal compensato di cassette per la frutta. Un ferroviere li guardava senza cura.
Recensione a: Lilli Gruber, Eredità (Rizzoli, 2012)
Questo articolo è stato pubblicato su «Il Quotidiano della Basilicata» domenica 11 novembre 2012.
_____________
La prima mail a darmi l’allerta via Facebook è quella sibillina di Vincenzo Pagano, fratello di tutta un’infanzia: “L’hai letto l’ultimo della Gruber?”, mi scrive dal paese. “No, non l’ho letto. Perché?”, gli faccio di rimando, e magari sarò risultato un po’ secco, ma in fondo francamente demotivato dagli ultimi due o tre sonori “pacchi” (più o meno romanzeschi) rimediati dall’ultimo giornalista di grido. Però, insomma, è successo che nel suo ultimo lavoro, ”Eredità” (Rizzoli, 360 pagg., € 18.50), Lilli Gruber ha parlato di Castelluccio e dunque la lettura del libro mi s’impone. Ma mentre cerco di capire cosa c’entri il paese dove sono nato, e come, con la notissima giornalista Dietlinde Gruber, detta Lilli, mi raggiunge un post dell’amico Sproviero che mi indica il dibattito in rete che intanto s’è avviato, e alla cui fonte trovo, infine, Giuseppe Pitillo, vale a dire uno che la memoria del nostro paese prova attivamente a tenerla in vita e – scopro con piacere – con un ruolo anche nella redazione delle pagine di “Eredità” più interessanti ai nostri fini. E alla fine va così, che vado in libreria quasi fisicamente sospinto dalla curiosità di una comunità dalla quale dovrei essere geograficamente e spiritualmente, ormai, piuttosto distaccato. Invece.
Invece quel richiamo che, a un certo punto, deve aver riconosciuto forte anche la cosmopolita Gruber – mi dico – se, al culmine di una riuscita carriera, si sente di scrivere un libro che ripristina i legami, anche intellettuali, con la sua Heimat (malamente traducibile con “patria”), esaurite le lunghe insofferenze giovanili per le tradizioni della sua terra e per certa “retorica patriottica che in Sudtirolo”, dove è nata nel 1957, è spesso sfociata “in aperto nazionalismo”. E dunque, se “Eredità” non può dirsi propriamente un libro di storia, ma un saggio dedicato alla memoria e al “recupero di un’eredità familiare e culturale” che appartiene all’autrice, però con la storia – la storia tormentata di una terra di confine (un tema, questo, di grande modernità) – fa i conti. Soprattutto con il “passato che non passa” di un Novecento che pare a volte davvero essersi consumato con l’ansia veloce di una sigaretta: per ogni vivace bagliore, fumo e cenere. Un passato da cui si enuclea la verità presente di un Sudtirolo complesso e stratificato (radici germaniche, apporti italiani, infine globalizzazione) cercato dall’autrice tra le pieghe vive della sua esperienza, attraverso un giudizio che direi appassionato quanto distaccato, attento alla storia e al quotidiano.
Mi pare, allora, che l’età dell’autrice non sia oggi necessariamente quella dei sopralluoghi nostalgici, ma quella che ci chiarisce un Sudtirolo alla prova degli anni cruciali del Secolo breve. Un trentennio segnato, nel libro, da due figure femminili dalla forte personalità: ribelli (ognuna a suo modo), caparbie e fortemente legate alle loro identità e terra. Sono la bisnonna di Lilli, Rosa Tienfenthaler e la prozia Helene Rizzolli, detta Hella. Figure entrambe, direi, della crisi. La prima, proprietaria terriera, le radici ottocentesche legate alle lealtà patriarcali dell’impero austro-ungarico liquidatosi, prima, nel trauma irrimediabile della sconfitta con l’annessione all’Italia del Sudtirolo; colpito, poi, quest’ultimo, dalla becera italianizzazione imposta dal fascismo. La seconda, legata a un futuro che guarda al passato, alle nuove speranze di ricongiungimento alla patria dei sudtirolesi, ma polarizzate questa volta dal liberticida Reich nazista: illusioni presto impantanatesi tra le pieghe di uno sciagurato patto tra regimi totalitari. Figure, dunque, entrambe, della crisi – dicevo – così come di una percezione del confine e dell’identità come casa, ma pure nostalgia, resistenza e attrito di fronte agli inevitabili rovesci della storia. Direi pure alternative a personalità più defilate nel racconto – Berta Rizzolli, ad esempio, o gli stessi genitori di Lilli – che denotano, invece, una più spiccata attitudine a vivere l’identità del confine, pur senza svendite, come permeabilità positiva, contaminazione, anche sfida, conoscenza della differenza, opportunità. In un Sudtirolo, oggi, comunque molto cambiato.
Ma riprendiamo le fila: dunque, Castelluccio Inferiore. Ma cosa c’entra? C’entra, perché proprio la repressione e la pesante offesa alla memoria di un territorio perpetrate dai fascisti (alle quali, in seguito, si salderanno le ristrettezze economiche imposte dalla crisi del ’29) finiscono per creare delle decise reazioni che spingono molti sudtirolesi tra le braccia del pangermanesimo hitleriano. Certo con imbarazzi, pericolose contraddizioni e qualche diffidenza tra i due alleati che, alla fine partoriranno la scellerata soluzione delle “Opzioni”. Ma pure con una mal riposta forza di illusione sulle reali intenzioni di riannessione naziste (giocheranno qui anche le false speranze suscitate del referendum per il ritorno della Saar al Reich), che scrive davvero una brutta pagina sulle compromissioni del Sudtirolo con il nazionalsocialismo, su cui la Gruber – va detto – non fa sconti di sorta. Nemmeno nei riguardi della sua prozia Hella che è, dal canto suo, arrestata l’8 gennaio 1938 come attivo agente anti-italiano e anti-fascista e incarcerata insieme a detenuti “comuni”, in questo caso prostitute – pratica (con alterni risultati) adottata, tra l’altro, da tutti i regimi totalitari, dalla Spagna franchista all’URSS stalinista, per umiliare e fiaccare la resistenza dei “politici”. Giunge, infine, la decisione del regime di comminare cinque anni di confino alla giovane attivista nazionalsocialista. Una condanna esemplare, che possa servire da esempio agli altri militanti sparsi per la Bassa Atesina, dove Hella opera politicamente.
Così, sulle tracce di Helene, confinata in Lucania dal 19 maggio al 18 novembre del 1938, la Gruber giunge a Castelluccio nell’agosto di quest’anno. Scrive l’autrice appena in paese: “Ho immediatamente la sensazione che quasi nulla sia cambiato da quando, settantaquattro anni fa, Hella si è ritrovata qui, al confino, mille chilometri a sud della sua casa di Pinzon”. Il che, se per un verso mi pare un’affermazione di accorata suggestione sul filo della propria riallacciata memoria, per il resto mi lascia perplesso, se dà l’impressione di scivolare verso certo “levismo” o fascinosa cartolina dell’immoto paesino-presepe, in contrasto o in accordo (ma non è questa la sede) con quell’invalidante scostamento della forbice modernizzante – buche nelle strade e odiosi viaggi in treno inclusi – che la Gruber individua tra dato oggettivo e personale fastidio, che è poi il complesso gioco tra termini assoluti e relativi del cambiamento del Sud rispetto ad altre italie.
Ma Hella? La Gruber ne ricostruisce i mesi della permanenza grazie alle lettere indirizzate alla famiglia conservatesi dal confino e grazie all’aiuto ottenuto sia dal citato Giuseppe Pitillo che dall’ingegnere (con il vizio della storia locale) Biagio Aiello. La Rizzolli è posta in pensione al numero 294 di via Roma, e rubricata, con tipico contorsionismo linguistico, come “casalinga”. “Perla” di imbarazzo ideologico cui ben fanno seguito altri errori e svarioni a carico dell’inefficiente macchina burocratica fascista, senza contare le molestie notturne dei tutori della legge che si assicurano, così, il rispetto del coprifuoco da parte della confinata. Pure, al di là di tutto questo, complessivamente il rapporto di Hella con Castelluccio rimane, pur registrando continui miglioramenti, piuttosto contrastato. Certo, gioca un “vero e proprio shock culturale” patito al suo arrivo, che Hella condivide con altri confinati, non solo sudtirolesi, di cui si sono potute ricostruire le vicende. Con in più le ipocrisie di qualche locale delatore; il contrasto con la nuova padrona di casa; la necessaria incomprensione di certi costumi per oggettiva mancanza di informazioni storico-culturali. E tuttavia si percepiscono nella Rizzolli anche connaturate rigidità di giudizio che la spingono ad alcune affermazioni francamente ingenerose, quasi fossero generate da una più complessiva inadattabilità all’ambiente o da una provocatoria interpretazione a tesi. Rigidità però sempre sorprendentemente compresenti, nel giovane “spirito ribelle” e temerario, alla capacità di cogliere con grande intelligenza e capacità descrittiva caratteri e ambienti che ci restituiscono pagine gustosissime e ironiche che sono come istantanee ancora vive del nostro “come eravamo”. Il resto lo fa il tempo, la progressiva comprensione che il fascismo regime – che nel Sudtirolo mostra monolitico la sua faccia più oltraggiosa e aggressiva – a queste latitudini è un totalitarismo sì fanatico e violento, ma pure inadeguato e disorganizzato, tanto che due sorelle di Hella, Berta ed Elsa, per farle visita e portarle i saluti della madre, Rosa, riescono ad attraversare tutta la Penisola senza suscitare alcun sospetto. Del resto Hella non è per nulla una donna fredda e lentamente, pure sollecitata dalla naturale socievolezza dei Castelluccesi, a sua volta inizia a coinvolgersi con quegli italiani alla fine abbastanza diversi, per indole, da quelli che vanno conculcando così ferocemente la libertà nella sua terra. Possono nascere, così, anche belle amicizie di cui la più forte resta quella con “Rita Lauria, di dieci anni più grande, sposata col signor Conte”, con cui trascorre molta parte delle giornate (rimpinzandosi di fichi, magari, o seguendo la spremitura dell’uva coi piedi) e che, prendendosi cura di Hella, riesce così a mitigarne molte comprensibili ritrosie, permettendole di mostrare i lati più solari del carattere. Certo suscitando (nemmeno i Castelluccesi sono perfetti) qualche gelosia, ma anche il riguardo da parte del podestà Ernesto Catalano. E le pronte attenzioni di qualche locale giovanotto (e non solo!). Ma sembra un attimo, perché la vulcanica, coraggiosa e geniale Berta riesce rocambolescamente a far revocare il confino alla sorella addirittura da Galeazzo Ciano. Risparmiando, così, più di quattro anni di ulteriore pena a Hella che, interrotta quell’esperienza e tornata a casa, resterà ancora del tempo in contatto con la signora Rita.
Ora, chiuso il libro, si potrebbe persino desiderare che Hella, forse, avrebbe potuto rimanere di più: conoscerci meglio, farci conoscere meglio (curiosi di natura come siamo) il suo mondo. Sicuramente, molti, a differenza di lei, giunti in cattività costruirono qui la loro libertà. Ma amiamo troppo la nostra terra per non comprendere che altre migliori, se non la sua, non avrebbero potuto esistere. Del resto, mi pare difficile anche pensare a Hella Rizzolli se non come a una di quelle persone massimamente libere solo se massimamente avvinte alla loro radice. Pensiamo sempre la libertà possa dirsi nomade; spesso invece ci sorprende, se porta con sé il nome di una mistica Heimat.
Recensione a: Daniela D’Angelo, Catalogo dei giorni felici (Salvatore Sciascia Editore, 2012)
Questo articolo è stato pubblicato su «Il Quotidiano della Basilicata» il 30 settembre 2012.
_____________
Si susseguono con un passo piano e tuttavia intenso i versi d’esordio che Daniela D’Angelo consegna alle pagine della raccolta “Catalogo dei giorni felici” (Salvatore Sciascia, 56 pp., 6.00 €). Passo di chi abbia prima amato senza cercare ripari – senza “più nulla da stringere, / nemmeno un talismano” –, appena dopo decantando l’esperienza nella precisione elegante del verso, in una parola che è già di maturità, di sopravvenuta intelligenza delle contraddizioni che sono la natura necessariamente fugace della felicità: una “coda scintillante” di volpe intravista su un sentiero nel bosco.
E dunque “catalogo” (ma anche sforzo di individuarsi in un punto topografico certo nella difficile geografia del vissuto) e non “elenco” dei giorni felici; che è certo raccogliere ed enumerare esperienza, ma pure ragionarla, sempre col rischio, cioè, che lo sguardo con cui si coglie un sentimento o un desiderio sia quello del pomeriggio, con una luce ancora accesa, e tuttavia bifronte, già punta dal sospetto malinconico della disillusione, che fruga noiosa “a vuoto dentro il piatto” promettente del mattino, la testa già alle trappole e alle buche (anche della quotidianità) in cui ci si è, a volte, malamente cacciati. Tanto da farci temere che quella felicità e quell’amore, pure senz’altro vissuti, siano stati invece lo scorrere illusorio di una pellicola mai impressa, o sbiadita: “Cominciare le letture da finire / finire col guardare vecchi film / tenere un catalogo dei giorni / in cui succede poco, / quasi nulla. / È il catalogo dei giorni più felici / a tenerti compagnia lungo la sera. / L’album delle foto che non hai / per ricordarti la vita che non c’era”.
E nondimeno, bifronte, la luce resta però ben prima anche delle nostalgie della sera, delle paure della notte, dei rigori dell’inverno, che può diffondersi, così, con una raggiunta serenità interiore nuovamente capace – si è detto – di conciliarne le incoerenze e gli accidenti, magari più persuasa di una navigazione “alla greca”, vigile alla costa e attenta al prossimo scoglio: “Giro il foulard azzurro / tre volte intorno al collo, ti do le spalle / e sorrido calma. // C’è un passo sulla soglia / che manca il precipizio, / c’è un modo per andarsene / che promette già un ritorno”.
Daniela D’Angelo è nata a Trapani, ma dal 2001 vive e lavora a Roma come editor e ufficio stampa di una casa editrice. Salvatore Sciascia (www.sciasciaeditore.it), invece, ci conferma ancora una volta quanto, per la poesia, le dimensioni editoriali siano sempre più inversamente proporzionali al coraggio di pubblicare. Purtroppo.
Recensione a: Antonio Paolacci, Tanatosi (E-Pop Perdisa, 2012)
Questo articolo è stato pubblicato su «Il Blog di Stilos» l’11 giugno 2012.
_____________
Se c’è qualcosa di veramente peculiare nello stile di Antonio Paolacci è la costruzione di una narrazione sottesa di lineari e nervose strutture concettuali sulle quali poi disporre topologicamente le invenzioni della scrittura. E anche “Tanatosi” (E-Pop Perdisa, 2.90 euro, disponibile esclusivamente in e-book, ma scaricabile dalle principali librerie on-line), l’ultimo racconto dello scrittore felsineo di origini cilentane, in nulla – ci pare – deroghi alla norma. Perché, quando nella narrazione è posta la questione della scelta, della stringente alternativa, il cammino del protagonista, prima lineare, deve dunque necessariamente divaricarsi in quella forma a “Y” della quale fecondità – come maturata coscienza dell’importanza del bivio – non a caso siamo a conoscenza fin dai pitagorici e dai mistici magno-greci. Tanto più se la struttura consente agevolmente a Paolacci di disporre, su un piano di confronto polarizzato, temi che sono già tipici dei suoi romanzi come, ad esempio, il rapporto tra contesto e individuo, tra vecchie e nuove generazioni, tra ordine sociale e rivolta, tra città e periferia. Nel caso di “Tanatosi” anche tra tempo della natura e concitazione della cronaca. Dove qui più che altrove, Paolacci – per la misura breve del racconto e nel confronto complesso tra etologia, psicologia e storia – meglio è riuscito a dire una parola lucida e convincente sul mutamento del nostro tempo, sulla controversa e mai definitiva nascita della coscienza (delle coscienze?) nell’uomo.
Tanatosi nasce da un’eterna opacità della luce solare, dalla rivolta che dilaga folle e apocalittica esplodendo da una crisi socio-economica totale. Molto simile alle immagini di battaglia che guardiamo ancora in tv ogni volta più attoniti, considerata l’implicita promessa che prima o poi possano concretizzarsi ben fuori dagli schermi. Dal macello si sfila un trentenne – in fuga? per darsi tregua e capire? per sondare definitivamente la possibilità di un’esperienza alternativa praticabile, benché ancora sconosciuta? – con ancora in mano una spranga macchiata di ruggine e sangue (come a dire i rossi prodotti delle due storiche rivoluzioni capitalistica e sociale). Il giovane si inerpica in montagna, alla ricerca di un padre là ritiratosi e mai davvero conosciuto dopo l’abbandono molti anni prima di città, famiglia e proprietà. Trova, così, il vecchio immerso nel paesaggio disadorno e privo di orpelli della campagna, adattato a una natura senza tempo capace di condizionare, come in città mai potrebbe, le azioni degli uomini. Uno stato edenico che consente al padre di essere dimentico delle complicate sovrastrutture della “civile convivenza” metropolitana, della sua stratificata “acquiescenza a varie forme di potere”. E tuttavia, mentre l’osservazione della recuperata “animalità” del padre (quel fare amorale, quel decidere senza “sviscerare ragioni e torti”) non dispiace al trentenne, le ragioni e la filosofia di vita del vecchio lo spingono, invece, a demistificare definitivamente quel mondo come l’inganno di una possibilità di riparo dall’apocalisse in corso. Tanto più se, sotto il guardare dall’alto in basso il formicaio umano, si indovina l’abbandono del mondo per sconfitta generazionale epocale, o un colpevole trarsi fuori dal polemos, più o meno accentuato, che ogni società fatalmente comporta.
Accade infatti che sulla via del ritorno il giovane, ancora malfermo sulle sue nuove gambe, sia attaccato da un maschio alfa di lupo, già visto aggirarsi attorno alla catapecchia del vecchio. Tuttavia mai apparendo scosso dalla paura di finire ucciso, quanto rammaricato di farlo in quel contesto ormai respinto. Il protagonista genera così una risposta etologica adattativa alla pericolosa situazione: pur armato della sua spranga rispetta la superiorità del predatore, si sdraia nel fango e mima la morte. Dunque eludendola e, con questa, la pulsione predatoria del lupo. In altre parole definitivamente scomparendo, grazie alla tanatosi (e con una trovata dantesca) da quella dimensione, così precipitandosi in auto verso la città ormai preda dell’inferno.
Come anche per il padre, il giudizio non è meno duro per gli ex consumatori di superfluo che ogni giorno hanno lasciato ad altri, per pigrizia, “il compito di dare una forma ai loro sogni” e ai loro pensieri, tranne poi a ribellarsi al momento del tracollo economico indossando “i panni delle vittime, dimenticando che erano loro, gli ignavi, il motore di tutto”. Pure così, il giovane si lancia in auto contro la polizia che carica alla cieca e gli spara contro, falciandola con una rabbia finalmente animale, se con questo termine siamo disposti a indicare un essere che non ha bisogno di pensare o di capire per sopravvivere, perché agito da un servomeccanismo amorale o pulsionale. Servomeccanismo dunque mai banalmente scatenato, come pure per l’incontro con il lupo, dalla vulgata muscolare “pesce grande mangia pesce piccolo”, ma dalla corretta constatazione che prosegue “il più adatto” all’ambiente. Del resto, al pari del giovane protagonista, anche i gruppi di rivoltosi appaiono agiti dalla stessa reazione etologica, un po’ come le bande umane o di scimmie in atteggiamento territoriale aggressivo analizzate da Eibl-Eibesfeldt. E la resa letteraria che ne fa Paolacci ci pare tanto più convincente se l’autore – rifiutando la linea che da Le Bon, passando per Sighele, fino a Freud ha descritto le folle come puro aggregato e sommatoria di individui – fa propria la visione che da Canetti in poi ha reso la folla come un “corpo unico” dal comportamento e dagli “appetiti” del tutto autonomi e peculiari rispetto a quelli individuali.
E tuttavia si parla di rivoltosi e non di rivoluzionari, di distruzione e non di costruzione, come se anche nel ventre della città la storia fosse chiamata indirettamente in causa se non per essere messa in ombra. Come altrimenti interpretare quei messaggi in esperanto che a un certo punto la radio comincia a diffondere? Certo con la dismissione della “lingua economica” per eccellenza. Salvo poi farne seguire un’altra tanto espressamente pensata per l’intero ecumene, quanto immediatamente straniante di una sostanziale incomprensibilità. Resta, così, alla fine, un pericolo (se l’ambiente è la distruzione) che i due rami di quella “Y” di partenza possano in breve finire per convergere: dalla montagna come stato edenico di partenza alla montagna come resto cui tornare dopo il fuoco.
Recensione a: Simone Lenzi, La generazione (Dalai, 2012)
Questo articolo è stato pubblicato su «Il Blog di Stilos» il 16 maggio 2012.
_____________
Ha forse ragione Concita De Gregorio: il lucore che promana da un uovo deposto nel buio notturno della copertina non lascia adito ad ambiguità sui temi affrontati nelle pagine di La generazione (Dalai 2012, 160 pp., 15 €), romanzo d’esordio del livornese Simone Lenzi. Ma è probabile ci si sia affrettati troppo, nelle recensioni d’anteprima – persino nelle prime interviste dell’autore – a dichiarare il libro assolutamente non virato su temi generazionali quanto, invece, su quelli del generare o, in termini più brutalmente etologici, del riprodursi. Nondimeno, fatti tutti i possibili distinguo per evitare che il libro fosse impiccato a un genere inteso ormai esangue, viene da chiedersi se già il titolo – dedicato alle vicissitudini e alle difficoltà di una coppia che da anni cerca di avere un figlio – non abbia, invece, proprio qualcosa di eminentemente generazionale. Almeno (oltre al caso contemplato dal libro) in un’Italia a crescita zero, quasi sterile per scelta o, per contro, ossessionata dai test di fertilità anche per brevi ritardi procreativi normali oltre i trent’anni.
A partire dalla propria esperienza personale – sempre narrata con una leggerezza di scrittura e un’ironia sottile che pure non anestetizza i dolori del vivere – Simone Lenzi ci porta, dunque, tra le pieghe di questa coppia divisa di testa e unita di pancia come in «una vecchia commedia con Jack Lemmon e Walter Matthau». Con qualche dubbio tra un femminile che «vuole» e un maschile che «vorrebbe» un figlio, nei fatti però unita nel calvario dei tentativi di procreazione assistita, nel prezzo da pagare a un desiderio così geneticamente radicato: le tecniche Icsi e Fivet, la liturgia delle iniezioni nel ventre, l’Elledue, l’Elleacca, il Meropur, l’Ovitrelle, e poi le eiaculazioni in vasetto sterile per i test di vitalità, le masturbazioni in apposita stanza per l’impianto follicolare, il dolore del corpo e dell’anima per ogni mancato appuntamento con la maternità. Fatti che spingono a considerare a quanto poco si ponga mente, da un lato, a certo delirio di onnipotenza, invasività e accanimento terapeutico medico-scientifico; dall’altro a quanto si radichi nel forte desiderio di sopravviversi la richiesta fatta alla stessa scienza di risolvere, come munita di bacchetta magica, problemi che comunque, almeno allo stadio attuale, non paiono affatto una passeggiata di salute.
Sennonché proprio tutta l’esperienza di vita del protagonista pare essere, intanto, quella di un uomo capovolto. Perché lavora come portiere di notte d’albergo vivendo in controfase ai ritmi del mondo, dando cioè a ogni rientro in casa la buonanotte alla luce del giorno. Un lavoro che richiede «qualità e difetti specifici»: saper vivere «tante ore nella propria mente» in una prevalente solitudine lontana anni luce dai centrali notturni d’albergo così corali di personaggi, vicende e promesse che furono quelli, ad esempio, di un Giuseppe Cassieri. Ambienti periferici, silenzi ovattati che all’alba stordiscono di grigio il colore delle cose, e che divorerebbero di noia e ossessioni, come microscopici animalcules notturni, la mente di chiunque se il protagonista non amasse (qualità o difetto specifico) la lettura (il che fa di quello ciò che una volta, con linguaggio marxiano, si sarebbe definito, erroneamente o meno, uno «spostato»). Se non amasse concentrarla, in maniera affatto personale, attorno ai fatti della generazione compulsando nottetempo – consultando con abilità biblioteche virtuali – i trattati che furono di Harvey e di Leeuwenhoek (che appunto scoprì gli animalcules della procreazione maschile), di Vallisneri e di Spallanzani. Di tutti quegli uomini di scienza che, attorno al Sei-Settecento, partendo dalle speculazioni lasciateci da Ippocrate (su una massima del quale l’autore fonda i cinque capitoli in cui il libro si divide) e più da Aristotele, cominciarono nuovamente a riflettere sul problema della generazione, spesso lasciando sul campo irrisolti più problemi (animalculismo, ovismo, preformismo) di quanti ne avessero affrontati all’inizio delle loro indagini. Infrangendo l’auctoritas di quei maestri pur senza giungere a una risoluzione scientificamente certa. Uomini di scienza, tra l’altro, dai grandi tic (le ossessioni e la mania di controllo di Leeuwenhoek, le meditazioni al buio delle grotte di Harvey, l’accanimento vivisezionista di Spallanzani) dei quali Lenzi ci narra con il gusto lieve e ilarotragico della sua scrittura, e che diventano a loro volta come la spia dei vizi fondativi della nostra modernità e delle nostre ossessioni e compulsioni verso l’inarrestabile macchina tecnologico-scientifica.
Il protagonista de La generazione guarda, così, il suo cruccio con occhio colto e contemplativo. Però, ciò che avviene, è che questo atteggiamento invece di spingerlo tra le secche di un possibile egocentrismo sussiegoso di diversità, ne svela invece la crisi all’esaurirsi di una linea storica che da Aristotele ha fatto del maschio, sì etologicamente, ma di più antropologicamente, «colui che genera in altro» e disposto per questo, per godere del «mondo delle cose sensibili», «a pagare, a rinnegare, a tradire, a commettere violenza. Per entrare nell’altro e generare, anche a costo di morire». Come le rane che Spallanzani mutila durante l’atto riproduttivo e, nonostante ciò, misteriosamente spinte a non fermarsi prima di spegnersi in una muta sofferenza. E tuttavia come lo stesso Spallanzani, colto nell’atto di penetrare il segreto della riproduzione sacrificandola, invece, a una tortura non si sa quanto capace di comprensione profonda della vita biologica (e direi anche del genere femminile).
La voce di Lenzi si approssima, così, a un altro nodo epocale che è il mutamento del ruolo del maschio. E lo fa prestando una voce all’estinzione dell’eccesso di ardore amoroso, che si fa in compenso empatia, «altro nell’altro»: come Tiresia, posto nella sua vita nei panni di una femmina, o come l’ermafrodita proterandrico pesce pagliaccio. Vale a dire rifiutando in qualche modo, nella vita di coppia, il principio identitario di non contraddizione e la soffocante (quanto rassicurante) divisione dei ruoli conosciuta dalle vecchie generazioni. Diniego che, però, se si esalta nella comprensione psicologica dell’altro, anche si esaurisce in una serie solitaria di obbligate masturbazioni ospedaliere e di ogni smarrimento clinico di una traccia qualsiasi di intimità e di piacere di coppia.
In un suo intervento su «Vibrisse», teso a «liberarsi dell’inutile categoria dell’autofiction» Giulio Mozzi aveva scritto: «nell’era dell’inesperienza, ci sono dei narratori che decidono di dubitare di tutto ciò di cui hanno esperienza. Dopo aver dubitato e dubitato, scoprono che forse resta loro qualcosa, un resto, del quale non riescono nonostante tutti gli sforzi a dubitare» che è l’esperienza del dolore patito dal corpo. Dolore che è male; gesto di reazione a questo male che è bene. E in questa «narrazione del resto» sembra, tra gli altri, coinvolto Lenzi. Dopo l’odissea di esami e impianti e dolore dei corpi (e delle anime) della coppia (che finisce pure per avvelenare di sé pensieri e gesti quotidiani) l’autore-protagonista – ospite in barca per un viaggio in tre giorni verso l’isola labronica della Gorgona – pare finalmente scorato. Se non fosse che alla fine della sua cattività a bordo del legno, come Giona, in un guizzo, si rivomiti dal fondo delle acque con la testa liberata dalle alghe. Che sono, forse, l’inseguimento ossessivo di una felicità aprioristicamente perfetta o – di fronte al difetto – ingegneristicamente perfezionabile, a scapito di una vita da accettare per quel che è (priva di presunti salvifici schermi al dolore: edonismo, simbiosi da dominio, meccanicismo, ruoli, liturgie scaramantiche…) prima di provare a cambiarla. Per rimettersi dritto, «per muovere il culo», fare nella luce del giorno senza paura di contaminarsi. Qualcosa che sia più largo, oltre l’ossessione si possa scorgere vita solo attraverso gli occhi di un figlio.
Felice Piemontese, Fantasmi vesuviani (Hacca, 2009)
Uno sciamano, un medium. In stretta catena con la Ortese de “Il silenzio della ragione” e il sorriso smorzato di Franco Cavallo, in Fantasmi vesuviani (Hacca 2009, pp. 112, 10 euro) la trance di Felice Piemontese rievoca quasi mezzo secolo di vita culturale partenopea – e ne ricostruisce l’epica – ridando voce e colore agli intellettuali (morti e ancora vivi) che cercarono di svecchiarne il genoma culturale. E dunque Luciano Caruso, Domenico Rea, Luigi Incoronato, Tullio Pironti, Fabrizia Ramondino, Franco Capasso, Lucio Amelio… un ambiente ricco e vivace di personalità, ma strutturalmente fragile e autoreferenziale, incapace di resistere alla disgregazione, alla maledizione che Napoli muove con “i suoi eserciti di nuvole, d’incanti” perché gli uomini ne siano distrutti, “storditi e sommersi” (così, più o meno, la Ortese).
Pittori, poeti, scrittori, giornalisti, galleristi, sempre in tormentato rapporto con il reale e alla ricerca di una difficile via d’uscita dalle strettoie del neorealismo. In definitiva non più di una manciata di aerei lanciati contro l’invincibile King Kong “dell’establishment culturale della città, pronto a difendere con le unghie e coi denti i propri miserevoli privilegi”. Un gruppo di uomini peraltro incapaci di far sistema contro gli “epigoni crociani”, gli “spiritualisti ottusi”, i “vedutisti attardati, estenuati continuatori della tradizione ottocentesca”, che si spartivano “i ridottissimi spazi disponibili in una città che sembrava chiusa per sempre a ciò che di nuovo accadeva nel resto del mondo”. A partire da quell’accademia dove si infranse il magistero anticonformista di un Giancarlo Mazzacurati, studioso di scrittori irregolari (Svevo, Joyce, Smollet) e irregolare egli stesso, corpo estraneo e rigettato dalla città, con cui ruppe drasticamente trasferendosi a Pisa.
Come lui, Luciano Caruso, entusiasta riscopritore del Futurismo, sarcastico fustigatore di certi autocompiacimenti partenopei (difetti inclusi, anzi soprattutto), anti-individualista e animatore di riviste dedicate alle questioni del situazionismo e della neoavanguardia. Ospite sgradito della città pensò, male, di trasferirsi a Firenze, luogo notoriamente ingrato con i non indigeni e, nel 1976, già abbondantemente dimentico della sua importante stagione avanguardistica cui avrebbe fatto seguito il lancio di quel Rinascimento di cartone con cui oggi balocca (e spenna) – con innegabile profitto economico, sia detto – i turisti.
Un destino di rottura che non ha risparmiato le donne. Oltre alla già citata Ortese, la Ramondino, improvvisamente approdata alla narrativa rispetto ai suoi abituali percorsi di solidarietà sociale e politica. Ma poi annegata, è il caso di dire, in una progressiva solitudine e insofferenza per il caos partenopeo che la spinsero verso Itri e la sua tragica fine.
Fughe via dalla città e dalla vita che consentono all’autore di Fantasmi vesuviani di evocare accoratamente la figura di Franco Incoronato “il cui suicidio” – come ha scritto Di Consoli – “nella formazione morale di Piemontese ha probabilmente contato più della militanza politica e giornalistica, e dell’esperienza neoavanguardistica”. Povero e con una vita familiare complicatissima e difficile, cercò a lungo una via d’uscita dal neorealismo sintetizzatasi, nel 1963, in un romanzo (Compriamo bambini) cui non arrise il successo sperato e che contribuì a sprofondarlo in una depressione che gli costò prima la casa di cura e, nel ’67, il suicidio. Una figura alquanto diversa da quelle che, con lui, animarono il fittizio “Gruppo degli scrittori napoletani”: l’esecrato “scrittore per signore” Michele Prisco e il geniale ma incostante Luigi Compagnone, epigrammista folgorante e fautore, per la città, di un “assessorato al pessimismo” ancor oggi necessario. Personalità potentemente egocentriche come, del resto, Domenico Rea, tanto capace di stupire con prove di intensità espressionistica quali Una vampata di rossore quanto di sorprendere con atteggiamenti di infantile esibizionismo e di ossessiva sessualità.
È un mondo, quello evocato da Piemontese, dove si aggirano figure francamente bislacche e grottesche, sebbene capaci di mostrare possibili spiragli di antinapoletanità. Personaggi che si rincorrono tra librerie, gallerie, piccole case editrici, redazioni locali di quotidiani (gustosissima la rievocazione di Piemontese dei matti e dei disadattati che si radunano nelle stanze della redazione napoletana dell’Unità), teatri avanguardistici spesso deserti o visitati da un unico imbarazzato spettatore. Fantasmi tra cui vanno certamente ricordati l’editore Giuseppe Recchia, capace di distruggere il patrimonio “di tre o quattro tra mogli e compagne” e di ridurre “sul lastrico soci benestanti attratti, chissà perché, dal fascino dell’editoria”. Il tenace ed esuberante gallerista Lucio Amelio, personaggio di caratura internazionale, ma dalle discontinue fortune locali, dove alternò successi a cocenti delusioni prima di morire di Aids nel ’94. Il pirotecnico editore-boxeur Tullio Pironti, troppo personaggio per impedire che i suoi libri passassero in secondo piano permettendo, nel contempo, di ingenerare false idee sull’effettiva consistenza delle passioni letterarie a Napoli. Ma si potrebbe parlare ancora del raffinato musicologo De Sio (“un personaggio proustiano”) e delle carovane al seguito di Elsa Marotta, organizzatrice, dopo la morte del marito Alberto, dell’itinerante premio “Libro dell’anno”, tanto originale quanto incongruente.
Gruppi ed esperienze che finirono per partorire qualche personalità alquanto spregiudicata e “rumorosa” come quella di Bonito Oliva, poi approdato alla corte di Bassolino, “pronto a spendere enormi somme di denaro pubblico per far arrivare in città i cascami di ciò che è lecito definire, a questo punto, ‘il grande imbroglio’” che sopirà le capacità critiche di un’intera generazione di intellettuali.
“Non c’è dunque un futuro / non è rimasto niente / solo un brusio che si spegne / solo qualcuno che si pente” chioserà, alla fine, un disperato Franco Cavallo. Siamo al disagio della realtà. E tuttavia, se certo Piemontese ci appare abbastanza smagato da non illudersi su radicali futuri cambiamenti dell’attuale situazione, tuttavia una possibilità di salvezza dal disfacimento ci viene intanto dalla sua memoria e dalla sua scrittura che, mentre rendono il dissolvimento di un’intera stagione intellettuale partenopea, nello stesso momento possono come scongiurarne il definitivo compimento







